Così il primo scudetto sfumò, il campionato sarebbe ripreso
nel 1919 ed il momento magico dei granata svanì.
Da ricordare, in questi primi anni di vita del sodalizio granata, giocatori
come Bachmann I, i fratelli Mosso, Debernardi I: il fenomeno dei fratelli
in una sola società era diffusissimo ed il caso dei quattro Mosso,
che, seppur in annate diverse, vestirono la maglia granata, è emblematico.
Dopo la guerra il campionato riprese nella stagione 1920-'21 ed il Torino,
giunto in semifinale, disputò contro il Legnano la gara ufficiale più
lunga mai giocata in Italia; terminò 1-1 e dopo due supplementari si
era ancora in parità. L'arbitro decise di far disputare un terzo supplementare,
ma dopo 8 minuti le squadre, sfiancate, si arresero. La ripetizione, di comune
accordo, non fu disputata.
Negli anni venti iniziò al Toro la serie dei fratelli Martin, quattro
come i Mosso; Martin II sarà il più forte e disputerà
ben 359 gare di campionato con la maglia granata, un primato.
Anche Bachmann giocava ancora, mentre il giovane, ma promettente Janni iniziava
ad affacciarsi sulla grande ribalta. Il 7 aprile 1922 arrivò la brutta
notizia delle dimissioni di Vittorio Pozzo, "per motivi familiari e professionali".
Nel 1924 vi fu una svolta nella storia del Torino: alla presidenza fu infatti
eletto il Conte Marone Cinzano, che riuscirà a far vivere momenti di
gloria alle casacche granata. Fin dall'estate 1925 Cinzano diede inizio alle
sue operazioni di mercato che furono sempre mirate ad acquistare il meglio
in circolazione per fare grande il Toro. Fu prelevato in Argentina Julio Libonatti
e Baloncieri, diede vita al "trio delle meraviglie". Una squadra
che poteva schierare il "trio" più Janni era davvero formidabile,
una miscela di classe e forza irraggiungibile. Rossetti era la potenza, le
sue fucilate imprevedibili per qualsiasi portiere; arrivo al Torino dallo
Spezia, all'inizio del campionato 1926-'27, il Conte Cinzano lo pagò
25.000 lire! Baloncieri e Libonatti, invece, erano due giocatori di grandissima
classe, con il pallone facevano ciò che volevano, dribbling e finte
erano il loro verbo; più funambolo Libonatti, più trascinatore
Baloncieri.
Un grande Toro, nato grazie all'ambizione del Conte Cinzano, che voleva prevalere
a tutti i costi sui cugini bianconeri ed arrivare al sospirato scudetto. La
Juventus era la squadra della nobiltà torinese, conduceva sempre delle
campagne di rafforzamento molto onerose; vestivano la casacca bianconera giocatori
del calibro di Combi, Rosetta, Allemandi, tutti campioni.
Anche il Toro di Cinzano, come già visto, aveva uno squadrone pronto
ad affrontare la stagione 1926-'27. Quella che fu, purtroppo per il sodalizio
granata, la sfortunata annata dello scudetto revocato. Il "giallo"
si riferisce ad un derby, il secondo della stagione vinto dal Torino per 2-1
con gol decisivo di Balacics; il Torino si aggiudicò anche la vittoria
finale del campionato.
Si era già nella stagione 1927-28 inoltrata quando il giornale "Lo
sport" di Milano pubblicò la notizia di un broglio a favore del
Torino nel derby; notizia che fu ripresa dal "Tifone" di Roma ed
ampliata da un giornalista che abitava nella pensione di Allemandi, terzino
della Juventus accusato di aver venduto la partita ai granata. Ci fu in effetti
un tentativo di corruzione da parte di un dirigente granata (tale dottor Nani)
ma Allemandi, intascata metà della cifra pattuita, cambiò idea
e risultò essere uno dei migliori in campo nel derby. Le voci di brogli,
ingigantite sul "Tifone", fecero scattare l'inchiesta federale.
Il dottor Nani confessò e lo scudetto fu revocato al Torino; Allemandi
squalificato a vita. Il Torino aveva vinto lo scudetto con pieno merito ma
la gioia fu breve, la rabbia per l'ingiustizia subita moltissima! Il titolo
italiano nel 1927 non fu quindi assegnato, mentre Allemandi scontò
alla fine solo un anno di squalifica: grazie all'ottimo comportamento degli
"Azzurri" alle Olimpiadi di Amsterdam fu amnistiato. Lo scudetto
al Toro, però, non fu restituito... Quel titolo fu conquistato il 10
luglio 1927 battendo 5-0 il Bologna e revocato il 3 Novembre dello stesso
anno. La formazione campione virtuale era: Bosia, Balacics, Martin II, Colombari,
Janni, Sperone, Carrera, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni; allenatore
Schoffer.
L'anno successivo giustizia fu fatta: il Torino si riconfermò Campione
d'Italia, mettendo tutti a tacere. All'inizio della stagione 1927-28 il morale
era molto basso, l'accusa di corruzione era un macigno duro da rimuovere;
infatti il girone di andata risultò disastroso. Ci pensò il
vero trascinatore, Baloncieri, il gran capitano, a smuovere gli animi, a reagire:
il Toro si trasformò, inizio a vincere senza smettere più sino
al termine della stagione.
La storia granata, cari amici, è così: per ottenere un successo
bisogna sempre meritarne almeno due..., il Conte Marone, però, risultòì
molto scosso dall'accusa che aveva infangato la sua squadra del cuore; perse
entusiasmo e passione, si sentì ferito nell'orgoglio. Fu così
che, malgrado il trionfo appena ottenuto, non se la sentì di continuare
a fare il presidente del Torino e passò la mano a Giacomo Ferrari.
Per il sodalizio granata fu una perdita del valore incommensurabile.
Nella stagione 1927-'28 il Torino si laureò Campione d'Italia il 22
luglio, pareggiando contro il Milan per 2-2. Questa la formazione vincitrice
del primo scudetto: Bosia, Martin III, Martin II, Martin I, Colombari, Sperone,
Vezzani, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni. Una squadra fortissima,
una vera macchina da gol che, dopo aver vinto il titolo, si concedette una
tournée-vacanza in Sud America, per festeggiare il tanto atteso tricolore,
il primo della storia granata.
I Campioni d'Italia del 1928 nella stagione successiva sfiorarono nuovamente
la conquista del titolo: fu fatale ai granata la sconfitta nello spareggio
contro il Bologna, che prese così il posto del Torino nell'albo d'oro
del campionato italiano. Con l'inizio degli anni Trenta molte cose andarono
cambiando nel mondo del calcio: l'introduzione del girone unico, i giocatori
divennero ormai dei veri professionisti, i vivai assunsero sempre più
una grande importanza nell'ambito delle società.
Quando Adolfo Baloncieri decise di lasciare il calcio (1932) il Torino, in
suo onore, creò una sezione giovanile, chiamandola "Balôn
boys": iniziò così l'avventura dei "ragazzi del Filadelfia".
La direzione del settore giovanile fu affidata a Carlo Rocca detto "Carlin",
che dedicò la sua vita ai giovani calciatori; tra i "Balôn
boys" si distinsero personaggi del calibro di Raf Vallone, Federico Allasio,
Giacinto Ellena, Cesare Gallea. I giovani del Torino erano i più forti
e ben preparati d'Italia, diedero un enorme contributo alla prima squadra
fungendo da vero e proprio serbatoio (una tradizione che, come sappiamo, nel
tempo è rimasta).
Nel primo campionato a girone unico i granata si piazzarono al quarto posto,
in un torneo dominato dall'ambrosiana Inter; da ricordare i 17 gol del cannoniere
Rossetti. Dalla stagione successiva ebbe inizio la serie d'oro della Juventus,
la celebre "Juventus del quinquennio" capace di vincere ben cinque
titoli italiani dal 1930-31 al 1934-35. La squadra era un vero e proprio insieme
di campioni, tra i quali si ricordano Combi, Rosetta, Caligaris, Orsi.
Il Torino invece attraversava un momento critico. Dopo l'abbandono della presidenza
da parte del Conte Cinzano ci fu una vera e propria girandola di presidenti
che caratterizzò il decennio 1928-38; si susseguirono nell'ordine Ferrari,
Vastapane; Gervasio, Mossetto, Silvestri, Cuniberti, senza però riuscire
ad eguagliare l'opera del loro illustre predecessore.
Fu così che il Toro nei primi Trenta si limitò a vivacchiare
in posizioni di centro classifica, impotente di fronte allo strapotere della
Juventus di Carcano. Nella stagione 1930-31 i granata si piazzarono al settimo
posto, l'anno dopo il Toro fu ottavo, con Libonatti e Rossetti sempre padroni
delle aree di rigore avversarie. Nel 1932-33 il Torino concluse ancora al
settimo posto ma il peggio doveva arrivare: dodicesimo posto nel 1934 ed addirittura
quattordicesimo nel 1935, con la serie B sfiorata di un niente. Il Toro infatti
si salvò solo all'ultima giornata, vincendo lo scontro diretto contro
il Livorno e condannando così i toscani alla retrocessione: vittoria
per 1-0 con gol di Filippo Prato, detto "Flip", che passò
alla storia. Torino 25 punti, Livorno 24, così recitava la classifica
finale, con grande sospiro di sollievo della gente granata, una forte instabilità
societaria era la causa dei risultati modesti delle compagnie granata, che
restava a galla grazie alla vera e propria fucina di talenti che si dimostrarono
essere i "Balôn boys".
Intanto l'ossatura della Juventus del quinquennio fece sì che gli azzurri
di Vittorio Pozzo si laureassero Campioni del Mondo nel 1934, titolo poi bissato
nel 1938. Dalla stagione 1935-36 iniziò una rinascita per i colori
granata, con un prestigioso terzo posto in campionato alle spalle del Bologna
(che spezzò l'egemonia bianconera) e della Roma; un pessimo finale
di campionato privò il Torino del titolo ma arrivò, consolazione
non da poco, la Coppa Italia. Nella stessa stagione ci fu infatti l'esordio
di questa manifestazione ed i granata furono i primi ad aggiudicarsi il trofeo;
il percorso per arrivare alla finale contro l'Alessandria fu travolgente:
2-0 alla Reggiana, 8-2 al Catania, 4-2 al Livorno e 2-0 alla Fiorentina. Finalissima
contro "i grigi" a Genova: Torino Alessandria 5-1, doppiette di
Galli e Silano, con l'aggiunta di un gol del bomber Buscaglia.Dalla stagione
1936-37 il Torino cambiò denominazione: da "Football Club"
ad "Associazione Calcio", per volere del Duce che esigeva la scomparsa
di ogni parola straniera; erano anni così…. Il Torino in quel
campionato terminò terzo, con il Bologna Campione d'Italia per il secondo
anno consecutivo; nel torneo 1937-38 i granata chiusero con un anonimo nono
posto, Campione d'Italia fu l'ambrosiana Inter.
Fu esaltante, invece, la stagione 1938-39, con il Torino al secondo posto,
alle spalle di un Bologna fortissimo che sopravanzò i granata di 4
punti. I rossoblù schierarono campioni come Andreolo, Biavati, Puricelli:
malgrado questo il Torino negli scontri diretti riuscì ad ottenere
3 punti su 4, vincendo 3-1 a Bologna e pareggiando 1-1 al Filadelfia. In porta,
nel Toro, militava Olivieri, detto "il gatto magico"; altri giocatori
di valore erano Petron e Ferrero (che allenò in seguito il grande Torino).
Allenatore era Mario Sperone, con l'ungherese Egri Erstein direttore tecnico.
La linea mediana che il Torino schierava alla fine degli anni Trenta passò
alla storia come la "mediana delle sei elle " in quanto i tre grandi
campioni che la componevano rispondevano ai nomi di Allasio, Gallea ed Ellena.
Tutti e tre provenivano dai "Balôn boys"; mentre Allasio ed
Ellena erano giocatori molto grintosi, Gallea era l'uomo dal tacco fino, di
gran classe. Gallea ed Ellena (quest'ultimo ha dedicato la propria vita ai
colori granata, restando nei quadri della società ancora ultraottuagenario)
giocarono con Grezar, Loik e Mazzola, nell'embrione cioè del grande
Torino.
