Quotidiani, televisione e web, non sono stati indifferenti davanti a questo favoloso evento. Qui di seguito vi propongo qualche articolo.

5-5-2003
da La Stampa (Prima Pagina)
di Massimo Gramellini
Il volto sano del calcio

MISSIONE compiuta. Se un imprenditore coraggioso, quindi vero, decidesse finalmente di comperare il Toro, adesso sa cosa lo aspetta. Noi. Una «clientela» che sfugge alle fredde indagini di mercato. Perché davvero nessuno, nemmeno il sottoscritto che lanciò l'idea su questo giornale, poteva immaginare che oltre cinquantamila tifosi provenienti da ogni regione d'Italia - in una domenica di ponte e di bel tempo ma soprattutto il giorno dopo essere retrocessi nel modo peggiore in serie B - avrebbero trovato la forza di sfilare pacificamente con le loro bandiere per le strade di Torino. Dicono che una cosa del genere non si fosse mai vista al mondo, neanche al cinema. Ieri si è vista. E speriamo di rivedere presto in tv anche quei soloni che dopo gli incidenti di Torino-Milan pontificarono sul teppismo congenito della tifoseria granata, facendo finta di non sapere che dietro certe reazioni sbagliate e minoritarie non c'era un capriccio, ma il malumore cupo di chi da almeno un decennio subisce solo inganni e umiliazioni. Non si è verificato un solo gesto di violenza in tutto il corteo. Il cuore fa di questi scherzi. In compenso sono comparse le famiglie, quelle che tutti i dirigenti di calcio sognano di riportare negli stadi e che ieri hanno invaso i ruderi del campo Filadelfia e poi piazza San Carlo: anziane signore avvolte dentro bandiere che sapevano di naftalina, nonni col distintivo del Grande Torino appuntato al bavero della giacca che tenevano per mano nipotini con la maglia di Lucarelli (povere creature), papà e mamme granata su bici granata con bimbi granata nei portapacchi granata. C'era anche una nutrita delegazione di cani infiocchettati coi colori sociali che commentavano fra loro le prodezze di Fattori nel derby. La manifestazione di amore per il Toro non poteva essere più eloquente e assoluta. Così come la dichiarazione collettiva di sfiducia nei confronti del proprietario momentaneo del Torino Calcio. Se fosse un politico, oggi stesso Cimminelli dovrebbe andare a dimettersi nelle mani di un presidente della Repubblica Granata che purtroppo non esiste. Per fortuna sono in tanti, e da ieri sera anche di più, i tifosi che stanno sondando industriali di ogni settore, affinché qualcuno si decida a uscire allo scoperto. Da una giornata come questa ogni partecipante si porta a casa tante speranze e qualche certezza: per esempio che non si possono globalizzare le emozioni e che quindi nessuno riuscirà a ridurre il calcio a un giochino a tre per juvemilaninter perché l'altra mezza Italia non ci starà mai. Nel cuore restano molte immagini. La mia preferita è quella di un papà sul prato del Filadelfia, rasato di fresco dagli «angeli» di Gianni Bellino, che prende per mano i due figli sciarpati di granata e comincia a correre con loro urlando: «Ragazzi, qui sopra correvano quelli là: il Grande Torino!». Anche adesso a scriverla mi viene da piangere. Scusate, è che sono un po' scemo. Però da ieri so di essere in buona, anzi in ottima compagnia.

5-5-2003
da La Stampa (Sport)
di Gian Paolo Ormezzano

TORINO - Il miracolo di una straordinaria, immensa festa di un popolo calcistico all'indomani della sua condanna al cosiddetto inferno della serie B si è dipanato ieri a Torino per sette ore: da quando - erano le 8 - il campo di via Filadelfia ha cominciato a riempirsi di gente in granata a quando quella stessa gente ha finito di lasciare - erano le 15 - piazza San Carlo. Nelle sette ore della giornata dell'orgoglio granata, da un'idea di Massimo Gramellini, la sfilata dal Filadelfia alla Torre Maratona dello stadio Comunale al cippo di Gigi Meroni in corso Re Umberto, e l'approdo al posto dove la città meglio celebra i suoi amori, le sue allegrie. Gli esperti contabili di assemblee hanno parlato di cinquantamila, liofilizzati in un gruppetto di ex calciatori granata, da quelli del passato lontano a quelli del passato prossimo a quelli del presente societario, che sono saliti a Superga, dove accanto alla lapide hanno recitato, insieme con parenti dei caduti del 4 maggio 1949, preghiere laiche e giuramenti sportivi, dopo che le autorità, lassù con i deputati granata di Montecitorio, avevano deposto fiori. Da Superga è calata alla piazza la videocassetta della cerimonia, e la proiezione ha rifinito una fine mattinata ed un primo pomeriggio in cui Piero Chiambretti, più in forma da quanto dichiarato dai bollettini medici che stanno sincopando la sua ripresa da una seria rottura di ossa, ha irrorato la tifoseria di presentazioni, memorie, storie, interviste a calciatori-guru, filmati gloriosi ed epica di gol nel derby. Con una regia aperta, elastica, fiduciosa nel prossimo anche se trasformato in tribù, in calda valanga umana. Polemiche fisiologiche e niente più, nell'insiene molta civiltà dentro moltissimo amore per il Toro. E molti altri «molti»: molti giovani, molte donne, molti bambini, molto colore granata, molti striscioni, molte bandiere, moltissime magliette della serie «io c'ero», molti cori, molti slogan, molto vino, molto sole come non mai il 4 maggio dal 1949. Molti felici, molti partecipi, molti increduli e poi convertiti, molti occupati a far andare tutto bene (organizzazione pefetta di gente che ha voluto guadagnare soltanto strette di mano, al massimo abbracci). Molta dignità, molto orgoglio granata, molta antijuventinità comunque mai trucida. Molte lacrime, anche, e specie a Superga. Molta allegria di naufraghi, massì, se uno vuol proprio pensare a come è andato male questo campionato, a come è malandata la squadra. Ma anche molte assortite lezioni di sportività, di entusiasmo comunque, quantunque, dovunque, di voglia di prendere un sole speciale, unico, al quale sbronzarsi più che abbronzarsi. Non funziona troppo automaticamente, secondo noi, il pensiero di cosa farebbe questo stesso popolo in caso di successo, di scudetto. Sarà pure la teoria delle scarpe strette, ma per provare follemente e civilmente insieme certe gioie bisogna essere molto allenati a certi dolori. Ieri la gente granata non era felice, ci mancherebbe altro. Era serena, e trattasi di conquista dura, che non passa attraverso nessuna euforia da vittoria, meno che mai da dominio. Grande giornata, grande orgoglio, grande lezione, grande segnalazione, grande esclusiva: chi e come e dove saprebbe fare la stessa bellisima cosa subito dopo - restiamo pure nel mondo dello sport, anche se secondo noi l'interrogativo potrebbe allargarsi - una botta come quella della retrocessione?

