ECCO LO STILE DELLA SIGNORA
(GILDO PERAGALLO)
Era difficile sposare tanti successi sportivi con tanta rigidità
dirigenziale. Il «nuovo» establishment della Juventus, che tre
anni fa prese il posto dei bonipertiani, ci è riuscito a meraviglia.
La Trojka Bianconera - formata dall'amministratore delegato Antonio Giraudo,
dal vicepresidente Roberto Bettega e dal direttore generale Luciano Moggi
- ha riaperto un ciclo, complice anche il tramonto del potere milanista e
la mancanza di concorrenti all'altezza, ricominciando a vincere. Eppure il
feeling con l'opinione pubblica, la stampa, la stessa tifoseria non è
mai riuscito a eguagliare quello della Juve di Trapattoni e Boniperti, artefici
di tante vittorie ma anche di quello «stile Juventus» che ora,
con la nuova gestione, s'è ridotto a un vuoto slogan, impersonato soltanto
dall'unico superstite della vecchia guardia, l'avvocato Vittorio Caissotti
di Chiusano, antico gentiluomo piemontese, ma presidente più di nome
che di fatto.
Era la primavera del '95 quando scattò l'operazione Ribaltone. Umberto
Agnelli, tagliato fuori dal vertice Fiat per ordine di Cuccia, che pretese
la riconferma del duo Gianni Agnelli-Cesare Romiti, chiese almeno il controllo
della squadra di famiglia. E l'ottenne. L'epurazione, nella sede di Piazza
Crimea, fu totale. Tutti gli uomini di Boniperti, dall'allenatore pluridecorato
Giovanni Trapattoni all'ultimo dei magazzinieri, dovettero fare le valigie.
All'insegna della «modernità» e della «managerialità».
Gli ultras, sulle prime, non gradirono. Un po' perché Antonio Giraudo
- un passato di manager Fiat, poi silurato da Romiti e ripescato da Umberto
che lo dirottò al Sestriere - era accusato di essere un simpatizzante
del Torino. Un po' perché già allora si parlava dell'imminente
avvento di Moggi, vecchia volpe del calcio italiano, ma noto in città
per i suoi ripetuti incarichi in casa granata. Così fu ingaggiato Roberto
Bettega, senza grandi responsabilità operative ma utilissimo, con il
suo palmarés di «bandiera» bianco-nera, per tacitare le
perplessità della curva. Moggi restò a lungo nell'ombra: ragioni
di stile imponevano che risolvesse prima le sue pendenze giudiziarie era indagato
per favoreggiamento della prostituzione, per via di alcune donnine infilate
nel letto di arbitri internazionali ai tempi del Toro di Borsano). E quando,
per un cavillo, strappò il proscioglimento, la sua presenza clandestina
potè essere ufficializzata. È lui, Lucianone detto «Paletta»
per un passato remoto di vicecapostazione a Civitavecchia, il vero regista
delle alleanze con il Milan berlusconiano, del rinnovato superpotere bianconero
nella Federcalcio e nell'Uefa, ma soprattutto delle campagne acquisti. Campagne
tanto contestate a priori quanto apprezzate a posteriori: sia per i risultati
ottenuti, sia per il robusto risanamento dei bilanci. Pochi acquisti altisonanti:
Paulo Sousa, Boksic, Zidane, Ferrara, Inzaghi. Tante cessioni clamorose: Dino
e Roberto Baggio, Vialli, Vieri, gli stessi Sousa e Boksic. Critiche, polemiche,
perplessità, ma alla fine i risultati han sempre dato ragione al clan
umbertiano. Anche perché Marcello Lippi - il nuovo, bravissimo e antipaticissimo
allenatore -ereditava una squadra già praticamente fatta da Boni &
Trap, con uomini-chiave del calibro di Peruzzi, Torricelli, Conte, Del Piero,
Tacchinardi eccetera.