Campionato 1939-40: granata al quinto posto, titolo all'ambrosiana Inter.
Nel 1939 il Torino passò a Ferruccio Novo e fu la svolta per la società
granata: Novo non era un mecenate ma un amministratore attento pronto ad investire
nel Torino. Chiamò accanto a sé personaggi di provata fede granata
come Janni, Ellena. Sperone: da questo gruppo di ex torinisti nacque una squadra
ancora oggi inimitabile. Il primo grande acquisto fu Franco Ossola dal Varese:
prezzo 55.000, cifra rilevante per il mercato dell'epoca; Ossola esordì
nel 1940, in una squadra ancora legata agli anni Trenta. Nel campionato 1940-41
il Torino fu settimo, Bologna ancora Campione d'Italia mentre bomber granata
si laureò subito Ossola con 15 reti.
Nell'estate '41 il presidente ingaggiò Menti dalla Fiorentina, Ferraris
dall'Ambrosiana Inter e tre giocatori dalla Juventus: Bodoira, Borel e un
certo Guglielmo Gabetto, detto il "barone". Nella stagione 1941-42
il Torino si piazzò al secondo posto, a tre lunghezze dalla Roma: i
granata vantarono il miglior attacco del torneo (60 reti). Novo, instancabile,
per il campionato 1942-43 ingaggiò Loik e Mazzola dal Venezia, Grezar
dalla Triestina e affidò la direzione tecnica della prima squadra a
Janni che sostituì Kutik: il presidente era molto attivo, voleva a
tutti i costi uno squadrone! Il Torino vinse il primo dei suoi cinque scudetti
consecutivi e, nella stagione1942-43, si aggiudicò anche la seconda
Coppa Italia. Partirono male, i granata, con due sconfitte consecutive contro
l'Ambrosiana ed il Livorno ma alla terza giornata vinsero 5-2 il derby con
la Juventus: il torneo fu un lungo testa a testa tra Torino e Livorno, risolto
solo all'ultima giornata, con la vittoria di Bari firmata da Valentino Mazzola.
Torino 44 punti, Livorno 43, nuovamente Campioni d'Italia dopo 15 anni! Un
mese dopo aver vinto lo scudetto i granata concessero il bis e si assicurarono
la Coppa Italia: Anconitana, Atalanta, Milan, Roma e Venezia (i lagunari sconfitti
4-0 nella finale a Milano) le vittime del rullo compressore granata.
Vediamo insieme la rosa della squadra grande protagonista della stagione 1942-43:
portieri: Bodoira e Cavalli; difensori: Cassano, Ellena, Ferrini, Piacentini;
centrocampisti: Baldi, Gallea, Grezar, Loik, Mazzola; attaccanti: Ferraris
II, Gabetto, Menti II, Ossola.
La squadra non era ancora quella "macchina invincibile" degli anni
successivi ma centrocampo ed attacco non subiranno rinnovamenti, erano già
fortissimi.
A causa della guerra il campionato, nel 1944, venne diviso in due gironi:
i bombardamenti rendevano difficile lo spostamento delle squadre lungo lo
stivale. Tutto era chiaramente a carattere ufficioso, il titolo non sarebbe
stato riconosciuto; il Torino assunse il nome Torino-Fiat e schierò
anche Silvio Piola al Fianco di Mazzola e Gabetto. Lo "scudetto di guerra"
lo vinsero, a sorpresa, i "Vigili del fuoco di La Spezia", in finale
contro il Torino, sconfitti 2-1. L'inattesa battuta d'arresto era dovuta al
fatto che molti granata dovettero sostenere un lungo viaggio in condizioni
disagiate a causa di una amichevole giocata a Trieste dalla nazionale di Vittorio
Pozzo. La Federazione offrì al Torino la possibilità di spostare
l'incontro ma Novo si rifiutò, pensando di poter vincere ugualmente:
il presidente, quella volta, sbagliò...
La guerra imperversava ed il campionato 1944-45 non si disputò; la
ripresa nella stagione 1945-46, con il Toro favoritissimo! Ad inizio campionato
il Torino si presentava con Bacigalupo in porta, Ballarin e Maroso terzini,
Rigamonti centromediano; i quattro di centrocampo erano Grezar, Loik, Castigliano
e Mazzola, con Ossola, Gabetto e Ferraris in attacco. Una squadra magnifica,
spettacolare: in un torneo ancora diviso in due (Alta Italia e Centro-Sud)
i granata dominarono dominarono in lungo ed in largo. L'inizio non fu confortante
(1-2 contro la Juve!) ma il Toro vinse il girone dell'Alta Italia con 42 punti
contro i 39 della Internazionale.
Nel girone finale ad otto squadre i granata ottennero ben 11 vittorie e tre
sole sconfitte, vincendo il titolo con un solo punto di vantaggio sulla Juventus
in un finale trilling! Era l'inizio di una serie di trionfi! Il calcio, a
guerra conclusa era, con il ciclismo, la più grande passione degli
italiani: proprio nel 1945 nacque "Tuttosport" fondato da Renato
Casalbore ed il 5 maggio 1946 comparvero nella vita degli sportivi i primi
segni 1X2 della schedina! Era nata la mitica "Sisal".
A partire dalla stagione 1946-47 venne rispristinato il campionato a girone
unico, le ferite della guerra andavano lentamente rimarginandosi: era un campionato
lunghissimo quello che stava nascendo, con 20 squadre e 38 gare. Unico acquisto
di rilievo del Torino Campione d'Italia fu quello di Danilo Martelli, mediano
del Brescia. Molte squadre cercarono rinforzi per contrastare i granata, specialmente
oltre frontiera: servirono a poco...
Ci fu una partenza a razzo del Bologna, che si presentò al Filadelfia
all'ottava giornata con 13 punti conquistati sui 14 a disposizione e zero
gol subiti in 7 gare! Bene, finì 4-0 per il Toro, con il portiere felsineo
Vanz a dir poco stordito! Da quella gara in poi fu l'ennesima marcia trionfale,
con goleade a ripetizione e spettacolo assicurato ad ogni partita. Le cifre
a fine torneo sono a dir poco impressionanti: 104 gol fatti, 35 subiti, Valentino
Mazzola re dei cannonieri con 29 centri. La Juve, terminò al secondo
posto con 10 punti di distacco! Il Torino di Ferrero ed Erbstein fu promosso
in maglia azzurra da Vittorio Pozzo ed il record assoluto fu toccato in occasione
di Italia-Ungheria, giocatasi a Torino: 10 giocatori granata con la maglia
dell'Italia, solo Sentimento IV in porta non era del Filadelfia.
L'Italia vinse quella partita per 3-2, con due gol di Gabetto ed uno di Loik.
Nella stagione 1947-48 il Torino si apprestava a difendere il titolo con una
rosa quasi identica mentre la Juve, con Gianni Agnelli nuovo presidente, non
badava a spese per rinforzarsi. Unico acquisto di rilievo fu Sauro Tomà,
terzino; molti cambiamenti ci furono invece al vertice. Ferrero lasciò
la guida tecnica, al suo posto Mario Sperone, con Copernico direttore tecnico.
Nella realtà la squadra la "faceva" il consigliere di Novo,
Erbstein. Il campionato era un girone unico con 21 squadre, per un totale
di 40 partite!
Dopo un girone di andata un po' stentato, chiuso con due reti in meno del
Milan, il ciclone granata si scatenò nel ritorno. Due gare sono da
ricordare di quel 1948: la batosta storica rifilata agli "Ital-Toro"
degli allora maestri inglesi (4-0 al Comunale) ed una rimonta altrettanto
storica rifilata nella "fossa" del Filadelfia. Il 30 maggio 1948,
infatti, la Lazio dopo soli 20 minuti di gioco si trovava incredibilmente
in vantaggio per 3-0; Mazzola come vuole la leggenda, si rimboccò le
maniche e la gara terminò 4-3 per il Torino, reti di Castigliano (2),
Gabetto e Mazzola stesso. Il Torino si laureò Campione d'Italia con
5 giornate di anticipo, circa un mese e mezzo prima della scadenza del torneo!
Fu, probabilmente, il miglior Toro di tutti i tempi, la stagione 1947-48 vide
giocare una delle più forti squadre di sempre. La classifica dei bomber
fu vinta da Boniperti con 27 reti, Mazzola ne segnò 25 e Gabetto 23.
Ecco i primati stabiliti dai granata nella stagione1947-48: massimo punteggio
in classifica, 65 punti in 40 gare; massimo vantaggio sulle seconde classificate,
16 punti di distacco a dal Milan, Juve e Triestina; vittoria in casa più
netta 10-0 all'Alessandria; vittorie complessive, ben 29 su 40; maggior sequenza
di gare utili; 21 partite senza mai perdere, dalla ventesima alla quarantunesima,
con 17 vittorie e 4 pareggi; maggior numero di punti in casa, 39 su 40; maggior
numero di reti segnate, ben 125 e minor numero di reti subite, solo 33. Può
bastare, no? Gli squadroni come il Milan, Juve e Inter avevano come obiettivo
l'indebolimento della squadra granata , cercando di portare via dal Filadelfia
qualche pezzo pregiato, come Mazzola, il gran capitano. Il quale era attratto
dalla lusinga che la società milanesi gli offrivano, l'Inter in particolare:
ad inizio stagione il capitano stette fuori squadra per diverbi con Novo ma
già alla seconda partita tutto si era appianato, il trascinatore del
Toro era di nuovo in campo con il suo "10" sulla schiena.
Nuovo allenatore per il campionato 1948-49 era l'inglese Lievesley. Dopo gare
alterne ed un derby vinto solita maniera (3-1), il Torino si trovò
al termine del girone d'andata in testa alla classifica alla pari con il Genoa.
Intanto al Filadelfia erano arrivati i giovani Operto, Grava e la mezz'ala
ungherese Schubert, tutti molto promettenti; primavera i granata erano, come
tutti gli anni, al massimo della forma e travolgevano ogni ostacolo, volando
in vetta alla classifica: il Torino si strinse attorno a Bacigalupo a l'attacco
dell'Inter, forte di Nyers, Amadei e Lorenzi, non passò.
Dopo la gara con l'Inter il Torino si fermò a Milano: infatti i granata
erano attesi martedì 3 maggio da una gara amichevole a Lisbona contro
il Benfica. I rapporti e le esperienze internazionali erano importanti per
un club all'avanguardia come il Torino di Novo e poi la partita era stata
concordata dai capitani delle due squadre, Mazzola e Ferreira, che si erano
conosciuti in occasione della gara tra Italia e Portogallo giocava nel Genoa.
Ferreira disse a Mazzola che a fine stagione avrebbe lasciato il calcio e
avrebbe voluto coronare la sua carriera con un amichevole scontro la grande
squadra granata. Capitan Valentino si fece subito avanti e l'accordo fu presto
fatto, anche perché la trasferta di Lisbona serviva a rimpinguare il
bilancio societario, non proprio florido.
L'incontro fu fissato per martedì 3 maggio 1949 ed il Torino ottenne
dalla Federazione il permesso di anticipare al 30 aprile la sfida con l'Inter.
La gara contro il Benfica fu davvero un'amichevole, tanti gol e Toro sconfitto
4-3: grandi feste per il capitan Ferreira e applausi per tutti. Il giorno
seguente, il 4 Maggio, il Torino salì sul trimotore "I-Elce"
per fare ritorno a casa. Il tempo era pessimo, nuvole basse, pioggia: alle
17 l'ultimo contatto tra l'aereo e l'aeroporto di Torino, poi il buio. La
Basilica di Superga apparve davanti al pilota all'improvviso: una fiammata,
lo schianto tremendo, la morte improvvisa. Tra le 17,01 e le 17,04 del 4 maggio
1949 morì il grande Torino ed iniziò la sua leggenda. La rotta
seguita dall'aereo era quella esatta, volava però troppo basso: sarebbero
bastati pochi metri in più d'altezza oppure un piccolo scarto laterale
per evitare l'impatto, ma il destino aveva deciso.
