Noi del Toro siamo tipi strani.
Abbiamo un modo di vedere il calcio diverso da tutti gli altri tifosi.
Sarà per mia personale simpatia per lo sport d’oltremanica, ma
trovo che il nostro sia un approccio molto “britannico” al tifo,
inteso nel senso più pugnace e genetico del termine, e questa condizione
a volte ci spinge ad eleggere a nostri idoli strani personaggi, spesso pazzi
come noi, giocatori che spesso le altre squadre non vorrebbero neanche regalati.
Don Chisciotte del calcio, ne vivono ai margini, piccoli idoli di periferia,
spesso portatori di grandi pregi e di enormi difetti, la cui improbabile concomitanza
provoca quella scintilla di follia che accende la nostra passione.
Ricordo bene quel giorno, come se fosse ieri.
E lo ricorderò sempre, almeno fino a quando la vecchiaia o qualche strano
morbo non si divertiranno a sciogliere i precari legami che uniscono le tessere
della mia memoria.
Ricordo la tensione, la insita crudeltà, e l’emozione struggente
di quella partita.
Una piccola finale, una parentesi di pura lotta e di epica micro-storia tra
disperati.
Ricordo il passare crudele e inarrestabile del tempo, ora più lento,
ora più veloce, ma ogni minuto scandito con forza, come una sentenza,
verso la gloria o verso l’oblio, correre in discesa, come un fiume, fino
al momento più bello e più tragico, il verdetto inappellabile.
E ricordo lui, il mio idolo, un integro onesto mancino inglese, forte, preciso,
che a stento mascherava sotto un velo di timidezza un ruggente carattere da
leader, e che leader sarebbe diventato, se il destino infame e l’età
non più giovanissima non avessero tramato contro di lui.
Chiudo gli occhi e lo guardo alzarsi, raccogliere il pallone e prenderlo sotto
braccio,e avviarsi con il passo lento di chi sa di dover svolgere un compito
importante, sicuro quanto basta, con la forte emozione racchiusa in una qualche
scatola da qualche parte dentro il suo stomaco, protetta dalla ruvida scorza
di tanti anni di battaglie.
Lo vedo avanzare verso l’area di rigore, con il pallone sorretto sulla
mano aperta, e d’improvviso fermarsi, ed alzare una mano per proteggere
gli occhi da schegge di luce, da un crudele raggio di un sole quasi estivo.
E riprendere ad avanzare, e abbassarsi a posare il pallone sul dischetto di
rigore, trattandolo con cura, quasi con delicatezza, come per cercare in lui
un fedele alleato, che aiuti a vincere la fragilità umana di quel momento,
a gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Lo osservo rialzarsi, e il mio cuore sussulta, è lui, è il mio
idolo, vecchio guerriero forgiato dal tempo, quasi freddo, incurante dei fischi
e degli sbeffeggi avversari, indietreggia si allontana dal fido alleato pronto
a sbatterlo lì dove deve andare, a gonfiare la rete, in onore e gloria
di chi porta isuoi colori.
Non si guarda intorno, non cerca sostegno, quel momento è suo, è
solo suo, e vuole goderselo e sfruttarlo e assaporarlo e ingoiarlo e tenerlo
nella pancia per sempre.
Solleva un piede, battendone la punta sul terreno, quasi a saggiarne la consistenza,
e il suo corpo si tende, rigido ma flessuoso, elastico, pronto a scaricare su
pallone tutta la sua atletica energia potenziale, l’esperienza, tutto
il sacrificio, tutta una vita.
E il pallone viene colpito, rapidamente, come sparato da un fucile mancino,
con un rumore sordo ma netto, pulito, il rumore che fa quando sai di averlo
preso in pieno, di averlo colpito bene, di averlo mandato proprio dove tu volevi
che andasse, e rimani imbambolato ad osservrarlo, veloce e lento al tempo stesso,
e ti alzi, vedi che è fatta, e il tuo stomaco si gonfia, eruttando verso
l’alto un urlo di gioia, e liberazione, e gloria, che è la fine
della sofferenza.
Poi d’ improvviso quel suono, quel vile, infame, piatto suono di un ferraccio
infimo, leggero, vuoto, dei tuoi sogni che si infrangono in un’istante,
sbriciolati da un piccolo, insignificante ottuso millimetro di geometria imperfetta,
eppure così imprescindibile, inesorabile, immodificabile, insostituibile.
E il pallone che rimbalza, idiota e strafottente palla di carne, e ti osserva,
vivo e dispettoso e crudele, ti raggiunge rotolando e ti fissa, fermo, sputandoti
in faccia la fiducia che gli avevi regalato, mentre intorno tutto è caos,
e gioia e disperazione.
E il mio idolo resta immobile, incredulo, abbassa lo sguardo, con le mani sui
fianchi, e si gira, ritornando lentamente da dove era venuto,alle periferie
scevre e sabbiose e disperate, tra gli osceni e rumorosi dileggi di chi gode
delle disgrazie altrui.
Così come era arrivato scompare, inghiottito dall’oblio, lasciando
un ricordo netto, pulito eppure così spiazzante, contrastante, contraddittorio.
C’è un piccolo cuore di gloria dentro certe sconfitte.
Un piccolo, insignificante, a volte invisibile, cuore di gloria.
Vivo, forte, pulsante.
Alimentato dalla tua consapevolezza di aver fatto tutto il possibile, ma di
aver fallito perchè Dio ha voluto così.
Quel piccolo, tremendo cuore, è una scheggia di luce.
Mario.