Fin qui, le luci. Le ombre però sono altrettante, grazie all' Operazione
Antipatia pervicacemente perseguita in questi tre anni. Un triennio di incidenti
diplomatici e a profusione. I rapporti troppo stretti con le frange più
scalmanate degli ultras. Le denunce per la presunta gestione scorretta dei
biglietti. L'assurdo braccio di ferro col Comune per lo stadio, che a sentire
il quartier generale juventino costerebbe troppo al punto da giustificare
la costruzione di un nuovo impianto. La guerra continua ai giornalisti dissenzienti:
insultati (Giraudo ne paragonò uno addirittura a Mino Pecorelli finendo
querelato e rinviato a giudizio), esclusi dalla tribuna stampa, cacciati dal
campo d'allenamento, puniti con silenzi-stampa ad personam, addirittura denunciati
al tribunale civile con richieste di danni miliardarie. Maurizio Crosetti
di Repubblica, una delle vittime del «nuovo corso», ha scritto
che «lo stile Juventus è diventato l'ostile Juventus».
E non è finita: a tre anni di distanza, ancora si parla della partita
«di beneficenza» in ricordo di Andrea Fortunato il difensore morto
di leucemia, per la quale la Juventus pretese un ingaggio di 200 milioni.
Come pure il rifiuto della società di partecipare a un incontro amichevole
a Pontedera per commemorare la morte di Giovannino Agnelli. Per non parlare
dell'infausta serata di «Juvecentus» con cadute di stile come
il mancato invito a Boniperti alla presentazione e con la vedova Scirea trasformata
in testimonial di una celebre marca di orologi. Tutti scivoloni che hanno
reso sempre più nervoso l'Avvocato. L'anno scorso, dopo la sconfitta
contro il Borussia Dortmund nella finale di Champions League. Bettega si scagliò
contro l'arbitro Puhl, a suo dire germanofilo. Il senatore a vita si precipitò
a sbugiardarlo: «Sciocchezze, dobbiamo imparare a perdere». Pochi
giorni dopo, l'Avvocato giurò pubblicamente che mai Vieri sarebbe stato
ceduto: «Me l'ha assicurato Moggi». Due giorni dopo Vieri era
dell'Atletico Madrid. E pare che Gianni Agnelli non abbia per nulla gradito
la figuraccia in cui era stato indotto. Due mesi fa, alle prime difficoltà
della Juve nel rush finale del campionato e alle ripetute denunce avversarie
sui favoritismi arbitrali, Moggi ha inscenato un piagnisteo vittimistico,
dipingendo la società come «sola contro tutti». L'Avvocato.
ancora una volta, ha storto il naso. E s'è legato al dito anche questa.
Di tanto in tanto. si parla di un nuovo ribaltone per riportare gli amici
di Gianni al vertice. Ma la cosa - vera o falsa che sia - è sempre
rimandata a data da destinarsi. Perchè la Juve ha continuato a vincere
anche quest'anno che inizialmente poteva sembrare «di transizione».
Squadra che vince non si cambia, anche se si rende antipatica. E l'Avvocato
deve pazientare ancora, sebbene sia molto tentato di riprendersi il giocattolo
preferito per allietarsi la vecchiaia, soprattutto adesso che è ufficialmente
in pensione dalla Fiat, che suo fratello ha vinto la battaglia con Romiti,
e che l'eterno pupillo Michel Platini sta per ultimare il mandato di patron
dei mondiali di Francia, libero dunque di tornare - eventualmente - a Torino,
alla corte della Real Casa. La Trojka, dunque, è confermata (e sia
Moggi che Giraudo hanno finora resistito alle sirene di Moratti, che li vorrebbe
all'Inter). Semprechè, s'intende, la Juve porti a casa anche quest'anno
almeno un trofeo «pesante»: scudetto o Champions League. Se invece
dovesse andare tutto storto, la guerra di successione si aprirebbe immantinente.
E i fratelli Agnelli, tornati amici in casa Fiat, potrebbero incominciare
a contendersi le grazie della Vecchia Signora.
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