La notizia della tragedia in un attimo fece il giro del mondo, in tutti lo
sgomento fu enorme; il compito più ingrato toccò a Vittorio
Pozzo, che dovette procedere al riconoscimento dei suoi ragazzi, uno per uno,
nel bailamme che regnava a Superga dopo lo schianto. I morti furono 31, perirono
anche i giornalisti Renato Casalbore (Tuttosport), Luigi Cavallero (La Stampa)
e Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo). Torino, quella Torino del dopoguerra,
aveva "bisogno" del Torino, dello spettacolo, della gioia che sapevano
offrire quei ragazzi: ora non c'erano più, era tutto finito. Dopo il
riconoscimento le salme furono portate a Palazzo Madama, per il saluto della
folla: una vera processo rese omaggio alle bare allineate. Una folla immensa
partecipò ai funerali il 6 maggio 1949, mezzo milione di persone, forse
più: tutta Torino era lungo il percorso del funerale; le case erano
deserte.
Tutto il mondo dello sport era presente alle esequie, tutte le squadre italiane
e molte straniere; fra le tante corone di fiori ne spiccava una di rose rosse
con questa scritta: "Josè Ferreira, ai suoi più grandi
amici". A Torino, si diceva, non si trovava più un fiore: erano
tutti per quelle 31 bare, nell'immensa chiesa che, per un giorno, fu Piazza
Castello. In coda al corteo funebre sfilò, mestamente vuoto, il mitico
"Conte Rosso", il pullman usato per le trasferte dei campioni.
Per varie ragioni tre componenti di quella magica squadra non salirono sull'aereo
per Lisbona; Giuliano, Gandolfi e il più famoso Sauro Tomà,
fermato dal medico per un infortunio al ginocchio. Anche Ferruccio Novo, bloccato
dalla broncopolmonite, si salvò, così come il grande Nicolò
Carosio che rimase a casa per la cresima del figlio: casi fortunati, della
vita. La stagione 1948-49 fu portata a termine dai giovani del Torino, che
disputarono le ultime gare contro le corrispettive formazioni giovanili. Il
Torino vinse tutte le rimanenti partite, chiudendo il campionato 1948-49 con
60 punti, cinque di vantaggio sull'Inter seconda: mai trionfo più fu
amaro.
Il 26 maggio 1949 si assistette allo stadio Comunale ad una gara che rimarrà
nella storia. Pochi giorni dopo la sciagura di Superga il presidente del River
Plate Antonio Alberto telefonò a Ferruccio Novo, mettendosi a disposizione
per una gara amichevole con incasso a favore dei familiari degli scomparsi.
Contro il grande River Plate si schierò il "Torino Simbolo",
un gruppo di undici fuoriclasse in maglia granata: giocarono infatti per il
Toro Sentimenti IV, Manente, Furiassi, Annovazzi, Giovannini, Achilli, Nyers,
Boniperti, Nordhal, Hansen, Ferrari II, Lorenzi, tutti veri e propri campioni.
Stella degli argentini era un certo Di Stefano; in un Comunale al limite della
capienza la partita-spettacolo terminò 2-2. Aveva così inizio
il dopo-Superga, con Novo ancora presidente, sotto choc per la scomparsa dei
"suoi" ragazzi ma con la ferma intenzione di ricostruire il Torino.
Sulla base di un grande settore giovanile iniziarono i preparativi per presentare
ai nastri di partenza della stagione 1949-50 un Torino dignitoso. Solo un
grandissimo presidente come Novo poteva riuscirci!
Il CONI concesse a Novo un prestito di 200 milioni, 50 gli furono versati
dalla Federazione, il "Torino simbolo" ne raccolse 16; i prestiti
avrebbero dovuto essere restituiti dopo dieci anni ma si trasformarono in
contributi a fondo perduto. Il Toro ripartiva, dunque, con Ferruccio Novo
al timone.
Ad inizio della stagione 1949-'50 regnava la confusione, la fretta era cattiva
consigliera: ottimo acquisto fu comunque Beniamino Santos, mezz'ala argentina.
Arrivarono al Filadelfia anche Hjalmarsson e Bengtsson; oltre a Carapellese
ed al portiere Bepi Moro. Unico superstite di Superga in prima squadra Sauro
Tomà; il Torino era una buona formazione, in grado di non sfigurare
contro nessuno. Granata dopo molti anni sconfitti nel derby (1-3), la squadra
era ottima in attacco e debole nel reparto difensivo. Chiuse al 6° posto
assoluto la prima stagione del dopo-tragedia, con un grande Santos autore
di 27 reti; scudetto alla Juve e granata molto soddisfatti per l'ottima ripartenza.
Dopo la reazione emotiva che diede grandi risultati nel 1949-'50, la stagione
seguente vi fu il classico calo di tensione; la stagione 1950'-51 fu una vera
sofferenza anche perché la squadra fu quasi interamente rivoluzionata.
I granata si salvarono alla penultima giornata, chiudendo al quartultimo posto
in classifica, senza grosse prospettive per le annate future. Malgrado Novo
tenesse duro, stava per iniziare il periodo buio per la società granata
nel campionato 1951-'52, con nuovamente Mario Sperone al comando, il Torino
soffrì ancora le pene dell'inferno, malgrado potesse contare su Amalfi
in attacco. La salvezza sospirata giunse solo all'ultima giornata, con uno
0-0 interno contro l'Udinese. I soldi in cassa erano sempre pochi, Novo doveva
affidarsi al suo "fiuto" ed ai giovani; storia vecchia, come si
può notare... All'inizio del '52 vestì la casacca granata quello
che si rivelerà un acquisto fondamentale per parecchi anni: Horst Buhtz.
I tifosi del Toro seguivano sempre la squadra con enorme passione; proprio
di quegli anni è la fondazione del club "Fedelissimi Granata",
primo in Italia per data di nascita. Una fede davvero incrollabile!
Con Jesse Carver come allenatore si ripartiva per il campionato 1952-'53,
con Buhtz vero leader; fu un torneo senza infamia e senza lode, chiuso al
decimo posto, con 31 punti in 34 gare. Ussello allenatore e Jesse Carver direttore
tecnico per il campionato datato 1953-'54: salvezza raggiunta con cinque turni
d'anticipo, cosa non da poco. Il Torino chiuse al 9° posto, con 33 punti
e Buhtz vero mattatore con 11 reti e tanto lavoro svolto.
La stagione 1954-'55 fu l'ultima di Novo alla presidenza del Toro: il grande
presidente lasciò il sodalizio granata per stanchezza e sfiducia, in
"quel" Torino non si ritrovava più. Annibale Frossi "il
dottor sottile", fu il nuovo direttore tecnico e l'acquisto più
importante fu Enzo Bearzot: era una squadra da combattimento. Fu ancora un
nono posto, nel più completo anonimato: il Torino, da "grande"
diventò una squadra normale, senza più ambizioni di sorta. Teresio
Guglielmone sostituì Novo alla presidenza ma a livello economico cambiò
poco: i soldi erano un miraggio per le casse granata! La nona piazza era ormai
abitudine: così fu anche nel torneo 1955-'56, con 33 punti, dopo un
ottimo avvio ed il 3° posto alla fine del girone d'andata.
Nel 1956 Guglielmone lasciò la presidenza ad un comitato esecutivo,
al quale subentrerà in seguito Mario Rubatto: il caos era sovrano,
ma la squadra si farà rispettare. Buhtz lasciò il Toro ma arrivano
Armano, Ricagni, Arce, Tacchi e Jeppson: un attacco da sogno! Il Torino chiuse
una splendida stagione al 5° posto davanti alla Juve di due punti: 35
contro 33, tifosi in delirio, il Toro pareva essere tornato grande! Già
pareva...
Il Torino era squadra vecchiotta e non riuscì a ripetersi e così
l'anno successivo si tornò a soffrire anche se la salvezza fu raggiunta
con un buon anticipo. Mentre la Juventus di Sivori, Charles e Boniperti vinse
lo scudetto il Toro chiuse al settimo posto, rientrando nei ranghi dopo l'exploit
del quinto posto dell'anno prima. Ecco tempi davvero grami per la gente del
Toro, abituata a ben altri successi. Ed il peggio doveva arrivare...
Rubatto portò la squadra a giocare al Comunale e concluse un primordiale
contratto di sponsorizzazione con la Talmone: nacque così il Torino
Talmone. In porta arrivò Lido Vieri ma non bastò ad evitare
la retrocessione, amarissima.
Il Talmone Torino chiuse all'ultimo posto, con 23 punti, un vero disastro:
la prima grande umiliazione della gloriosa storia granata. Era d'obbligo risalire
subito e così fu; il presidente Morando portò un po' d'ordine
in società, la "T" dal petto fu eliminata, il Torino tornò
Torino e basta.
Per i granata fu una grossa occasione mancata non aver potuto e saputo sfruttare
appieno le grandi doti dei due britannici. Il Toro finì settimo, si
poteva fare molto di più: la cosa più positiva fu un derby vinto
1-0, gol di Baker. Law segnò 10 reti e, a testimonianza della sua classe
immensa, nel 1964 vinse il pallone d'oro quale miglior giocatore d'Europa!
Nella stagione successiva, partiti i due anglosassoni, si ritornò ad
una tranquilla mediocrità, malgrado gli acquisti di Poletti e Gerry
Hitchens; quest'ultimo fu un vero affare per il Toro. Sulla panchina continuava
a sedersi Jo Santos. "Chico" Locatelli segnava a raffica ed il Torino
partì bene, per poi sedersi: terminò ottavo, Hitchens cannoniere
con 11 reti.
In Coppa Italia granata in finale dopo un cammino trionfale; vittorie contro
Triestina, Bologna, Sampdoria, Verona e ultimo ostacolo rappresentato dall'Atalanta.
Il sogno svanì nella finalissima di San Siro: Atalanta-Torino 3-1,
tre gol di Domenghini e addio ai sogni di gloria. Intanto, nel febbraio 1963,
Orfeo Pianelli divenne presidente del Torino e diede stabilità al sodalizio
granata: ce n'era davvero bisogno! Primo colpo di Pianelli fu Rocco; Nereo
Rocco sulla panchina del Toro, un ottimo modo di presentarsi! Giunsero a Torino
anche Puia, Albrit e Moschino.
Non migliorò molto la classifica finale, settimo posto, ma in Coppa
Italia fu nuovamente finale e, purtroppo, nuovamente sconfitta. Dopo aver
eliminato Lecco, Varese, Genoa ai rigori ed Inter in semifinale era derby:
il Toro vinse 2-0 sulla Juve, reti di Hitchens e Peirò ed approdò
alla finale, contro la Roma. All'olimpico fu 0-0 e, nella ripetizione al Comunale,
i giallorossi si imposero per 1-0, gol di Nicolè. Seconda occasione
buttata in due anni, dunque... Con ancora Rocca in panchina fece un ulteriore
sforzo ed acquistò il grande Gigi Meroni dal Genoa; altro giocatore
molto interessante acquistato da Pianelli fu Gigi Simoni, anche lui proveniente
dal Genoa. Con un Rosato sempre più in evidenza, il Torino era davvero
una buona squadra e lo dimostrò: i granata ottennero il miglior risultato
del dopo-Superga, un ottimo terzo posto dietro ad Inter e Milan, con 44 punti,
ben tre lunghezze in più della Juve.
Anche in Coppa delle Coppe i ragazzi del "Paron" Rocco si fecero
valere e giunsero sino allo spareggio di semifinale contro il Monaco 1860:
qui furono sconfitti 2-0 a Zurigo. Grandi aspettative e puntuale doccia fredda
l'anno dopo: una campagna acquisti sbagliata fece sì che il Toro non
riuscisse ad andare oltre un grigio decimo posto. Anche nelle Coppe la stagione
1965-'66 fu da dimenticare, due eliminazioni al primo turno e tutti a casa.
Nell'estate 1966, dopo l'umiliazione azzurra in Inghilterra da parte della
Corea, il Torino cedette Rosato con Mancini e acquistò Combin e Facchin.
Rocco visse tra le contestazioni il suo ultimo anno al Toro, accusato di troppo
difensivismo. I tifosi volevano più spettacolo.
Arrivò l'ennesimo settimo posto, dignitosi e nulla più, con
il solo Gigi Meroni sempre sugli scudi. Edmondo Fabbri venne chiamato da Pianelli
sulla panchina granata al posto di Rocco, nell'estate 1967. Il vero protagonista
delle vicende del Toro era però sempre lui, Gigi Meroni, così
estroverso, così pieno di classe: uno degli ultimi artisti del pallone.