5-5-2003
da La Stampa (Sport)
di Roberto Condio

TORINO - Non poteva essere e non è stato un 4 maggio qualsiasi, a Superga. Mai visto un sole così, lassù, nel giorno dell’anniversario della tragedia degli Immortali. Mai vista tanta gente: una processione continua di reduci dalla marcia dell’orgoglio e da piazza San Carlo. Saliti a piedi, in bici, in auto, col bus: dalle 9 di mattina alle 5 della sera. Tutti con qualcosa di granata addosso, in mano. A testa alta, nonostante la serie B diventata triste realtà il giorno prima. Tutti venuti a rendere omaggio ai Grandi che furono, per scovare nel loro ricordo l’energia e il coraggio per ripartire da zero o poco più. Per ritrovare una squadra e una società in cui credere dopo la peggior stagione di sempre. Tanta gente comune, tifosi che magari, a furia di beccar batoste, allo stadio non ci vanno nemmeno più. Tante facce conosciute, anche. Politici di fede granata, parlamentari e non. Sergio Chiamparino in testa. «È il segno di un nuovo inizio - dice il sindaco di Torino -. Paradossalmente, è stato un bene che la retrocessione sia cosa freschissima. Così, il taglio col passato, il significato di questa giornata, è più netto. La ricostruzione deve partire dalla nostra memoria e dal nostro orgoglio, ma non può trascurare il problema di una proprietà forte, magari abbinata a una forma di azionariato popolare». Poi, tanti ex giocatori, «bandiere» dei tempi belli e ruggenti, del Toro più vero: Albrigi e Rosato; Puja, Cereser e Rampanti; Claudio Sala, Zaccarelli e Santin, uomini del tremendismo che fruttò l’ultimo scudetto; Comi e Francini; Annoni, Benedetti, Cravero, Fusi e Mussi, simboli della squadra che nel 1992 perse in finale una Coppa Uefa maledetta e l’anno dopo vinse la Coppa Italia. Glorie, più o meno vecchie, della storia granata. Felici di esserci, commosse nel partecipare al ricordo delle 31 vittime del 4 maggio 1949, unite nel sottoscrivere il «Giuramento di Superga», letto dal nostro Massimo Gramellini, ideatore della giornata dell’orgoglio; da Carla Maroso, vedova di Virgilio; da Amos Ferrini, figlio di capitan Giorgio; da Gustavo Giagnoni senza colbacco; da Claudio Sala, «poeta» dello scudetto del 1976; da Luca Fusi, ultimo capitano granata con un trofeo da sollevare; da Valerio Beccaria, giovanissimo simbolo del settore giovanile del Toro. Una staffetta di parole sentite, un ponte ideale tra passato e futuro, per provare a cancellare in fretta un presente troppo pesante da sopportare. Giagnoni, 71enne in formissima, è arrivato da Mantova apposta. Gli hanno fatto leggere il passo dei giuramento che reclama «una squadra con cuore, testa e piedi degni della maglia che indossa». «Parole belle, sante: il Toro è questo. Ma è anche l’entusiasmo di questi tifosi unici, un patrimonio incredibile che non può essere sciupato. E guai a chi dice che soltanto chi ha una certa età può ancora essere granata: io giro fra i club e vedo tanti giovani, gente che ama il Toro come lo hanno amato i loro padri e i loro nonni. Come lo amo io, disposto a rispolverare il mio famoso colbacco che, dicevano, portava fortuna, per calarlo sulla testa del “nostro” nuovo allenatore». Un bel po’ di chilometri li hanno fatti anche Fusi (accompagnato dalla moglie e dai due figli), Mussi (venuto da Massa col figlio) e Annoni. «Tutta questa gente, tutto questo calore il giorno dopo una retrocessione in serie B non mi stupisce - assicura “Tarzan” -. Solo i tifosi del Toro possono fare cose del genere. Meritano una società che allestisca una squadra che combatta come ha combattuto la mia». Tutti d’accordo, gli altri ex. Dice Angelo Cereser: «Qui comincia l’anno zero». Aggiunge Giorgio Puja: «Il Toro è questa gente, è questo entusiasmo da cui si può e si deve ripartire». Claudio Sala ci spera: «Siamo vivi più che mai, se nel peggior momento della nostra storia siamo riusciti a radunare questa marea umana». Un tesoro che chi lavora per Cimminelli ora più che mai non può permettersi di dilapidare. Garantisce Roberto Cravero, il ds: «Tutti insieme possiamo riportare il Toro in alto: magari fra un anno, di questi giorni, saremo qui a festeggiare, di ritorno nel posto che ci compete». S’impegna Renato Zaccarelli, il dg: «Dobbiamo ripartire da questa situazione negativa per riportare queste persone allo stadio ad incitare la loro squadra. Se ne sono accorti tutti, adesso: di gente che vuole bene al Toro ce n’è ancora tantissima».

