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Un nuovo modo di essere tifosi
Valiant
Sono venuti e ci hanno preso i giovani.
Hanno preso il settore giovanile migliore d’Italia e lo hanno disciolto
nell’acido di una contabilità fasulla.
Sono venuti e ci hanno preso il posto che ci compete nel
calcio italiano.
A noi e alle squadre sorelle, Fiorentina, Genoa, sorelle per base di valori,
storia e attaccamento alla maglia. Hanno preferito dei comprimari più
docili. A loro poi l’hanno fatta anche più sporca, regalando quanto
non era stato guadagnato sul campo: nella loro logica, la stessa mano che toglie
può dare, e quindi deve essere baciata.
Sono venuti e ci hanno tolto la maglia.
Hanno persino stinto il colore della maglia, e il ripristino del colore giusto
quest’anno non diminuisce affatto l’offesa patita l’anno scorso.
Sono venuti e ci hanno tolto l’orgoglio.
Ci hanno portato a livelli di frustrazione e avvelenamento tale da farci dimenticare
per un momento la nostra dignità, e ricorrere ad una reazione esasperata
quanto impotente e stupida. La criminalizzazione e la gogna mediatica erano
giusto lì, pronte a scattare come una tagliola al nostro primo errore.
Sono venuti e ci hanno tolto i ricordi.
Hanno lasciato che il luogo della nostra memoria andasse in rovina, e hanno
fatto progetti per sostituirlo con supermercati in cui vendere detersivi con
cui la loro coscienza comunque non si lava.
Sono venuti cercando di toglierci il nostro futuro.
E qui NOI abbiamo capito. E qui LORO hanno sbagliato.
Noi abbiamo capito, per primi
in Italia e forse in Europa, grazie alla nostra cultura di tifosi.
Noi sappiamo bene che essere tifosi è ben di più che agitare una
bandiera, ma piuttosto ESSERE LA BANDIERA.
Non è un caso che i primi mettersi in gioco siano stati le bandiere del
passato. Sarà anche una strategia della società per imbonire i
tifosi, ma Zac, Cravero e Rossi potevano fare mille altre scelte più
facili e remunerative, e non le hanno fatte.
Io ricordo Cravero dopo Amsterdam, che all’intervistatore che gli sta
facendo comunque i complimenti per la bella partita, risponde con più
rabbia che delusione: "…sì, ma stasera la coppa la alzano
loro…".
Un uomo che parla così è in cerca di rivalsa, non si darà
pace finché non la trova.
E quindi non puoi sbarrargli il futuro.
E noi siamo tutti un po’ così, con quel desiderio di rivalsa e
quella rabbia che non ci dà pace.
Ma la rabbia va usata, non puoi farti usare da lei.
Abbiamo capito allora che oggi il modo vero di essere tifosi è quello
di essere attivi, non spettatori ma attori, responsabili di ciò che va
in scena.
La Marcia dei 50.000 è stato il segno che avevamo
capito.
Azionariato popolare, radici sul territorio, rete di pre-osservatori volontari,
iniziative ancora confuse, ma che nessuno potrà davvero strumentalizzare,
se ciascuno di noi avrà chiaro da dove nascono.
Nascono dalla nostra identità, dalla nostra pelle, e dalla voglia di
giocare a pallone.
Loro hanno sbagliato.
Hanno deciso di portarsi via il pallone, perché erano
convinti di averlo comprato?
Bene, se ne tornino a casa, facciano il loro campionato con la stessa credibilità
del Mondiale di Wrestling.
Noi andiamo avanti, a giocare al calcio, quello vero, anche se dovessimo farlo
ripartendo da un pallone di stracci.
Hanno dimenticato che il calcio è prima di tutto un gioco, e non un business.
Perciò, meglio un calcio che riparte dal basso, più povero e senza
spot pubblicitari.
Ma autentico.
Se lo facciamo, vedrete come cambieremo le regole di questo
calcio, che ora ci sembrano così inchiodate nel muro.
Vedrete quanta gente ci verrà dietro, anche proveniente da altre fedi
calcistiche, ma con lo stesso desiderio di futuro.
Perché alla gente, e a noi per primi, scegliersi un futuro autentico
è in realtà la cosa che interessa di più.
A partire da questa consapevolezza, il nostro nuovo modo di essere tifosi ci
permetterà, al di là delle parole, di fare cose molto concrete.
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