Meroni rendeva felice chi lo guardava giocare ma, purtroppo, il destino era
in agguato anche per lui, come per i ragazzi del grande Torino.
Una domenica d'ottobre, dopo la gara giocata e vinta contro la Sampdoria al
Comunale, Gigino fu investito da un'auto in Corso Re Umberto, a Torino. Un'altra
botta terribile per il Toro, un destino avverso che sembrava non aver fine.
La gente era sgomenta. Il successivo derby fu vinto 4-0, con rabbia e disperazione
il Torino travolse la Juventus in una gara ricca d'emozioni da entrambe le
parti.
Il campionato fu ancora mediocre, settimo posto finale ma giunse la vittoria
in Coppa Italia. Terzo trionfo in questa manifestazione per la società
granata che, dopo aver eliminato la Sampdoria, il Napoli ed il Catanzaro nelle
gare ad eliminazione diretta, si aggiudicò il girone finale. Milan,
Inter e Bologna le "vittime" del Toro, che colse così un
importante trionfo, il primo dell'era-Pianelli.Nella successiva stagione arrivarono
Rampanti e Mondonico e fece la prima apparizione Paolino Pulici: era la prima
pietra della squadra dello scudetto! Pulici segnerà il suo primo gol
in serie A il 6 aprile 1969 a Milano contro l'Inter: finì 2-2. Intanto
un grande combattente si stava rivelando Aldo Agroppi da Piombino, vero cuore
granata ed indomito specialmente negli infuocati derby di quei tempi. Il torneo
1968-'69 si chiuse con il Toro al sesto posto, senza squilli nelle coppe.
Fabbri se ne andò per tornare a Bologna e sulla panchina del Torino
si sedette Cadè; altra partenza grave fu quella di Lido Vieri, all'Inter.
In compenso arrivò Claudio Sala tassello importante e fondamentale
per il futuro; il punto debole era l'attacco, con un Pulici a dire poco ancora
acerbo e con i fondamentali da rivedere.
Nel torneo dominato dal Cagliari di Gigi Riva, i granata chiusero con il settimo
posto, piazzamento ormai "amico" delle maglie del Toro. Sesti, settimi,
ottavi: sempre lì, sempre a metà classifica, mai un brivido
che profumasse di scudetto. Bisognava aspettare ancora qualche anno... Nell'estate
del 1970 eco arrivare a Torino il "giaguaro" Castellini e Gianni
Bui, centravanti di gran classe: malgrado questi arrivi il Toro disputò
un campionato in sordina. Fu un ottavo posto, ma ad un solo punto dal Foggia
retrocesso! Dopo una bella vittoria nel derby con gol di Pulici il Torino
si afflosciò e rischiò grosso.
A fine stagione, però, arrivò un'enorme gioia per i tifosi del
Toro: il quarto trionfo in Coppa Italia. Dopo che Cancian aveva sostituito
Cadè sulla panchina, il Torino riuscì nell'impresa di battere
il Milan ai rigori nella finalissima di Genova. L'eroe fu Castellini, che
parò due rigori a Rivera e regalò la coppa al Toro; grandissimo
anche Maddè, autore di 5 centri consecutivi. Al termine di un campionato
disastroso, la gemma della Coppa Italia regalò un sorriso a Pianelli,
che era pronto a ricominciare verso nuovi successi.
Ecco Gustavo Giagnoni sedere sulla panchina granata e fu subito 1971-'72 un
campionato eccezionale! La carica venne trasmessa alla squadra che arrivò
ad un punto dallo scudetto! Alcune decisioni arbitrali contrarie, come a Genova
in occasione di Sampdoria-Torino (gol negato ad Agroppi), non permisero ai
granata di coronare il sogno ma fu comunque una stagione grandiosa. La gente
si strinse attorno a quella squadra, dove Pulici, Sala, Mozzini e Castellini
facevano le "prove scudetto".
Il campionato seguente fu inaspettatamente anonimo, dopo tante speranze il
Torino si sedette un po' e chiuse al sesto posto, con Pulici che si aggiudicò
la sua prima classifica cannonieri con 17 reti. Perle non da poco di questa
stagione furono i due derby, vinti entrambi: Giagnoni nelle stracittadine
non perdonava!
Nel 1973 arrivò al Toro Ciccio Graziani che esordì in serie
A il 18 novembre, in occasione di Sampdoria-Torino. A fine stagione Giagnoni
lasciò il Torino e approdò al Milan: a torneo in corso, infatti,
sulla panchina del Toro tornò a sedersi Mondino Fabbri, che guiderà
i granata anche nel 1974-75. Toro quinto e primi 6 gol in serie A di Graziani.
Nel 1974 furono acquistati Santin e Zaccarelli; Fabbri disponeva di un'ottima
squadra, la faceva però giocare con troppa prudenza.Pulici e Graziani
segnarono 30 gol in due, erano già gemelli ma il Toro non andò
oltre un mediocre sesto posto; a Cagliari, a fine campionato, ci fu l'addio
al grande Giorgio Ferrini, che disputò l'ultima gara della sua carriera.
E siamo al magico anno-scudetto! Radice in panchina e Caporale, Pecchi e Patrizio
Sala gli ultimi ritocchi per un Toro tutta grinta e gran gioco, vero calcio
moderno, da fare impallidire Sacchi! A primavera il sorpasso sui cugini della
Juve, che persero tre partite di fila e così dilapidarono un vantaggio
di 6 punti sul Toro. I gemelli del gol imperversavano, andavano a segno tutte
le domeniche, grazie anche ai proverbiali assist del "poeta" Claudio
Sala.
Il Toro conquisterà il titolo con il pareggio interno contro il Cesena,
l'unico punto perso al Comunale in tutta la stagione, un record. Settantamila
tifosi salutarono il ritorno del Toro sulla vetta del campionato, la città
era in delirio, una festa per il popolo torinista. La squadra di Gigi Radice
chiuse con 45 punti, due in più della Juventus; Pulici si laureò
capocannoniere con 21 reti, seguito da Graziani con 15 gol. Rileggiamo ancora
la formazione campione d'Italia 27 anni dopo Superga: Castellini, Santin,
Salvadori, Patrizio Sala, Mozzini, Caporale, Claudio Sala, Pecci, Graziani,
Zaccarelli, Pulici. Ancora una volta però il destino era in agguato:
l'8 Novembre morì Giogio Ferrini, il "Capitano" per eccellenza,
l'uomo che più di ogni altro ha saputo impersonificare in tutta la
storia del Toro il grande spirito granata.
Intanto con l'acquisto di Danova i granata erano pronti per la Coppa dei Campioni
e per difendere il titolo; la stagione 1976-'77 fu una delle più belle
e sfortunate per il Toro, di tutta una storia. Un Campionato eccezionale,
con 50 punti fatti, non bastò però a riconfermarsi campione:
la Juve ne fece 51, incredibile. Toro secondo, con una squadra che era forse
più forte di quella scudettata, con un Graziani capace di segnare 21
gol, con Pulici a 16. Iniziò qui il declino di quella grande squadra,
declino più psicologico che fisico, di sfiducia.
In Coppa dei Campioni il Torino superò brillantemente il primo turno
contro gli svedesi del Malmoe poi si fermò contro lo squadrone tedesco
del Borussia Moenchegladbach; dopo aver perso 1-2 al Comunale, in Germania
fu 0-0, in 8 contro 11 e Graziani in porta… Inizio del declino dunque
e spogliatoio non proprio compatto: nel 1977-'78 il Toro disputò comunque
un buon campionato ma non diede mai l'impressione di poter vincere il titolo.
Fu un secondo posto a pari merito con il Vicenza di Paolo Rossi, 5 punti dietro
la Juve.I gol venivano a fatica, anche i gemelli iniziavano ad appannarsi
un po' e nel torneo seguente vi fu un ulteriore passo indietro, con il Toro
che chiuse al quinto posto, con pochi squilli. Radice fu vittima nel 1979
di un grande incidente d'auto, dove morì il suo amico Barison: la società
fu molto turbata da questo ennesimo colpo della sfortuna che non voleva smetterla
di accanirsi contro il Torino.
Molti giocatori dello scudetto non vestivano più il granata: Castellini,
Mozzini, Santin non c'erano più, la difesa era stata rivoluzionata
ma era l'attacco a stentare terribilmente. Con Rabitti al posto di Radice
il Torino chiuse la stagione 1979-'80 al quarto posto e con l'amaro in bocca
per la finale di Coppa Italia persa a Roma contro i giallorossi ai rigori.
I granata erano in netto vantaggio nei tiri dal dischetto ma non bastò:
vinse la Roma 3-2. Pianelli, intanto, viveva grosse difficoltà economiche
e il suo impegno per la causa granata andava via via affievolendosi: voleva
lasciare, era stanco e sfiduciato.
Nel torneo 1980-'81 ritornavano in Italia gli stranieri ed il Toro acquistò
Van de Korput, non un fulmine di guerra sicuramente. Rabitti prima e Cazzaniga
poi guidarono un Toro modesto, che alla fine si salvò per un punto.
Ancora in finale di Coppa Italia, ancora contro la Roma e ancora sconfitti:
questa volta si giocò anche il ritorno a Torino ma, dopo un duplice
1-1, furono i rigori ad essere fatali ai granata. Torino tutto giovani nel
1981-'82, con Giacomini mister, Pulici e Zaccarelli a guidare il gruppo; Graziani
e Pecci erano andati a Firenze, del Toro-scudetto erano rimasti Paolino e
Zac. Campionato gagliardo dei granatini ed obiettivo salvezza raggiunto con
largo anticipo; non poteva mancare la chicca della finale di Coppa Italia,
persa, e così fu anche in questa stagione, la terza consecutiva.Contro
l'Inter non ci fu nulla da fare, sconfitta 1-0 a San Siro e pareggio 1-1 al
Comunale. Il cambio di timone al vertice fu cosa fatta nella primavera del
1982: via Orfeo Pianelli, con le lacrime agli occhi, e Sergio Rossi nuovo
presidente, con tanta voglia di fare e di vincere. Squadra tutta nuova (anche
Pulici lasciò il Toro) con i tifosi entusiasti del nuovo presidente.
Gli arrivi di Selvaggi, Hernandez, Galbiati, Borghi, con Bersellini in panchina
facevano ben sperare ma fu un torneo mediocre quello datato 1982-'83. Unico
grande acuto il derby di ritorno che passò alla storia: i granata,
sotto di due reti, riuscirono a capovolgere il risultato in 3 soli minuti,
andando a segno con Dossena, Bonesso e Torrisi: incredibile! Torino-Juventus
3-2 e Maratona in stato di puro delirio! Il torneo fu chiuso all'ottavo posto,
fuori dalle coppe, una vera delusione.
Grandi speranze fece nascere l'acquisto di Schachner da parte di Sergio Rossi,
pareva il bomber che mancava al Toro per il salto di qualità; dopo
un ottimo avvio di campionato il torello di Bersellini si sedette nuovamente
e non bastò un grande Dossena a riportare le maglie granata nelle coppe
europee, un rigore sbagliato da Hernandez a Roma contro i giallorossi fu decisivo,
la squadra si smontò e terminò al quinto posto.Ancora Sergio
Rossi protagonista e grosso colpo sul mercato: Junior arrivò al Filadelfia
nell'estate 1984; partì Hernandez e sulla panchina vi fu un grande
ritorno, quello di Gigi Radice. Con Serena e Schachner in attacco ed un centrocampo
con Junior e Dossena nessun sogno era proibito: il Torino disputò un
torneo di grande livello e giunse secondo, dietro alla sorpresissima Verona.
Ancora un grande derby, un derby granata: Serena al 90° piegò la
Juve e fece impazzire la gente del Toro. Il ritorno di Radice a Torino era
stato molto positivo, la squadra aveva ritrovato la grinta antica ed un gioco
spettacolare. Serena, dopo un trasferimento contestato, passò alla
Juve ed il Torino lanciò come punta titolare: non fu la stessa cosa
e nel torneo 1985-'86 i granata chiusero al quinto posto.