5-5-2003
da La Stampa (Sport)
di Claudio Giacchino

TORINO - STRABILIANTE. Commovente. Unica. Come definire diversamente la domenica dell’«Orgoglio granata?» Ventiquattr’ore dopo la caduta in serie B del Torino, caduta che più vergognosa, indecente non sarebbe potuta essere, cinquantamila tifosi hanno sfilato in città urlando la propria fede calcistica. Sì, avete letto bene: cinquantamila sono state le persone che hanno marciato sventolando bandiere, distendendo sciarpe, intonando cori, saltellando ritmicamente sui piedi, applaudendo gli slogan gridati dagli ultras, insultando Cimminelli, il patron di una società e una squadra allo sbando. Mai, nella storia del pallone, italiana e mondiale, una retrocessione era stata festeggiata: la gente del Toro l’ha fatto, con un trasporto e una partecipazione tali da iscrivere questa giornata negli annali del football e del costume. Gli organizzatori si attendevano «dai ventimila tifosi insù». Che calcolo per difetto! Alle 9,30, mezz’ora dopo l’inizio del raduno, davanti alla spianata in cui è stato ridotto il leggendario stadio Filadelfia, è già raggrumata una folla di gran lunga superiore alla più prudente previsione. I primi sono arrivati alle 8: la spianata era, sino a pochi giorni fa, il regno dell’immondizia e delle erbacce. Quella e queste sono state estirpate da Bellino e i suo «angeli»: volontari che hanno ripulito quello che è stato il terreno di gioco calcato da Valentino Mazzola e i campioni morti a Superga trasformandolo in un’area linda sulla quale don Aldo Rabino, il cappellano del Toro, ha celebrato la messa. Messa en plein air, dentro una foresta di vessilli e magliette che continua a crescere di minuto in minuto sotto lo striscione «Casa del popolo granata» che sovrasta i piloni dello stadio raso al suolo. Rapidamente, il serpentone s’allunga giù per la strada sino laggiù, in fondo, all’incrocio con via Giordano Bruno. Sessanta pullman, intanto, hanno scaricato tifosi che giungono dalla Lombardia, dal Veneto, dall’Emilia, un bus è partito alle 3 da Pesaro, un altro la sera prima da Roma. Da ogni parte della città è un fiume di gente che converge sul Filadelfia. Alle 10,35 la marcia dell’Orgoglio comincia. In testa gli ultras, reggono lo striscione «Il Toro siamo noi». Dietro, centinaia di metri di corpi pressati l’uno sull’altro, di pugni levati al cielo a scandire «Toro, Toro». A fianco del corteo, un altro fatto di nugoli di biciclette, carrozzine con bambini, uomini e donne con al giunzaglio cagnoni, cani, cagnetti avvolti in bandierine toriniste. I marciatori: ragazzi, trentenni, signori e signore di mezz’età, in età. Tutti hanno qualcosa di granata: il cappellino, il foulard, un drappo, la sciarpa, i più la maglia, la maggior parte con sulla schiena un numero e il nome di un giocatore: Fusi, Annoni, Bruno, Policano, il mitico 7 che appartenne a Claudio Sala, l’11 di Paolo Pulici, il 9 di Graziani, l’8 di Giorgio Ferrini. Nessun nome dei fedifraghi della vergognosa retrocessione, manco una maglia dei campionati della gestione Cimminelli ché quasi tutte hanno sul petto la scritta «Beretta», lo sponsor dell’ultimo Torino d’onore, quello che vinse la Coppa Italia dieci stagioni fa e infiammò i cuori con le notti del Real Madrid e dell’Ajax. Il corteo è così lungo che la testa sosta davanti alla curva Maratona del Comunale e la coda sta appena sfilando davanti ai ruderi del Fila. La marcia si dirige verso il centro: breve indugio in corso Re Umberto, sotto le finestre di Attilio Romero, il presidente dell’attuale sfacelo: la casa è presidiata dalla polizia, gli agenti sono assordati dalle contumelie. Al numero 46 di corso Re Umberto, centinaia di persone attendono i «marciatori». Attorno alla fotografia di Gigi Meroni fissata al palo e circondata di rose rosse: qui, nell’ottobre 1967, Gigi morì. Alla pensilina della fermata del tram è stata appesa una gigantografia del volto della Farfalla granata. Il corteo si ferma, si leva assordante l’onda vocale: «Gigi Meroni, c’è solo Gigi Meroni». Una ragazza ha portato una gabbietta, dentro un’atterrita gallina. Perché Meroni, ragazzo che amava stupire, una volta passeggiò per via Roma con una gallina al guinzaglio. Tifosi e tifose s’inginocchiano davanti al cippo, molti fanno il segno della croce, alcuni baciano la foto della Farfalla granata su cui è incollato un biglietto: «Non sono presente per motivi di salute ma vi sono vicina con il cuore. Sempre forza Toro. Enrica Genesio». A mezzogiorno e un quarto le avanguardie dell’«Orgoglio» approdano in piazza San Carlo dove migliaia di persone sono in attesa sotto il sole, attorno al palco e al megaschermo. In breve il cuore della città si rivela piccolo per la folla del Toro, un grande striscione è srotolato sotto il Caval ‘d Bröns: «La nostra fede non retrocede». Cori contro Cimminelli, dopo sei chilometri di cammino la gente non è affatto stanca, si scatena in grida d’amore per il Toro (e d’odio per la Juve) sotto la guida di Tony, ras degli ultras. Sino alle 14,30 i cinquantamila fanno festa e invocano una nuova dirigenza commuovendosi alle immagini che scorrono sullo schermo, raccontando la toccante cerimonia avvenuta alle 11 a Superga e ricordando i derby felici: il filmato è una gragnuola di gol alla Juve, ma un certo punto compare la scritta 40 a 0 per i granata sui cugini. Entusiasmo allo zenith, gradinate di olè per il gran cerimoniere Piero Chiambretti e per Massimo Gramellini, l’ideatore della marcia che dice nel microfono: «Grazie a tutti per essere venuti, voi siete la dimostrazione che il Toro c’è, che torneremo grandi, appena un imprenditore che ha a cuore la nostra maglia ci comprerà». Poi, mentre una piccola legione sale a Superga, i più tornano a casa. Felici di aver festeggiato «il giorno in cui il Toro, appena retrocesso, è rinato» e speranzosi che prima o poi finiscano i tempi grami. Che domenica strabiliante, commovente, unica.