Nelle coppe, dopo aver superato il Panathinaikos, l'Hajduk Spalato impose
lo stop ai granata. Annata piuttosto deludente, dunque. Sergio Rossi si era
un po' stufato di comprare senza vedere validi riscontri in fatto di risultati
e di pubblico; iniziò così a stringere un po' i cordoni della
borsa, subendo le prime contestazioni. Wim Kieft fu ingaggiato per la stagione
1986-'87 ma, dopo una partenza a suon di gol, il centravanti olandese si infortunò
gravemente in una trasferta di Coppa UEFA in Ungheria, saltando quasi tutto
il campionato. Torneo sofferto e concluso con soli 26 punti dal Torino che
però, in Coppa, giunse fino ai quarti di finale.Il Tirol Innsbruck
eliminò i granata dopo una gara di ritorno a dir poco rocambolesca,
con due rigori solari negati al Toro: per non perdere l'abitudine….
Rossi lasciò la società al duo Gerbi-Definis, anche Dossena
se ne andò, pare per diverbi con il sergente di ferro Radice; senza
più Junior e Dossena il centrocampo si era impoverito di molto ma in
attacco giunse Tony Polster, autore di un'ottima stagione e chissà
perché non confermato dalla società. Era il Torino di Cravero,
Ezio Rossi, Crippa, Comi, Sabato: una buona squadra, che terminò sesta
in campionato, alla pari con la Juventus. Nello spareggio per andare in UEFA
il Torino fu sconfitto ai rigori dai cugini, dopo uno squallido 0-0.
Anche in Coppa Italia andò male: finalissima contro la Sampdoria e
sconfitta: dopo avere perso 2-0 a Marassi ed aver saputo ribaltare il risultato
a Torino, un gol di Salsano nei supplementari condannò il Toro. E'
proprio vero che la sfiga ci vede benissimo! Nella stagione 1988-'89 gli acquisti
di Muller, Edu e Skoro avevano fatto pensare ad un grande Toro: mai ci si
sbaglio in maniera più netta! Radice fu contestata fin dall'inizio,
al suo posto subentrò a dicembre Claudio Sala ma la squadra era poca
cosa, gli stranieri non giravano e si scivolava sempre più in basso
in classifica. Muller era un fuoriclasse ma non c'era con la testa, troppa
indisciplina e totale menefreghismo per la causa granata. Sala fu a sua volta
avvicendata dal "mago" Vatta nelle ultime cinque giornate ma non
ci fu nulla da fare: Toro in B 30 anni dopo e seconda grossa macchia nella
storia della società.
Nel marzo 1989 avvenne però una svolta: Borsano comprò il Torino
ed allestì subito uno squadrone per riportare il sodalizio in alto,
tra i grandi della serie A.Oltre 18.000 abbonamenti in serie B, un record:
il popolo granata aveva ritrovato l'entusiasmo. Con Fascetti in panchina il
Toro dominò la serie B, in testa dalla prima all'ultima giornata: giocavano
in granata Marchegiani, Policano, Romano, Muller, Cravero, uno squadrone che
poteva benissimo figurare bene in serie A.
Nel maggio 1990, con la vittoria per 3-0 sul Messina, il Torino di Borsano
saluto il vecchio Comunale: dalla stagione successiva si sarebbe giocato al
"Delle Alpi". Mondonico, Martin Vazquez, Lentini: questi nomi del
Toro 1990-'91, che si riaffacciava alla massima serie di carico di grinta
e con un entusiasmo alle stelle. Mondonico entrò come pochi altri tecnici
nel cuore dei tifosi; era una bella squadra, quel Toro, che seppe fare 3 punti
su 4 nei derby e concludere la stagione al 5° posto, in piena zona-UEFA.
Tifosi del Toro in esultanza, tifosi che sottoscrissero oltre 26.000 abbonamenti
per il campionato 1991-'92. Casagrande e Scifo si aggiunsero all'intelaiatura
preesistente e si formò così l'attacco delle "cinque stelle":
Lentini, Scifo, Casagrande, Martin Vazquez e Bresciani. Borsano però
stava iniziando a vivere le sue vicissitudini a livello giudiziario e la società
granata andava così incontro ad uno dei periodi più bui della
sua storia. In campo sportivo però tutto procedeva a gonfie vele, sia
in campionato che in Europa. La squadra girava, in Coppa UEFA dopo aver eliminato
il Reykiavik, il Boavista ed l'Aek di Atene il Torino era giunto ai quarti
di finale. In marzo, dopo aver superato il Bk Copenaghen, nelle semifinali
era in programma la grande sfida contro il Real Madrid.
70.000 persone al "Delle Alpi" per una sfida di ritorno incandescente,
dopo la sconfitta per 2-1 a Madrid: l'atmosfera era davvero magica ed un grande
Toro si impose 2-0, volando in finale contro l'Aiax. Dopo un sofferto 2-2
a Torino ad Amsterdam successe di tutto: il Toro prese ben 3 pali, uno dei
quali al novantesimo, ma la coppa fu vinta dagli olandesi. Il sogno svanì,
tra molte lacrime. In campionato il Toro fu ottimo terzo, ma la delusione
per la sconfitta in coppa superò ogni altro sentimento.
L'estate del 1992 fu un'estate calda, a Torino: Borsano cedette mezza squadra,
da Policano a Cravero a Benedettini per chiudere con l'affare Lentini, che
scatenò la rabbia dei tifosi. Borsano, ormai, era un presidente in
disarmo, travolto dai debiti e dalle manie di grandezza. Una squadra più
povera ed una società allo sbando si apprestavano a vivere la stagione
1992-'93: unico rinforzo fu Aguilera, il furetto uruguayano.
Malgrado il caos, Mondonico seppe "isolare" la squadra che condusse
così un campionato dignitoso e, dulcis in fundo, riuscì nell'impresa
di conquistare la sua quinta Coppa Italia.Ma che sofferenza! Dopo aver eliminato
la Juve in due tiratissimi derby il Toro entrò in finale contro la
Roma: dopo una superba gara a Torino vinta per 3-0 il ritorno nella capitale
doveva essere poco più di una formalità. Ma quando mai il Toro
avrebbe potuto stare un po' tranquillo? Grazie ad un arbitraggio a dir poco
di parte, la Roma usufruì di 3 rigori ma non bastarono: finì
5-2, una partita da infarto, ma la coppa era granata! Ecco la formazione del
Torino di quella incredibile notte: Marchegiani, Bruno, Mussi, Fortunato,
Cois, Fusi, Sordo, Venturin, Aguilera, Scifo, Silenzi, con Emiliano Mondonico
in panchina.
In campionato il Toro fu nono, senza infamia e senza lode. GianMauro Borsano,
nel frattempo, passa da un avviso di garanzia all'altro e cedette così
la presidenza al notaio Goveani: le cose non sarebbero cambiate di una virgola,
con buchi in bilancio che stavano diventando voragini, con le multe del fisco
sempre più cospicue, il Torino andava incontro alla grande paura chiamata
fallimento.
Il "Mondo" restò al Toro anche 1993-'94, quando la squadra
viveva sull'inventiva di Carbone e sulla vena realizzativa di Silenzi, autore
a fine campionato di ben 17 reti. In Coppa delle Coppe, dopo aver eliminato
il Lillestrom e l'Aberdeen, i granata si arresero nei quarti di finale all'Arsenal;
in Coppa Italia, invece, in semifinale il Toro perse contro l'Ancona, squadra
di serie B!Ma era in società che gli avvenimenti stavano precipitando:
le cessioni di giocatori con pagamenti ricevuti in nero durante l'allegra
gestione Borsano-Goveani avevano messo a tappeto i conti del Torino e, senza
un serio intervento esterno, il Torino Calcio S.p.A. sarebbe stato dichiarato
fallito.
Nella primavera 1994 GianMarco Calleri rilevò il pacchetto di maggioranza
del Torino e salvò la società: Calleri intraprese una politica
di rigore assoluto per riuscire a ripianare un bilancio disastroso.
Il nuovo presidente trovava buchi ovunque, una situazione da far rabbrividire.
Nell'estate del 1994 fu interrotto il rapporto con Mondonico, e sulla panchina
granata sedette Rosario Rampanti. Per poco, però: infatti Rampanti
fu presto rilevato da Nedo Sonetti, più esperto. Un Torino totalmente
rivoluzionato disputò un ottimo campionato: partito infatti con l'obiettivo
primario di non retrocedere, i granata si trovarono addirittura nelle condizioni
di lottare per la Coppa UEFA.
Il Torino non centrò la qualificazione ma riuscì nell'impresa
di vincere entrambi i derby, grazie ad un Rizzitelli stratosferico: 4 gol
in due stracittadine e 19 reti totali a fine campionato!Calleri, poco alla
volta, continuava nella sua politica di risanamento, necessaria e indispensabile.
Il Toro allestito per la stagione 1995-'96 pareva una buona squadra: confermato
Sonetti, anche Pelé, Angloma e Rizzitelli restarono granata; gli acquisti
Hakan e Milanese dovevano garantire il salto di qualità. Non fu così,
come tutti sapete. Il Torino partì male e terminò peggio la
stagione; Sonetti a dicembre, dopo una batosta per 5-0 nel derby, venne allontanato
e al suo posto fu chiamato Scoglio.
Il professore diede una scossa ma arbitri e sfortuna girarono le spalle al
Toro: anche Scoglio fu allontanato e Lido Vieri chiuse la stagione, con il
Toro che scese per la terza volta in B, quasi senza combattere. Si era partiti
con molte ambizioni, si finì davvero in malo modo. Hakan non si rivelò
secondo le attese e le varie riparazioni sul mercato novembrino non servirono
a nulla. Il Torino era in B, i tifosi erano inferociti con il mondo intero,
dalla classe arbitrale ai giocatori: la realtà era dura da accettare.
Il resto è storia recente, Calleri ha risanato il Torino, la società
non ha più debiti. E' già un grande successo: non resta che
risalire in fretta la china, tornare subito in A. Sono i 90 anni di storia
che lo esigono, la sua leggenda, il suo glorioso passato. Buon Compleanno
Toro!Il campionato '96/97, dopo un avvio dignitoso prosegue senza particolari
acuti. Solo a cavallo fra dicembre e gennaio i granata, che centrano sei vittorie
consecutive, sembrano confermare le previsioni della vigilia che indicano
il Toro tra i protagonisti della serie B. Ma l'illusione dura poco e a marzo,
un contestatissimo Calleri lascia la guida del club a Massimo Vidulich, presidente
dell' Hsl. L'impatto è positivo, nel vocabolari entrano nuovi "termini":
merchandising, marketing e così via. La stagione seguente solo uno
sfortunato spareggio a Reggio Emilia contro il Perugia nega al Toro, passato
dalla conduzione tecnica di Souness a quella più razionale e pragmatica
di Reja, la gioia del ritorno in "A". La società decide di
cambiare: ritorna sulla panchina granata Emiliano Mondonico, che centra al
primo tentativo (1998/99) la promozione. Ma il futuro della società
non promette nulla di buono: le voci sui problemi finanziari si fanno sempre
più insistenti. La squadra, inevitabilmente, ne viene coinvolta e dopo
un avvio di stagione promettente, scivola inesorabilmente verso il fondo classifica.
Il Club vive momenti difficili, lo spettro del fallimento aleggia nuovamente
sul Torino. E, quando la crisi sembra a un passo dal travolgere i granata,.
interviene Francesco Cimminelli a salvare il Toro, la sua storia, il suo nome
e tutto il mondo granata. L'arrivo della nuova proprietà restituisce
dignità ai colori granata. L'intervento è onerosissimo: oltre
200 miliardi per tagliare con un passato ricco solo di parole ma povero, troppo
povero, di concretezza.
Ristrutturata la società, alla cui guida dopo una breve parentesi di
Beppe Aghemo, viene chiamato Attilio Romero, grande tifoso granata e manager
di alto profilo, Cimminelli rivoluziona l'area tecnica. Il responsabile è
Sandro Mazzola, figlio del "Capitano" per eccellenza, Valentino,
mentre il vivaio (che in un solo anno verrà riportato ai livelli del
passato) è affidato a Renato Zaccarelli, che riesce a creare, in collaborazione
con Benedetti e Comi, una struttura vincente e all'avanguardia nel panorama
calcistico nazionale.
La squadra, che viene affidata a Gigi Simoni,. inizia la nuova stagione in
"B" in modo altalenante. I risultati non vengono e, il 30 ottobre
2000, sulla panchina viene chiamato Giancarlo Camolese, tecnico della Primavera.