5-5-2003
da La Stampa (Sport)
di Pierangelo Sapegno

TORINO - SONO tutte facce da buona borghesia. Alle 9 del mattino li vedi alla fermata dell'autobus che va al Filadelfia, con la sciarpa del Toro e la maglia granata, papà, mamma, figli. Qualche volta c'è pure una nonna, con la permanente come si faceva negli Anni 60 e i capelli così bianchi che brillano. Ma che cos'è il Toro? Forse, un pezzo di città. Dai balconi applaudono. Dalle finestre spunta qualche drappo. Le bandiere grandi ci sono al Fila, e c'è una marea di gente che calpesta il prato e le rovine, un mucchio fatto di uno stesso colore. Quando varca quel cancello, uno piange, come Renato Fissore: «Guarda quanti siamo. Piango di gioia, non di dolore». Claudio Sala piega la testa, mormora: «Solo noi possiamo fare una cosa così». E a piazza San Carlo c'è un disco che canta: «Mio padre andava sempre al Comunale, c'era il Torino da sognare...». Aspettano anche qui, con le maglie, i bambini, le bici appoggiate ai portici. Mangiano i torcetti e i grissini, vendono il «Fegato granata» e La Stampa, passeggiano nel sole come su un sagrato, dopo la Messa, il giorno della Festa. Si salutano tutti come se incontrassero un fratello, anche se non si conoscono. Ma che cos'è il Toro? Giacomo Ferri, l'allenatore, quasi trattiene le lacrime: «Entrare al Filadelfia, vedere questi colori bellissimi, guardare queste facce, sentire questa festa, il giorno dopo che siamo scesi in B. Solo i tifosi del Toro riescono a fare una cosa del genere». Qui in mezzo, è come guardare un mondo alla rovescia. Forse, non bisogna capire. Non esiste nessun altro che celebri la sua sconfitta più grande: la morte dei tuoi campioni, la fine di una stagione. E' come se il fascismo si celebrasse il 25 aprile, o il comunismo ricordasse ogni anniversario del 1989, come se i Savoia ordinassero la loro Messa il 2 giugno, quando la Repubblica li cacciò. Eppure, ci dev'essere qualcosa che va al di là delle nostre miserie in tutto questo. Che cos'è il Toro? Questo giovanotto con gli occhiali da sole per nascondere il sonno, che è arrivato alle 6 e 20 del mattino, quando questa domenica aveva solo le luci dei lampioni accese e quelle del cielo erano ancora spente. E' venuto su da Bari in treno, con la maglia granata e un paio di jeans. Dice che ha fatto più di mille chilometri da solo. «Mio padre è tifoso della Fiorentina. Io sono diventato del Toro guardando una partita alla tv. Avevo 11 anni, era la stagione 86/87 e noi fummo eliminati in Coppa Uefa dal Tirol Innsbruck per colpa di un arbitro. Patii tanto che mi affezionai». Un altro è venuto da Casarano, Lecce, su quello stesso treno. Ma anche lui ha viaggiato da solo. Quelli del Toro sono abituati a non cercare le masse. Porta uno striscione bianco e sopra ci ha scritto «Casarano granata». Davvero? Quello è il paese di Miccoli, stella nascente della futura Juventus. Ma quanti siete tifosi del Toro dalle vostre parti? «Solo noi, la mia famiglia: siamo in 5». Nessuna delusione: «Casarano ha ventimila abitanti e 19 mila sono gobbi. Ma noi esistiamo». Forse è questo il Toro? E che cos'altro? La giornalista che continua a chiedere: «Ci piace soffrire?». Roberto Cravero, bandiera granata: «Tutti gli aggettivi scompaiono quando vedi una giornata come questa, quando vedi tutta questa gente unita in una sconfitta, in un momento così. Che cos'è il Toro? Oggi dico che è una emozione, solo questo, una grande emozione». Poi tutti in fila, camminando piano sotto al sole. E' una domenica di paese come ce n'era un tempo, con i bambini per mano e le macchine fuori dai portici, quando si scendeva a piedi la stradina che va in Chiesa. Gian Paolo Ormezzano dice che il Toro è anche una memoria, quando l'Italia usciva da un triste e brutto periodo e c'era dolore e miseria, «e la squadra granata giocando al pallone crebbe con la storia». Dal palco, in piazza San Carlo cantano: «Siamo noi quelli del Toro che hanno un cuore d'oro. Siamo tanti e non abbiamo età». Ci sono bambini ancora sulle carrozzelle, o sulle spalle di papà. Ce n'è una che ha otto anni e la maglia granata che le arriva alle ginocchia. Giornalista sofferente: «Che cosa vuol dire essere tifosi del Toro?» E lei, sbigottita: «Non lo so». Amare la sofferenza, le spiega la giornalista buona. Vorremmo intervenire a liberare la piccola: ma perché la vita deve essere solo come un film di Pupi Avati? Dove sta scritto che la sfiga bisogna per forza amarla o farne un capolavoro? Non ci si può provare a liberarsene? Chiara, 7 anni. Perché il Toro? «Boh!» Martin, 6 anni: «Non so. Me l'ha detto papà». Raul, 8 anni: «Perché l'importante è non essere gobbi». Marco, papà di Raul: «Significa ricordare. Io ho iniziato a esserlo quando è morto Gigi Meroni». Sandra e Daniela, 8 e 10 anni: «Ci ha portati la mamma». Mai vista una partita? «No». Vi piacerebbe vederla? «Se è come oggi sì». La voce della speranza: si ama una festa, non il dolore. Un'altra mamma, la signora Chiara, da Pinerolo: «Io ho insegnato ai mei figli a essere del Toro. Poi un giorno li ho portati a vedere il derby. Abbiamo perso e quando siamo usciti trattenevo i lacrimoni agli occhi. Mi sono pentita e gli ho detto: da questo momento scegliete voi per chi fare il tifo. Volete essere della Juve? E loro mi hanno risposto: no, mamma. Siamo del Toro». Dal palco, una canzone: «Questo grande Toro vive in me...» Striscione: «Grazie a Dio non sono juventino». Però, non ci sono grandi urla anti-Juventus. Un coro: «Chi non salta juventino è». Una battuta dai microfoni: «Speriamo che martedì il Real ci dia una mano». Sono molti di più gli slogan scanditi contro Cimminelli e davanti alla casa del presidente Romero, il corteo si ferma e sbraita improperi. Prima di tingere piazza San Carlo di granata, passeggiano nell'ombra di via Roma. Mai vista tanta gente così allo stadio, neanche quando vinceva. Oggi si va in B, puntuali come un destino cattivo. E' proprio un mondo alla rovescia, il Toro. Poi, c'è una bambina di tre anni con il broncio. Le hanno scritto Forza Toro sulla guancia. Lei però vorrebbe andare a giocare. C'è il solito giornalista, che cos'è il Toro? Non ci pensa su neanche un secondo: «E' uno che vince». Finalmente.

5-5-2003
da Corriere della Sera (Prima Pagina)
di Aldo Grasso

Sulla città di Torino c’era un sole che spaccava le pietre ed è triste retrocedere in una giornata così, darsi appuntamento ancora una volta sulle macerie; ma il sole, che è sempre dell’avvenire, cancella molte ferite, mette allegria, dispone e consente, per una volta, un po’ di retorica. Il tifoso del Toro è per natura un solitario ed è perlomeno curioso assistere a una raduno di solitari, alla marcia di una folla solitaria. Ma eravamo in tanti, banda di eremiti e di fratelli di fede granata (di solito, scespirianamente in pochi: «We few, we happy few, we band of brothers»), tanti quanti la festa dell’ultimo scudetto, che ormai risale al 1976. Chi dice venti, chi dice trentamila, chi dice di più: la città era tutta nostra nel giorno in cui la Juve ha praticamente vinto un altro scudetto. Questa è la grande novità che sopravanza di molto la più modesta novità di un altro scudetto vinto dai «pigiama». Sono rari i momenti in cui si idealizza tutto, anche sorella sfiga, quella mala ventura storica che non ci abbandona mai, sono momenti in cui si può anche indossare una T-shirt bianca che reca la scritta in fulgido colore granata: «4 maggio 2003. Giornata dell’orgoglio granata. AMORE TORO. Io c’ero».
Ebbene sì, c’ero anch’io perché c’è una sola squadra al mondo che fa di un mucchio di rovine il proprio sacrario e il destino, con un colpo di dadi, mi ha consegnato a questa squadra. Il raduno è per le 9 al Filadelfia, il nostro Partenone, la metafora visiva dello strazio in cui ci troviamo (Ciminelli, l’attuale presidente, non ha visto il film «Poltergeist», altrimenti non oserebbe pensare al Filadelfia come a un’occasione di speculazione edilizia).
Celebrando la messa, il cappellano della squadra don Aldo Rabino ha detto: «Tifare Toro è sempre una salita» e, intanto, asceticamente, volgeva lo sguardo al cielo. Poteva dire calvario e ci saremmo capiti più facilmente.
Il corteo stenta a partire perché, come gridano gli organizzatori, «devono ancora arrivare i pullman dal Meridione». E anche questa è una bella stranezza perché di pullman, «dal Meridione», ne arrivano davvero e si fatica a credere che fuori dalla cerchia daziaria del Piemonte ci siano altri brothers, altri cuore-Toro.Poi si parte: via Filadelfia, corso Sebastopoli, il vecchio stadio Comunale, davanti alla torre di Maratona, Corso Galileo Ferraris, per raggiungere Corso Re Umberto, dove all’altezza del bar Zambon nel 1967 perse la vita Gigi Meroni. Meroni è ancora lì, oggi lustro in un poster gigante, a ricordare l’estro e la genialità di un campione, a serbare memoria soprattutto del primo calciatore moderno, grande professionista e insieme diffidente dell’ambiente, sospettoso di un mondo che non si poneva (non si pone) tante domande, ma il primo a pensarsi in termine d’immagine.
Poi il colorato corteo, preceduto da staffette in bici, da battistrada motorizzati, muove verso Piazza San Carlo, dove c’è la conta finale, uno sventolio di rosse bandiere da squadra che punta alla scudetto. Poteva essere un funerale mascherato, invece è stata festa, un omaggio al galateo dei sogni, la magia dell’estremo.Apriva la marcia uno striscione in stile De Gregori: «Il Toro siamo noi». Ed è vero: la storia siamo noi, il Toro siamo noi. Questo era il senso ultimo della manifestazione, il suo inequivocabile messaggio.
Il Toro è un patrimonio (più allegorico che materiale) che un gruppo di sciagurati dirigenti ha tentato negli anni di dilapidare, vendendosi persino l’argenteria di casa. I mobili non ci sono più ma c’è ancora il motore immobile della fede granata, un valore simbolico che una società come la nostra, basata com’è sulla comunicazione, non può ignorare o permettere che vada disperso. Ma dove esiste una società i cui tifosi, dopo aver assistito a uno spettacolino finale di Piero Chiambretti, molto televisivo, e una sfilata malinconica di vecchie glorie (Fusi, Annoni, Puja...), hanno ancora voglia di salire sulle navette per un pellegrinaggio a Superga? Il Toro siamo noi e per noi si deve intendere molte famiglie, molte donne, molti bambini (poveretti, non sanno quanto dovranno soffrire, quanto è difficile a scuola dire «sono del Toro», perché anche ai giovani insegnano che è meglio stare coi vincitori, coi più forti), molto pane e salame, e vino rosso (questo si distribuiva nei punti ristoro, altro che bevande energetiche o integratori!).
Non c’erano facce da ultrà (quelli che per non sentirsi criminalizzati hanno devastato il Delle Alpi) e mancavano, ovviamente, tutti coloro che diventano tifosi per emulazione, si identificano in un campione, vengono gratificati da una vittoria. C’erano quelli che non vanno più alla stadio.
È stata la festa di chi è ancora orgoglioso di tifare Toro. E di chi sa perdere.

5-5-2003
da Il Secolo XIX (Prima Pagina / Sport)
di Enrico Deaglio

Quando la fede non retrocede

Di ritorno da una delle più commoventi e surreali manifestazioni cui mi sia accaduto di partecipare - "la marcia dell'orgoglio granata" - prima di tutto un forte abbraccio (le nostre tifoserie sono gemellate) al Genoa Football and cricket club, fondato centodieci anni fa dal medico di bordo inglese James R. Spensley. Anche i nostri fratelli grifoni, come noi del Torino, vivono brutti momenti.
Eravamo cinquantamila, dicono. Forse di più. I lunghi viali della città erano pieni di bandiere rosse come da moltissimo tempo nessuna manifestazione politica o sindacale.

E, dato che l’ultimo scudetto l’abbiamo vinto ventisette anni fa, era bello vedere tanti bambini e ragazzini sfilare, sapendo che stamani a scuola quei piccoli eroi dovranno stringere i denti di fronte a coetanei satolli, abituati a grandi campioni, stadi pieni, arbitri gentili, veline. Vent’anni fa, appena ebbe l’età della ragione, convinsi mio nipote a tifare Toro. Gli raccontai che avevamo la squadra più forte del mondo e che erano tutti morti in un incidente aereo; che avevamo l’ala destra più fantasiosa e che era stato messo sotto in un incidente stradale mentre era all’apogeo della sua carriera. Mi dissero: "Lascialo stare. Farai di lui un infelice". Non è vero, non è infelice. Certo, però, ha imparato a conoscere la sofferenza. Ed è venuto in piazza. Si chiami Genoa o Torino, Fiorentina o Napoli "la fede non retrocede", come era scritto su una bandiera. Ma c’è qualcosa di più, che fa parte dei grandi miti della cultura occidentale: memoria, identità, appartenenza e possesso della storia della propria città sono legati al calcio, allo stadio, ai giocatori, ai pulcini, al vivaio. A tutti quanti dicono che ormai il calcio è degenerato nel business della televisione, la manifestazione di Torino ha dato una risposta. Siamo ufficialmente in serie B con tre giornate di anticipo e la nostra squadra è risultata inguardabile per broccheria e sciatteria; il nostro proprietario forse avrà molte scusanti, ma non quella di essere un tifoso della Juventus. Il nostro stadio storico, il Filadelfia, che volevamo ricostruire e da cui siamo partiti in corteo sembra un "ground zero" da cui spuntano cavi e fili di ferro, delle nostre tribune restano tre spunzoni, che forse tengono lì per disprezzarci. E quando parli con qualcuno che si dimostra comprensivo, ma che ha cuore e portafoglio per i rigatini, in genere ti dice: «Forse due squadre sono troppe per Torino». Però cinquantamila persone erano lì. Un po’ rancorose, certo, ma fondamentale patrimonio. È un po’ di tempo che si sente dire che per una città due squadre sono troppe. Questo, a mio parere, è molto sbagliato. Le città (perlomeno quelle grosse, storiche, dove le persone sentono come proprio il territorio, ma anche le differenze tra i suoi abitanti) devono avere due squadre. Se ne muore una - soprattutto se è fatta morire - , muore un pezzo della città che poi tenderà a diventare dittatoriale.
Noi del Torino ieri avevamo una proposta e l’abbiamo espressa con il cappello in mano: cerchiamo qualcuno che ci compri e siamo qui in tanti per dimostrare che siamo tutti pronti ad andare allo stadio e a fare l’abbonamento alla pay tv. Non deve essere un filantropo o un appassionato; ci basta uno che capisca che può fare un buon business. (E, possibilmente, uno che non voglia poi diventare presidente del consiglio). Abbiamo portato in piazza il nostro patrimonio, da quelli che ricordano lo schianto di Superga ai bambini che non hanno visto nulla. Noi del Toro e voi del Genoa siamo un buon affare, collettività dalla memoria lunga. Accettiamo carte di credito. Postdatati astenersi.