Tra lo scetticismo generale, Cimminelli e Romero (che in estate hanno compiuto
notevoli sforzi nella campagna acquisti) puntano così su un allenatore
giovane, all'esordio assoluto come responsabile tecnico. Ma l'ennesima "scommessa"
di Cimminelli si rivela vincente. Inizia così una serie di risultati
eccezionali, che portano al Toro un'infinità di record assoluti: 73
punti in campionato, otto successi consecutivi, dieci vittorie in trasferta.
Numeri impressionanti!
La città si riscopre granata e la promozione viene festeggiata con
una grande festa popolare per le vie e le piazze di Torino. Nuovamente protagonista
nel campionato di serie "A", il Toro è chiamato adesso a
confermarsi. La società non ha lesinato nuovi sforzi finanziari, la
campagna acquisti presenta un saldo negativo di 50 miliardi. Orgoglio, dignità
di appartenenza e una situazione economica degna del Toro permettono al popolo
granata di guardare al futuro con rinnovato entusiasmo.
i granata si attestarono sempre tra il 3° ed il 4° posto.La prima
vera beffa, di una lunga serie che caratterizzerà la storia del Toro,
avvenne nel campionato 1914-15. Nel girone finale a quattro squadre il Torino
si trovava a due punti dal Genoa capolista ad un turno dalla fine: si doveva
ancora giocare, guarda caso, Genoa-Torino, quando scoppiò la Prima
Guerra Mondiale ed il torneo fu sospeso. Il Genoa fu arbitrariamente dichiarato
Campione d'Italia; da notare che nella gara di andata Torino-Genoa terminò
6-1, una vera lezione. Così il primo scudetto sfumò, il campionato
sarebbe ripreso nel 1919 ed il momento magico dei granata svanì.
Da ricordare, in questi primi anni di vita del sodalizio granata, giocatori
come Bachmann I, i fratelli Mosso, Debernardi I: il fenomeno dei fratelli
in una sola società era diffusissimo ed il caso dei quattro Mosso,
che, seppur in annate diverse, vestirono la maglia granata, è emblematico.
Dopo la guerra il campionato riprese nella stagione 1920-'21 ed il Torino,
giunto in semifinale, disputò contro il Legnano la gara ufficiale più
lunga mai giocata in Italia; terminò 1-1 e dopo due supplementari si
era ancora in parità. L'arbitro decise di far disputare un terzo supplementare,
ma dopo 8 minuti le squadre, sfiancate, si arresero. La ripetizione, di comune
accordo, non fu disputata.
Negli anni venti iniziò al Toro la serie dei fratelli Martin, quattro
come i Mosso; Martin II sarà il più forte e disputerà
ben 359 gare di campionato con la maglia granata, un primato.
Anche Bachmann giocava ancora, mentre il giovane, ma promettente Janni iniziava
ad affacciarsi sulla grande ribalta. Il 7 aprile 1922 arrivò la brutta
notizia delle dimissioni di Vittorio Pozzo, "per motivi familiari e professionali".
Nel 1924 vi fu una svolta nella storia del Torino: alla presidenza fu infatti
eletto il Conte Marone Cinzano, che riuscirà a far vivere momenti di
gloria alle casacche granata. Fin dall'estate 1925 Cinzano diede inizio alle
sue operazioni di mercato che furono sempre mirate ad acquistare il meglio
in circolazione per fare grande il Toro. Fu prelevato in Argentina Julio Libonatti
e Baloncieri, diede vita al "trio delle meraviglie". Una squadra
che poteva schierare il "trio" più Janni era davvero formidabile,
una miscela di classe e forza irraggiungibile. Rossetti era la potenza, le
sue fucilate imprevedibili per qualsiasi portiere; arrivo al Torino dallo
Spezia, all'inizio del campionato 1926-'27, il Conte Cinzano lo pagò
25.000 lire! Baloncieri e Libonatti, invece, erano due giocatori di grandissima
classe, con il pallone facevano ciò che volevano, dribbling e finte
erano il loro verbo; più funambolo Libonatti, più trascinatore
Baloncieri.
Un grande Toro, nato grazie all'ambizione del Conte Cinzano, che voleva prevalere
a tutti i costi sui cugini bianconeri ed arrivare al sospirato scudetto. La
Juventus era la squadra della nobiltà torinese, conduceva sempre delle
campagne di rafforzamento molto onerose; vestivano la casacca bianconera giocatori
del calibro di Combi, Rosetta, Allemandi, tutti campioni.
Anche il Toro di Cinzano, come già visto, aveva uno squadrone pronto
ad affrontare la stagione 1926-'27. Quella che fu, purtroppo per il sodalizio
granata, la sfortunata annata dello scudetto revocato. Il "giallo"
si riferisce ad un derby, il secondo della stagione vinto dal Torino per 2-1
con gol decisivo di Balacics; il Torino si aggiudicò anche la vittoria
finale del campionato.
Si era già nella stagione 1927-28 inoltrata quando il giornale "Lo
sport" di Milano pubblicò la notizia di un broglio a favore del
Torino nel derby; notizia che fu ripresa dal "Tifone" di Roma ed
ampliata da un giornalista che abitava nella pensione di Allemandi, terzino
della Juventus accusato di aver venduto la partita ai granata. Ci fu in effetti
un tentativo di corruzione da parte di un dirigente granata (tale dottor Nani)
ma Allemandi, intascata metà della cifra pattuita, cambiò idea
e risultò essere uno dei migliori in campo nel derby. Le voci di brogli,
ingigantite sul "Tifone", fecero scattare l'inchiesta federale.
Il dottor Nani confessò e lo scudetto fu revocato al Torino; Allemandi
squalificato a vita. Il Torino aveva vinto lo scudetto con pieno merito ma
la gioia fu breve, la rabbia per l'ingiustizia subita moltissima! Il titolo
italiano nel 1927 non fu quindi assegnato, mentre Allemandi scontò
alla fine solo un anno di squalifica: grazie all'ottimo comportamento degli
"Azzurri" alle Olimpiadi di Amsterdam fu amnistiato. Lo scudetto
al Toro, però, non fu restituito... Quel titolo fu conquistato il 10
luglio 1927 battendo 5-0 il Bologna e revocato il 3 Novembre dello stesso
anno. La formazione campione virtuale era: Bosia, Balacics, Martin II, Colombari,
Janni, Sperone, Carrera, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni; allenatore
Schoffer.
L'anno successivo giustizia fu fatta: il Torino si riconfermò Campione
d'Italia, mettendo tutti a tacere. All'inizio della stagione 1927-28 il morale
era molto basso, l'accusa di corruzione era un macigno duro da rimuovere;
infatti il girone di andata risultò disastroso. Ci pensò il
vero trascinatore, Baloncieri, il gran capitano, a smuovere gli animi, a reagire:
il Toro si trasformò, inizio a vincere senza smettere più sino
al termine della stagione.
La storia granata, cari amici, è così: per ottenere un successo
bisogna sempre meritarne almeno due..., il Conte Marone, però, risultòì
molto scosso dall'accusa che aveva infangato la sua squadra del cuore; perse
entusiasmo e passione, si sentì ferito nell'orgoglio. Fu così
che, malgrado il trionfo appena ottenuto, non se la sentì di continuare
a fare il presidente del Torino e passò la mano a Giacomo Ferrari.
Per il sodalizio granata fu una perdita del valore incommensurabile.
Nella stagione 1927-'28 il Torino si laureò Campione d'Italia il 22
luglio, pareggiando contro il Milan per 2-2. Questa la formazione vincitrice
del primo scudetto: Bosia, Martin III, Martin II, Martin I, Colombari, Sperone,
Vezzani, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni. Una squadra fortissima,
una vera macchina da gol che, dopo aver vinto il titolo, si concedette una
tournée-vacanza in Sud America, per festeggiare il tanto atteso tricolore,
il primo della storia granata.
I Campioni d'Italia del 1928 nella stagione successiva sfiorarono nuovamente
la conquista del titolo: fu fatale ai granata la sconfitta nello spareggio
contro il Bologna, che prese così il posto del Torino nell'albo d'oro
del campionato italiano. Con l'inizio degli anni Trenta molte cose andarono
cambiando nel mondo del calcio: l'introduzione del girone unico, i giocatori
divennero ormai dei veri professionisti, i vivai assunsero sempre più
una grande importanza nell'ambito delle società.
Quando Adolfo Baloncieri decise di lasciare il calcio (1932) il Torino, in
suo onore, creò una sezione giovanile, chiamandola "Balôn
boys": iniziò così l'avventura dei "ragazzi del Filadelfia".
La direzione del settore giovanile fu affidata a Carlo Rocca detto "Carlin",
che dedicò la sua vita ai giovani calciatori; tra i "Balôn
boys" si distinsero personaggi del calibro di Raf Vallone, Federico Allasio,
Giacinto Ellena, Cesare Gallea. I giovani del Torino erano i più forti
e ben preparati d'Italia, diedero un enorme contributo alla prima squadra
fungendo da vero e proprio serbatoio (una tradizione che, come sappiamo, nel
tempo è rimasta).
Nel primo campionato a girone unico i granata si piazzarono al quarto posto,
in un torneo dominato dall'ambrosiana Inter; da ricordare i 17 gol del cannoniere
Rossetti. Dalla stagione successiva ebbe inizio la serie d'oro della Juventus,
la celebre "Juventus del quinquennio" capace di vincere ben cinque
titoli italiani dal 1930-31 al 1934-35. La squadra era un vero e proprio insieme
di campioni, tra i quali si ricordano Combi, Rosetta, Caligaris, Orsi.
Il Torino invece attraversava un momento critico. Dopo l'abbandono della presidenza
da parte del Conte Cinzano ci fu una vera e propria girandola di presidenti
che caratterizzò il decennio 1928-38; si susseguirono nell'ordine Ferrari,
Vastapane; Gervasio, Mossetto, Silvestri, Cuniberti, senza però riuscire
ad eguagliare l'opera del loro illustre predecessore.
Fu così che il Toro nei primi Trenta si limitò a vivacchiare
in posizioni di centro classifica, impotente di fronte allo strapotere della
Juventus di Carcano. Nella stagione 1930-31 i granata si piazzarono al settimo
posto, l'anno dopo il Toro fu ottavo, con Libonatti e Rossetti sempre padroni
delle aree di rigore avversarie. Nel 1932-33 il Torino concluse ancora al
settimo posto ma il peggio doveva arrivare: dodicesimo posto nel 1934 ed addirittura
quattordicesimo nel 1935, con la serie B sfiorata di un niente. Il Toro infatti
si salvò solo all'ultima giornata, vincendo lo scontro diretto contro
il Livorno e condannando così i toscani alla retrocessione: vittoria
per 1-0 con gol di Filippo Prato, detto "Flip", che passò
alla storia. Torino 25 punti, Livorno 24, così recitava la classifica
finale, con grande sospiro di sollievo della gente granata, una forte instabilità
societaria era la causa dei risultati modesti delle compagnie granata, che
restava a galla grazie alla vera e propria fucina di talenti che si dimostrarono
essere i "Balôn boys".
Intanto l'ossatura della Juventus del quinquennio fece sì che gli azzurri
di Vittorio Pozzo si laureassero Campioni del Mondo nel 1934, titolo poi bissato
nel 1938. Dalla stagione 1935-36 iniziò una rinascita per i colori
granata, con un prestigioso terzo posto in campionato alle spalle del Bologna
(che spezzò l'egemonia bianconera) e della Roma; un pessimo finale
di campionato privò il Torino del titolo ma arrivò, consolazione
non da poco, la Coppa Italia. Nella stessa stagione ci fu infatti l'esordio
di questa manifestazione ed i granata furono i primi ad aggiudicarsi il trofeo;
il percorso per arrivare alla finale contro l'Alessandria fu travolgente:
2-0 alla Reggiana, 8-2 al Catania, 4-2 al Livorno e 2-0 alla Fiorentina. Finalissima
contro "i grigi" a Genova: Torino Alessandria 5-1, doppiette di
Galli e Silano, con l'aggiunta di un gol del bomber Buscaglia.Dalla stagione
1936-37 il Torino cambiò denominazione: da "Football Club"
ad "Associazione Calcio", per volere del Duce che esigeva la scomparsa
di ogni parola straniera; erano anni così…. Il Torino in quel
campionato terminò terzo, con il Bologna Campione d'Italia per il secondo
anno consecutivo; nel torneo 1937-38 i granata chiusero con un anonimo nono
posto, Campione d'Italia fu l'ambrosiana Inter.