5-5-2003
da Leggo ed. Torino (Sport)
di Fabrizio Turco


TORINO - «La prossima settimana, per festeggiare lo scudetto, noi bianconeri saremo sì e no in diecimila. Il Toro va in B, e loro sono in cinquantamila». Le parole di un tifoso della Juve capitato per caso nel bel mezzo della bolgia granata spiegano meglio di ogni altra considerazione una giornata dai sapori forti, caratterizzata da tanto amore e nessun incidente.
L’orgoglio del Toro è più vivo che mai e l’oceano di tifosi di ogni età che si sono riversati in strada fin dalla prima mattina al Filadelfia, ha dimostrato che lo spirito, almeno quello, c’è ancora. La giornata dell’orgoglio granata è cominciata al vecchio Fila, con la messa officiata da don Aldo Rabino; un raduno che si è protratto fino alle 10,45, quando il serpentone, lunghissimo, ha lasciato il vecchio stadio per raggiungere la curva Maratona, al Comunale. Un corteo che si è rimpinguato strada facendo fino a superare anche le più rosee previsioni degli organizzatori; tanto che, superato il cippo di Meroni (e l’immancabile contestazione sotto casa Romero), la Questura si è ritrovata addirittura costretta a modificare in corsa il percorso della manifestazione. Troppo piccola via Santa Teresa per permettere alla sfilata di sfociare in piazza San Carlo; si decide quindi di optare per corso Vittorio e piazza Carlo Felice per raggiungere via Roma, dove però migliaia di tifosi resteranno ingolfati e faticheranno a sbucare in piazza. Mentre in città cinquantamila tifosi tutti vestiti di granata raggiungono piazza San Carlo, dove Piero Chiambretti arringa la folla, a Superga gli ex giocatori che hanno scritto pagine importanti della storia del Toro commemorano il Grande Torino accanto alle istituzioni. Di fianco al sindaco Chiamparino, alla presidente della Provincia Bresso e, in rappresentanza della Regione, Cantore e Marengo, si riconoscono in ordine sparso i volti di Claudio Sala, Santin, Fusi, Cereser, Puia, Rampanti, Francini, l’uomo del colbacco Giagnoni, Albrigi, Rosato, Mussi ed Annoni. «Una proprietà forte che investa nel Toro è un problema da affrontare», guarda avanti Chiamparino. «Il Toro è la mia famiglia», si commuove il suo predecessore Diego Novelli. Più concreto l’ex guerriero Annoni: «Speriamo di risalire subito - osserva in prima persona - ma ci vuole grinta. E quella, non si va a comprare».

5-5-2003
da Leggo ed. Torino
di Luigi Schiffo

«Vogliamo un Toro che meriti la nostra passione»

TORINO - Il popolo granata che ha sfilato ieri per le vie di Torino, arrivato da tutto il Piemonte e in qualche caso dal resto d’Italia, è rappresentativo di tante generazioni: da quelle cresciute con il Grande Torino a quelle che si sono appassionate alla grinta di Ferrini o alla poesia di Meroni, fino a chi ha visto il Toro dell’ultimo scudetto firmato Sala, Pulici e Graziani, e, passando per Junior e Zaccarelli, c’è anche la generazione legata a Lentini e compagni, capaci di arrivare alla finale Uefa e di vincere la Coppa Italia. Per i molti bambini vestiti da “torelli" che hanno accompagnato mano nella mano, in bici o nel passeggino i loro genitori e nonni, invece, i punti di riferimento sono più duri da trovare. «Essere del Toro vuol dire vivere in un certo modo, cioè lottando sempre e onestamente. Si trasmette con il sangue», dice Carlo Alberto Brovero, consulente, torinese con residenza a Londra. «Questa giornata è una bella dimostrazione di festa fatta di gente che sa quello che vuole», spiega Enrico Cesale, detto “il nonno" dagli amici che lo accompagnano. E cosa vuole questa gente? «Un Toro che sappia meritare tanta passione e sappia regalare emozioni», risponde Davide Roagna, medico. Un messaggio alla società? «No, Cimminelli non c’entra niente, questa è la festa del Toro, e il giorno dopo la retrocessione vale ancora di più», risponde Paolo Cieli, impiegato.

5-5-2003
da Tuttosport
di Alberto Manassero

ATTO D'AMORE: lungo, appagante, faticoso, ma sempre troppo breve, comunque istantaneo, sfuggente. La Marcia Granata che ieri ha colorato Torino come e più di un dopo scudetto è stato un grandioso atto d'amore. Dalle effusioni dentro e attorno al Filadelfia all'esplosione passionale di piazza San Carlo: atto d'amore per niente erotico, carnale, fisico: totalmente, magnificamente affettivo, sentimentale, spirituale. Cinquantamila - ma probabilmente quelli che hanno marciato, magari solo per un tratto, sono stati molti di più - in strada, persin gioiosi e tanto orgogliosi, il giorno dopo la retrocessione aritmetica del Torino: ha del prodigioso, incredibile, e follemente bello. Bellissimo. Come ogni atto d'amore, troppo breve. Troppo breve da dimenticare, questo. Il gusto che ha lasciato, da subito, in chi c'era è stata la nostalgia prim'ancora che finisse. Quel sapore di "mannaggia è già passato, terminato, peccato". Quella voglia immediata di ricominciare, di essere mezz'ora indietro, un'ora prima, o al mattino, là sotto la Maratona, in sosta dove uccisero Meroni, o lì vicino a Lido Vieri dove hai abbracciato l'amico, il fratello, il tuo simile che non vedevi da quella volta là a Amsterdam, o a Licata. Dove t'è scappata la lacrima. Tanto soddisfacente, quanto breve. Ma le sensazioni raffigurate sui volti di adolescenti e pensionati, mamme e neonati, ultras e incravattati, bimbi, bimbette e bambinoni, persino occasionali passanti e civic in precettato servizio, scafati ex calciatori, anziane madame, invalidi in carrozzina sono capolavori che resteranno dentro l'intimo di ognuno. Rinnovando quel piacere esclusivo, rifiutato a chi non può capire cos'è amare il Toro.
Bisogna dirlo, e lo diciamo: erano belli, di una bellezza artistica e morale, i tifosi granata in strada. Decine di migliaia a nome delle centinaia di migliaia che, alla faccia e in spregio agli affaristi del pallone che essi ben conoscono, esistono e resistono. In strada, in festa dopo la più indecente e irridente retrocessione della loro storia: se non è amore questo. E per voi, mi rivolgo a quanti si riempiono bocca, pancia e portafoglio blaterando di cultura della sconfitta, di sportività, di civiltà, che cos'è se non tutto ciò? E dove lo trovate, altrove? Eppure anche molti di voi, tre mesi fa, hanno fatto di quelle persone la feccia del calcio italiano, per colpa di qualche esagitato, punendo - anzi martirizzando - la curva granata per tutte (ma su altri e più gravi incidenti, nisba, vero apostolico Galliani?). Accanimento ingiustificato contro una tifoseria, la stessa di ieri, già martire da sè, in proprio, e pure per volontà di palazzo: vogliamo parlare dello scudetto mai restituito del 1927? Che è solo un simbolo, essendoci di peggio. Una tifoseria, uomini e donne, che non mollano, che più vengono vessati dalla sorte e dai simili (diciamo consimili) e più si sentono del Toro. Cuori uniti magistralmente da Mario Patrignani, Sandokan dell'Adriatico, sublime nel cogliere la morale dell'atto d'amore: "Se un imprenditore appassionato granata sta guardando tutto questo, deve salvarci. Deve. Per lui è un dovere morale". Davvero un dovere morale. E il sole, così originale per il 4 maggio, che ieri ha illuminato la marcia (per sparire subito dopo, dietro - queste sì - superghiane nubi) è parso la speranza. Ma anche se tutto questo amore fosse inutile (ma è mai inutile l'amore?), pur se abbandonati ai soliti illusionisti, tutti hanno condiviso il palpito finale elevato da Mario: "Ringrazio Dio di avermi fatto granata".

5-5-2003
da Tuttosport
di Roberto Colombo

TORINO. Non ha confini l'amore per il Toro. Da Londra a Chiasso a Parigi, dalla Sicilia al Veneto. Non c'è regione d'Italia che non sia rappresentata al Filadelfia prima o in piazza San Carlo poi. E sotto la Maratona al Comunale, davanti a Gigi Meroni e a Superga. Tutti hanno voluto esserci, tutti hanno voluto orgogliosamente ribadire "sono del Toro e me ne vanto", anche se l'anno prossimo invece che a San Siro si giocherà ad Ascoli o a Messina, anche se al timone della società ci sono Cimminelli e Romero, l'uno juventino, l'altro addetto stampa Fiat per una vita, che per nulla rappresentano lo spirito e gli ideali granata.
Tutto il Piemonte, poi Melfi e Viterbo, Aosta e Napoli, Massa e Roma, Pesaro e la Romagna, il Friuli e la Puglia, la Sardegna e la Lombardia, quella Liguria e quella Toscana amiche. E' questa babele di dialetti che dà un'unica voce all'orgoglio e alla protesta del popolo granata. Oggi come 27 anni fa un popolo fiero, mai domo. In piazza anche tifosi che hanno già vissuto retrocessioni e fallimenti. Sono i ragazzi della curva Fiesole, cuore del tifo viola, presenti per sostenere la battaglia dei "fratelli granata". "Vedere tutta questa gente mette i brividi. E' incredibile. Sembra di essere di essere tornati indietro di un anno - dice Domenico del Collettivo -. Un anno fa noi sfilammo in 45 mila per mandare via Cecchi Gori. E' triste che gente così sia relegata in B o in C1"... Vicino a lui Mario Patrignani, Fedelissimi di Pesaro: "Beh, è ora che qualcuno si decida a comprarci, a mettere fine ai nostri patimenti. Come si fa a rimanere insensibili di fronte a questo spettacolo"? E con un ampio gesto del braccio indica la piazza davanti a lui, gremita ormai all'inverosimile. Sul palco sfilano i simboli d'un Toro che non c'è più. La piazza ribolle, acclama, applaude. Sul maxischermo le immagini dei gol di un derby. Un derby fantastico, sognato, agognato, ma virtuale. Il risultato parla chiaro. I "rigatini" battuti 70 a 0. Gli unici fischi, gli insulti più colorati e graffianti sono riservati ai "diarchi" Cimmi&Romero. Inizia a parlare Claudio Sala. Pulici e Graziani segnavano, ma i cross dello scudetto erano suoi, portavano il suo marchio di fabbrica. Ovazione e cori ad personam: "Dio perdona, Sala no!". Scende qualche lacrima: tanta riconoscenza, affetto, amore dopo molti anni non passa certo inosservato. "E' più bello dello scudetto... Quante coppe, quanti successi meriterebbe una tifoseria così bella, così passionale", commenta. Concorda Gustavo Giagnoni, l'allenatore mai dimenticato: "Metterei volentieri io il colbacco in testa al prossimo tecnico del Toro, a patto che sappia riportare il Toro ai livelli che gli competono". Perché un popolo così bello non può essere costretto alla sofferenza perpetua. Perchè, come diceva l'inno dell'anno scudetto: "...torneranno i tempi d'oro".

4-5-2003
da www.tgcom.it

Nonostante la fresca retrocessione, oltre 50mila tifosi hanno riempito le strade di Torino nella "marcia dell'orgoglio granata". Il corteo è partito dall'ex stadio Filadelfia fino ad arrivare in piazza San Carlo, dove il presentatore tifoso Piero Chiambretti ha intrattenuto la folla. Molte vecchie glorie, prima di unirsi al corteo, hanno partecipato alla messa commemorativa dei 54 anni dalla scomparsa del Grande Torino nella tragedia di Superga.
Un'altra dimostrazione di attaccamento alla maglia, alla storia del Torino da parte di una tifoseria che soltanto un giorno prima aveva dovuto subire l'onta della retrocessione in B. Il corteo aveva il fine di prendere spunto dall'anniversario della tragedia di Superga per ribadire l'orgoglio granata e l'importanza del passato di un club che non riesce più a ritrovare la strada del successo. Partiti dal Filadelfia, i tifosi hanno effettuato un percorso che si snodava attraverso due punti strategici, ovvero la curva Maratona del Comunale e Corso Re Umberto, dove morì Meroni. La conclusione poi in piazza San Carlo, dove i tifosi hanno approfittato per contestare ancora una volta il patron Cimminelli e Romero, invitati caldamente ad andarsene.
In città intanto si inseguono le voci più disparate sul futuro societario. In questo momento è in pole position per l'acquisizione delle quote di maggioranza anche l'attuale proprietario della Triestina, Amilcare Berti, torinese di nascita e tifoso granata. Un'ipotesi, questa, che potrebbe essere anche favorita dall'ormai quasi certo arrivo sulla panchina del Torino di Ezio Rossi, tecnico degli alabardati rivelazione della serie cadetta. Voci che parlano della volontà del Torino di risalire, perchè manifestazioni come quella di domenica non debbano essere più necessarie.