Fu esaltante, invece, la stagione 1938-39, con il Torino al secondo posto,
alle spalle di un Bologna fortissimo che sopravanzò i granata di 4
punti. I rossoblù schierarono campioni come Andreolo, Biavati, Puricelli:
malgrado questo il Torino negli scontri diretti riuscì ad ottenere
3 punti su 4, vincendo 3-1 a Bologna e pareggiando 1-1 al Filadelfia. In porta,
nel Toro, militava Olivieri, detto "il gatto magico"; altri giocatori
di valore erano Petron e Ferrero (che allenò in seguito il grande Torino).
Allenatore era Mario Sperone, con l'ungherese Egri Erstein direttore tecnico.
La linea mediana che il Torino schierava alla fine degli anni Trenta passò
alla storia come la "mediana delle sei elle " in quanto i tre grandi
campioni che la componevano rispondevano ai nomi di Allasio, Gallea ed Ellena.
Tutti e tre provenivano dai "Balôn boys"; mentre Allasio ed
Ellena erano giocatori molto grintosi, Gallea era l'uomo dal tacco fino, di
gran classe. Gallea ed Ellena (quest'ultimo ha dedicato la propria vita ai
colori granata, restando nei quadri della società ancora ultraottuagenario)
giocarono con Grezar, Loik e Mazzola, nell'embrione cioè del grande
Torino.
Campionato 1939-40: granata al quinto posto, titolo all'ambrosiana Inter.
Nel 1939 il Torino passò a Ferruccio Novo e fu la svolta per la società
granata: Novo non era un mecenate ma un amministratore attento pronto ad investire
nel Torino. Chiamò accanto a sé personaggi di provata fede granata
come Janni, Ellena. Sperone: da questo gruppo di ex torinisti nacque una squadra
ancora oggi inimitabile. Il primo grande acquisto fu Franco Ossola dal Varese:
prezzo 55.000, cifra rilevante per il mercato dell'epoca; Ossola esordì
nel 1940, in una squadra ancora legata agli anni Trenta. Nel campionato 1940-41
il Torino fu settimo, Bologna ancora Campione d'Italia mentre bomber granata
si laureò subito Ossola con 15 reti.
Nell'estate '41 il presidente ingaggiò Menti dalla Fiorentina, Ferraris
dall'Ambrosiana Inter e tre giocatori dalla Juventus: Bodoira, Borel e un
certo Guglielmo Gabetto, detto il "barone". Nella stagione 1941-42
il Torino si piazzò al secondo posto, a tre lunghezze dalla Roma: i
granata vantarono il miglior attacco del torneo (60 reti). Novo, instancabile,
per il campionato 1942-43 ingaggiò Loik e Mazzola dal Venezia, Grezar
dalla Triestina e affidò la direzione tecnica della prima squadra a
Janni che sostituì Kutik: il presidente era molto attivo, voleva a
tutti i costi uno squadrone! Il Torino vinse il primo dei suoi cinque scudetti
consecutivi e, nella stagione1942-43, si aggiudicò anche la seconda
Coppa Italia. Partirono male, i granata, con due sconfitte consecutive contro
l'Ambrosiana ed il Livorno ma alla terza giornata vinsero 5-2 il derby con
la Juventus: il torneo fu un lungo testa a testa tra Torino e Livorno, risolto
solo all'ultima giornata, con la vittoria di Bari firmata da Valentino Mazzola.
Torino 44 punti, Livorno 43, nuovamente Campioni d'Italia dopo 15 anni! Un
mese dopo aver vinto lo scudetto i granata concessero il bis e si assicurarono
la Coppa Italia: Anconitana, Atalanta, Milan, Roma e Venezia (i lagunari sconfitti
4-0 nella finale a Milano) le vittime del rullo compressore granata.
Vediamo insieme la rosa della squadra grande protagonista della stagione 1942-43:
portieri: Bodoira e Cavalli; difensori: Cassano, Ellena, Ferrini, Piacentini;
centrocampisti: Baldi, Gallea, Grezar, Loik, Mazzola; attaccanti: Ferraris
II, Gabetto, Menti II, Ossola.
La squadra non era ancora quella "macchina invincibile" degli anni
successivi ma centrocampo ed attacco non subiranno rinnovamenti, erano già
fortissimi.
A causa della guerra il campionato, nel 1944, venne diviso in due gironi:
i bombardamenti rendevano difficile lo spostamento delle squadre lungo lo
stivale. Tutto era chiaramente a carattere ufficioso, il titolo non sarebbe
stato riconosciuto; il Torino assunse il nome Torino-Fiat e schierò
anche Silvio Piola al Fianco di Mazzola e Gabetto. Lo "scudetto di guerra"
lo vinsero, a sorpresa, i "Vigili del fuoco di La Spezia", in finale
contro il Torino, sconfitti 2-1. L'inattesa battuta d'arresto era dovuta al
fatto che molti granata dovettero sostenere un lungo viaggio in condizioni
disagiate a causa di una amichevole giocata a Trieste dalla nazionale di Vittorio
Pozzo. La Federazione offrì al Torino la possibilità di spostare
l'incontro ma Novo si rifiutò, pensando di poter vincere ugualmente:
il presidente, quella volta, sbagliò...
La guerra imperversava ed il campionato 1944-45 non si disputò; la
ripresa nella stagione 1945-46, con il Toro favoritissimo! Ad inizio campionato
il Torino si presentava con Bacigalupo in porta, Ballarin e Maroso terzini,
Rigamonti centromediano; i quattro di centrocampo erano Grezar, Loik, Castigliano
e Mazzola, con Ossola, Gabetto e Ferraris in attacco. Una squadra magnifica,
spettacolare: in un torneo ancora diviso in due (Alta Italia e Centro-Sud)
i granata dominarono dominarono in lungo ed in largo. L'inizio non fu confortante
(1-2 contro la Juve!) ma il Toro vinse il girone dell'Alta Italia con 42 punti
contro i 39 della Internazionale.
Nel girone finale ad otto squadre i granata ottennero ben 11 vittorie e tre
sole sconfitte, vincendo il titolo con un solo punto di vantaggio sulla Juventus
in un finale trilling! Era l'inizio di una serie di trionfi! Il calcio, a
guerra conclusa era, con il ciclismo, la più grande passione degli
italiani: proprio nel 1945 nacque "Tuttosport" fondato da Renato
Casalbore ed il 5 maggio 1946 comparvero nella vita degli sportivi i primi
segni 1X2 della schedina! Era nata la mitica "Sisal".
A partire dalla stagione 1946-47 venne rispristinato il campionato a girone
unico, le ferite della guerra andavano lentamente rimarginandosi: era un campionato
lunghissimo quello che stava nascendo, con 20 squadre e 38 gare. Unico acquisto
di rilievo del Torino Campione d'Italia fu quello di Danilo Martelli, mediano
del Brescia. Molte squadre cercarono rinforzi per contrastare i granata, specialmente
oltre frontiera: servirono a poco...
Ci fu una partenza a razzo del Bologna, che si presentò al Filadelfia
all'ottava giornata con 13 punti conquistati sui 14 a disposizione e zero
gol subiti in 7 gare! Bene, finì 4-0 per il Toro, con il portiere felsineo
Vanz a dir poco stordito! Da quella gara in poi fu l'ennesima marcia trionfale,
con goleade a ripetizione e spettacolo assicurato ad ogni partita. Le cifre
a fine torneo sono a dir poco impressionanti: 104 gol fatti, 35 subiti, Valentino
Mazzola re dei cannonieri con 29 centri. La Juve, terminò al secondo
posto con 10 punti di distacco! Il Torino di Ferrero ed Erbstein fu promosso
in maglia azzurra da Vittorio Pozzo ed il record assoluto fu toccato in occasione
di Italia-Ungheria, giocatasi a Torino: 10 giocatori granata con la maglia
dell'Italia, solo Sentimento IV in porta non era del Filadelfia.
L'Italia vinse quella partita per 3-2, con due gol di Gabetto ed uno di Loik.
Nella stagione 1947-48 il Torino si apprestava a difendere il titolo con una
rosa quasi identica mentre la Juve, con Gianni Agnelli nuovo presidente, non
badava a spese per rinforzarsi. Unico acquisto di rilievo fu Sauro Tomà,
terzino; molti cambiamenti ci furono invece al vertice. Ferrero lasciò
la guida tecnica, al suo posto Mario Sperone, con Copernico direttore tecnico.
Nella realtà la squadra la "faceva" il consigliere di Novo,
Erbstein. Il campionato era un girone unico con 21 squadre, per un totale
di 40 partite!
Dopo un girone di andata un po' stentato, chiuso con due reti in meno del
Milan, il ciclone granata si scatenò nel ritorno. Due gare sono da
ricordare di quel 1948: la batosta storica rifilata agli "Ital-Toro"
degli allora maestri inglesi (4-0 al Comunale) ed una rimonta altrettanto
storica rifilata nella "fossa" del Filadelfia. Il 30 maggio 1948,
infatti, la Lazio dopo soli 20 minuti di gioco si trovava incredibilmente
in vantaggio per 3-0; Mazzola come vuole la leggenda, si rimboccò le
maniche e la gara terminò 4-3 per il Torino, reti di Castigliano (2),
Gabetto e Mazzola stesso. Il Torino si laureò Campione d'Italia con
5 giornate di anticipo, circa un mese e mezzo prima della scadenza del torneo!
Fu, probabilmente, il miglior Toro di tutti i tempi, la stagione 1947-48 vide
giocare una delle più forti squadre di sempre. La classifica dei bomber
fu vinta da Boniperti con 27 reti, Mazzola ne segnò 25 e Gabetto 23.
Ecco i primati stabiliti dai granata nella stagione1947-48: massimo punteggio
in classifica, 65 punti in 40 gare; massimo vantaggio sulle seconde classificate,
16 punti di distacco a dal Milan, Juve e Triestina; vittoria in casa più
netta 10-0 all'Alessandria; vittorie complessive, ben 29 su 40; maggior sequenza
di gare utili; 21 partite senza mai perdere, dalla ventesima alla quarantunesima,
con 17 vittorie e 4 pareggi; maggior numero di punti in casa, 39 su 40; maggior
numero di reti segnate, ben 125 e minor numero di reti subite, solo 33. Può
bastare, no? Gli squadroni come il Milan, Juve e Inter avevano come obiettivo
l'indebolimento della squadra granata , cercando di portare via dal Filadelfia
qualche pezzo pregiato, come Mazzola, il gran capitano. Il quale era attratto
dalla lusinga che la società milanesi gli offrivano, l'Inter in particolare:
ad inizio stagione il capitano stette fuori squadra per diverbi con Novo ma
già alla seconda partita tutto si era appianato, il trascinatore del
Toro era di nuovo in campo con il suo "10" sulla schiena.
Nuovo allenatore per il campionato 1948-49 era l'inglese Lievesley. Dopo gare
alterne ed un derby vinto solita maniera (3-1), il Torino si trovò
al termine del girone d'andata in testa alla classifica alla pari con il Genoa.
Intanto al Filadelfia erano arrivati i giovani Operto, Grava e la mezz'ala
ungherese Schubert, tutti molto promettenti; primavera i granata erano, come
tutti gli anni, al massimo della forma e travolgevano ogni ostacolo, volando
in vetta alla classifica: il Torino si strinse attorno a Bacigalupo a l'attacco
dell'Inter, forte di Nyers, Amadei e Lorenzi, non passò.
Dopo la gara con l'Inter il Torino si fermò a Milano: infatti i granata
erano attesi martedì 3 maggio da una gara amichevole a Lisbona contro
il Benfica. I rapporti e le esperienze internazionali erano importanti per
un club all'avanguardia come il Torino di Novo e poi la partita era stata
concordata dai capitani delle due squadre, Mazzola e Ferreira, che si erano
conosciuti in occasione della gara tra Italia e Portogallo giocava nel Genoa.
Ferreira disse a Mazzola che a fine stagione avrebbe lasciato il calcio e
avrebbe voluto coronare la sua carriera con un amichevole scontro la grande
squadra granata. Capitan Valentino si fece subito avanti e l'accordo fu presto
fatto, anche perché la trasferta di Lisbona serviva a rimpinguare il
bilancio societario, non proprio florido.