5-5-2003
da www.sportinpiemonte.it
di Giancarlo Emanuel

DOPO LA MARCIA

Il giorno dopo resta ancora negli occhi, il piacevole sapore di quel grande corteo che si è snodato per la città: più gente nel corteo di quanta poi ne è arrivata in piazza San Carlo. Il popolo granata, con tutti i suoi difetti, si è espresso e ora non resta che attendere anche se è doveroso chiedersi: quanti di quei cinquantamila andrebbero allo stadio, magari non solo in curva ma anche dove i biglietti sono più cari, qualora il presidente sognato arrivasse? Ne approfitto per rispondere in ordine sparso ad alcune lettere.
Mi è stato chiesto perchè ho ironizzato sulla presenza della società alla Messa di due giorni prima. Risposta: non ho ironizzato, volevo solo far notare che era l`unica cosa che potevano pubblicare sul loro sito.
Ieri mattina il mio incontro con Gramellini non è stato caloroso quanto mi sarei aspettato. Massimo era seccato per i miei continui attacchi al comportamento (secondo me indegno) de La Stampa.
Io ribadisco che quanto scritto e fatto da La Stampa fa veramente orrore. Non dovevano esserci speculazioni e loro per primi e da soli le hanno fatte (La Gazzetta ha messo in vendita un poster, poca roba). Hanno messo in secondo piano rispetto alle loro cassette e Dvd persino le magliette che invece hanno provocato tanta e sana beneficenza.
E poi La Stampa è stato lo strumento della società per, tramite Ormezzano, cosciente o incosciente, tentare di normalizzare la manifestazione: senza insulti, senza gestacci. Per fortuna così non è stato, dal primo all`ultimo minuto.
Rispetto alla marcia e alla sua portata, devo dire che mi sarei aspettato che altre aziende volessero scendere in piazza come ha fatto la Trevisan (spero si chiami così e se così non è me ne scuso) che ha voluto farsi conoscere da così tanta gente. Ha fallito il marketing della manifestazione o c`è stata paura di farsi vedere ad una manifestazione del Toro? Resta il dubbio. Se la risposta fosse la seconda sarebbe un pericoloso campanello di allarme.
Racconterò infine un episodietto curioso. Qualche settimana fa ho pubblicato una serie di notiziole, tutte condite dal condizionale, che mi erano giunte all`orecchio. Si sono poi rivelate errate. Il primo a farmelo notare è stato Domenico Beccaria dell`Associazione Memoria Storica. Quel pomeriggio invece mi è giunta una telefonata di tal Alberto Ormezzano. Non lo conoscevo, tranne sapere che è il fratello dell`unico Ormezzano noto, cioè Giampaolo. Il quale, una sera a Telestudio, mi aveva spiegato che suo fratello se n`era andato dal Toro di propria iniziativa e non, come era stato scritto dai giornali, perchè liquidato da Cimminelli.
Alberto, in quella brevissima telefonata, mi ha subito chiesto se potevamo darci del tu. Ho detto che andava bene. Siccome però stavo trattando una questione economica con un cliente gli ho chiesto se mi poteva richiamare dopo mezzora. La sua risposta è stata un <> che aveva l`aria di essere seccato e ha buttato giù il telefono. Non l`ho mai più sentito. In compenso la sera stessa mi sono ritrovato sul computer una mail del Comitato Organizzatore della Marcia che, in quanto a grazia e grammatica pareva scritta da un dirigente della Juve. La mail era arrogante sin dall`Oggetto (vostra ipotesi inquietante), ma il meglio lo dava nel finale. Diceva appunto così: Se avete un briciolo di coscienza,scrivetelo.
Abbiamo pubblicato. E commentato. Ieri mi sarebbe piaciuto conoscere questo Alberto Ormezzano. Mi è stato detto che è preciso al fratello anche se è magro. Non lo è invece per altri versi. Colleghi giornalisti ed espondenti di club, mi hanno infatti spiegato che trattasi di persona totalmente diversa dal fratello per i modi; in particolare mi è stato detto che quando visitava i club a nome del Torino le sue maniere non piacevano ai tifosi. stessi.
Ultimo argomento: l`ordine cronologico della primogenitura della Marcia. Gramellini ha scritto il suo pezzo, noi abbiamo invitato - su Ordine di Gramellini - la Amsg ad organizzarla (ho ancora la mail di Gramellini che mi autorizza a farlo), poi c`è stato il comunicato all`Ansa. Dopo di che sono arrivati tutti gli altri. Se qualcuno ha il coraggio di dire l`opposto lo faccia e poi ne discutiamo.
Io credo che proprio per quel che il popolo granata ha espresso ieri, il Toro non abbia bisogno di certa gente che vuole solo cercare di mettere la faccia in mostra quando succede qualche cosa di bello. Noi, come Tuttosport, di fronte a tanta arroganza ci siamo ritirati in buon ordine. Per noi, come per Tuttosport della gestione attuale, il Toro continua; per altri finisce con la vendita delle cassette o dei Dvd.
Per restare ai comportamenti di certa gente, tanto varrebbe allora tifare per la Juve dove, per altro, certe cose le fanno molto meglio: sia quelle esaltanti che quelle discutibili.

6-5-2003
da www.soccerage.com
di Marina Beccuti

Tra il Viola e il Granata

Quarantamila al Franchi per festeggiare la promozione in C1, cinquantamila granata in piazza per urlare il loro orgoglio il giorno dopo la matematica retrocessione. Miracoli della fede calcistica. Quando il cuore comanda alla fede, quando la vittoria non è il succo del successo, ma la passione. Viola e granata uniti da un'autentica passione, che striscia sopra il fallimento della società, abbracciando i suoi campioni immortali. Tifare Toro e Fiorentina è diverso da chi urla per le vittorie spesso ottenute col consenso del potere, di chi si sente imponente perché un arbitro non ha visto un rigore contro, che arrivare secondi è una debacle da insultare, magari mandando via l'allenatore. Chi ha il cuore viola o granata sa cos'è la sconfitta, ma sa anche cos'è l'orgoglio di essere superiori ai giochi dei bottoni, che sa piangere per un campione che va via, sapendo che non tornerà più, ma che avrà la mente sempre accanto a loro. Sa trovare la dignità in una serie di periferia, fieri di aver trovato un Riganò che spezza il ricordo di un certo Batistuta, che accarezza un giocatore qualsiasi purché porti con onore la maglia che indossa. Quarantamila più cinquantamila fanno quasi centomila tifosi che vorrebbero un calcio diverso, non sporcato dal sorteggio dei grandi, ma portatore di passione e vecchi ideali, perché il calcio non è solo denaro, ma è passione, voglia di amicizia, di fede e valori veri. Centomila persone che hanno invaso pacificamente l'Italia calcistica con un abbraccio di tenerezza, per dire che si può ancora amare il calcio portando i bambini allo stadio. Centomila cuori che raddoppierebbero se un giorno qualcuno si accorgerà che da una sconfitta può nascere una vittoria, dal letame nascono fiori, cantava de Andrè, dalle macerie torneranno i campioni per accendere la fiamma di una devozione che sarà, malgrado tutto, imbattibile.

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