L'incontro fu fissato per martedì 3 maggio 1949 ed il Torino ottenne
dalla Federazione il permesso di anticipare al 30 aprile la sfida con l'Inter.
La gara contro il Benfica fu davvero un'amichevole, tanti gol e Toro sconfitto
4-3: grandi feste per il capitan Ferreira e applausi per tutti. Il giorno
seguente, il 4 Maggio, il Torino salì sul trimotore "I-Elce"
per fare ritorno a casa. Il tempo era pessimo, nuvole basse, pioggia: alle
17 l'ultimo contatto tra l'aereo e l'aeroporto di Torino, poi il buio. La
Basilica di Superga apparve davanti al pilota all'improvviso: una fiammata,
lo schianto tremendo, la morte improvvisa. Tra le 17,01 e le 17,04 del 4 maggio
1949 morì il grande Torino ed iniziò la sua leggenda. La rotta
seguita dall'aereo era quella esatta, volava però troppo basso: sarebbero
bastati pochi metri in più d'altezza oppure un piccolo scarto laterale
per evitare l'impatto, ma il destino aveva deciso.
La notizia della tragedia in un attimo fece il giro del mondo, in tutti lo
sgomento fu enorme; il compito più ingrato toccò a Vittorio
Pozzo, che dovette procedere al riconoscimento dei suoi ragazzi, uno per uno,
nel bailamme che regnava a Superga dopo lo schianto. I morti furono 31, perirono
anche i giornalisti Renato Casalbore (Tuttosport), Luigi Cavallero (La Stampa)
e Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo). Torino, quella Torino del dopoguerra,
aveva "bisogno" del Torino, dello spettacolo, della gioia che sapevano
offrire quei ragazzi: ora non c'erano più, era tutto finito. Dopo il
riconoscimento le salme furono portate a Palazzo Madama, per il saluto della
folla: una vera processo rese omaggio alle bare allineate. Una folla immensa
partecipò ai funerali il 6 maggio 1949, mezzo milione di persone, forse
più: tutta Torino era lungo il percorso del funerale; le case erano
deserte.
Tutto il mondo dello sport era presente alle esequie, tutte le squadre italiane
e molte straniere; fra le tante corone di fiori ne spiccava una di rose rosse
con questa scritta: "Josè Ferreira, ai suoi più grandi
amici". A Torino, si diceva, non si trovava più un fiore: erano
tutti per quelle 31 bare, nell'immensa chiesa che, per un giorno, fu Piazza
Castello. In coda al corteo funebre sfilò, mestamente vuoto, il mitico
"Conte Rosso", il pullman usato per le trasferte dei campioni.
Per varie ragioni tre componenti di quella magica squadra non salirono sull'aereo
per Lisbona; Giuliano, Gandolfi e il più famoso Sauro Tomà,
fermato dal medico per un infortunio al ginocchio. Anche Ferruccio Novo, bloccato
dalla broncopolmonite, si salvò, così come il grande Nicolò
Carosio che rimase a casa per la cresima del figlio: casi fortunati, della
vita. La stagione 1948-49 fu portata a termine dai giovani del Torino, che
disputarono le ultime gare contro le corrispettive formazioni giovanili. Il
Torino vinse tutte le rimanenti partite, chiudendo il campionato 1948-49 con
60 punti, cinque di vantaggio sull'Inter seconda: mai trionfo più fu
amaro.
Il 26 maggio 1949 si assistette allo stadio Comunale ad una gara che rimarrà
nella storia. Pochi giorni dopo la sciagura di Superga il presidente del River
Plate Antonio Alberto telefonò a Ferruccio Novo, mettendosi a disposizione
per una gara amichevole con incasso a favore dei familiari degli scomparsi.
Contro il grande River Plate si schierò il "Torino Simbolo",
un gruppo di undici fuoriclasse in maglia granata: giocarono infatti per il
Toro Sentimenti IV, Manente, Furiassi, Annovazzi, Giovannini, Achilli, Nyers,
Boniperti, Nordhal, Hansen, Ferrari II, Lorenzi, tutti veri e propri campioni.
Stella degli argentini era un certo Di Stefano; in un Comunale al limite della
capienza la partita-spettacolo terminò 2-2. Aveva così inizio
il dopo-Superga, con Novo ancora presidente, sotto choc per la scomparsa dei
"suoi" ragazzi ma con la ferma intenzione di ricostruire il Torino.
Sulla base di un grande settore giovanile iniziarono i preparativi per presentare
ai nastri di partenza della stagione 1949-50 un Torino dignitoso. Solo un
grandissimo presidente come Novo poteva riuscirci!
Il CONI concesse a Novo un prestito di 200 milioni, 50 gli furono versati
dalla Federazione, il "Torino simbolo" ne raccolse 16; i prestiti
avrebbero dovuto essere restituiti dopo dieci anni ma si trasformarono in
contributi a fondo perduto. Il Toro ripartiva, dunque, con Ferruccio Novo
al timone.
Ad inizio della stagione 1949-'50 regnava la confusione, la fretta era cattiva
consigliera: ottimo acquisto fu comunque Beniamino Santos, mezz'ala argentina.
Arrivarono al Filadelfia anche Hjalmarsson e Bengtsson; oltre a Carapellese
ed al portiere Bepi Moro. Unico superstite di Superga in prima squadra Sauro
Tomà; il Torino era una buona formazione, in grado di non sfigurare
contro nessuno. Granata dopo molti anni sconfitti nel derby (1-3), la squadra
era ottima in attacco e debole nel reparto difensivo. Chiuse al 6° posto
assoluto la prima stagione del dopo-tragedia, con un grande Santos autore
di 27 reti; scudetto alla Juve e granata molto soddisfatti per l'ottima ripartenza.
Dopo la reazione emotiva che diede grandi risultati nel 1949-'50, la stagione
seguente vi fu il classico calo di tensione; la stagione 1950'-51 fu una vera
sofferenza anche perché la squadra fu quasi interamente rivoluzionata.
I granata si salvarono alla penultima giornata, chiudendo al quartultimo posto
in classifica, senza grosse prospettive per le annate future. Malgrado Novo
tenesse duro, stava per iniziare il periodo buio per la società granata
nel campionato 1951-'52, con nuovamente Mario Sperone al comando, il Torino
soffrì ancora le pene dell'inferno, malgrado potesse contare su Amalfi
in attacco. La salvezza sospirata giunse solo all'ultima giornata, con uno
0-0 interno contro l'Udinese. I soldi in cassa erano sempre pochi, Novo doveva
affidarsi al suo "fiuto" ed ai giovani; storia vecchia, come si
può notare... All'inizio del '52 vestì la casacca granata quello
che si rivelerà un acquisto fondamentale per parecchi anni: Horst Buhtz.
I tifosi del Toro seguivano sempre la squadra con enorme passione; proprio
di quegli anni è la fondazione del club "Fedelissimi Granata",
primo in Italia per data di nascita. Una fede davvero incrollabile!
Con Jesse Carver come allenatore si ripartiva per il campionato 1952-'53,
con Buhtz vero leader; fu un torneo senza infamia e senza lode, chiuso al
decimo posto, con 31 punti in 34 gare. Ussello allenatore e Jesse Carver direttore
tecnico per il campionato datato 1953-'54: salvezza raggiunta con cinque turni
d'anticipo, cosa non da poco. Il Torino chiuse al 9° posto, con 33 punti
e Buhtz vero mattatore con 11 reti e tanto lavoro svolto.
La stagione 1954-'55 fu l'ultima di Novo alla presidenza del Toro: il grande
presidente lasciò il sodalizio granata per stanchezza e sfiducia, in
"quel" Torino non si ritrovava più. Annibale Frossi "il
dottor sottile", fu il nuovo direttore tecnico e l'acquisto più
importante fu Enzo Bearzot: era una squadra da combattimento. Fu ancora un
nono posto, nel più completo anonimato: il Torino, da "grande"
diventò una squadra normale, senza più ambizioni di sorta. Teresio
Guglielmone sostituì Novo alla presidenza ma a livello economico cambiò
poco: i soldi erano un miraggio per le casse granata! La nona piazza era ormai
abitudine: così fu anche nel torneo 1955-'56, con 33 punti, dopo un
ottimo avvio ed il 3° posto alla fine del girone d'andata.
Nel 1956 Guglielmone lasciò la presidenza ad un comitato esecutivo,
al quale subentrerà in seguito Mario Rubatto: il caos era sovrano,
ma la squadra si farà rispettare. Buhtz lasciò il Toro ma arrivano
Armano, Ricagni, Arce, Tacchi e Jeppson: un attacco da sogno! Il Torino chiuse
una splendida stagione al 5° posto davanti alla Juve di due punti: 35
contro 33, tifosi in delirio, il Toro pareva essere tornato grande! Già
pareva...
Il Torino era squadra vecchiotta e non riuscì a ripetersi e così
l'anno successivo si tornò a soffrire anche se la salvezza fu raggiunta
con un buon anticipo. Mentre la Juventus di Sivori, Charles e Boniperti vinse
lo scudetto il Toro chiuse al settimo posto, rientrando nei ranghi dopo l'exploit
del quinto posto dell'anno prima. Ecco tempi davvero grami per la gente del
Toro, abituata a ben altri successi. Ed il peggio doveva arrivare...
Rubatto portò la squadra a giocare al Comunale e concluse un primordiale
contratto di sponsorizzazione con la Talmone: nacque così il Torino
Talmone. In porta arrivò Lido Vieri ma non bastò ad evitare
la retrocessione, amarissima.
Il Talmone Torino chiuse all'ultimo posto, con 23 punti, un vero disastro:
la prima grande umiliazione della gloriosa storia granata. Era d'obbligo risalire
subito e così fu; il presidente Morando portò un po' d'ordine
in società, la "T" dal petto fu eliminata, il Torino tornò
Torino e basta.
Per i granata fu una grossa occasione mancata non aver potuto e saputo sfruttare
appieno le grandi doti dei due britannici. Il Toro finì settimo, si
poteva fare molto di più: la cosa più positiva fu un derby vinto
1-0, gol di Baker. Law segnò 10 reti e, a testimonianza della sua classe
immensa, nel 1964 vinse il pallone d'oro quale miglior giocatore d'Europa!
Nella stagione successiva, partiti i due anglosassoni, si ritornò ad
una tranquilla mediocrità, malgrado gli acquisti di Poletti e Gerry
Hitchens; quest'ultimo fu un vero affare per il Toro. Sulla panchina continuava
a sedersi Jo Santos. "Chico" Locatelli segnava a raffica ed il Torino
partì bene, per poi sedersi: terminò ottavo, Hitchens cannoniere
con 11 reti.
In Coppa Italia granata in finale dopo un cammino trionfale; vittorie contro
Triestina, Bologna, Sampdoria, Verona e ultimo ostacolo rappresentato dall'Atalanta.
Il sogno svanì nella finalissima di San Siro: Atalanta-Torino 3-1,
tre gol di Domenghini e addio ai sogni di gloria. Intanto, nel febbraio 1963,
Orfeo Pianelli divenne presidente del Torino e diede stabilità al sodalizio
granata: ce n'era davvero bisogno! Primo colpo di Pianelli fu Rocco; Nereo
Rocco sulla panchina del Toro, un ottimo modo di presentarsi! Giunsero a Torino
anche Puia, Albrit e Moschino.
Non migliorò molto la classifica finale, settimo posto, ma in Coppa
Italia fu nuovamente finale e, purtroppo, nuovamente sconfitta. Dopo aver
eliminato Lecco, Varese, Genoa ai rigori ed Inter in semifinale era derby:
il Toro vinse 2-0 sulla Juve, reti di Hitchens e Peirò ed approdò
alla finale, contro la Roma. All'olimpico fu 0-0 e, nella ripetizione al Comunale,
i giallorossi si imposero per 1-0, gol di Nicolè. Seconda occasione
buttata in due anni, dunque... Con ancora Rocca in panchina fece un ulteriore
sforzo ed acquistò il grande Gigi Meroni dal Genoa; altro giocatore
molto interessante acquistato da Pianelli fu Gigi Simoni, anche lui proveniente
dal Genoa. Con un Rosato sempre più in evidenza, il Torino era davvero
una buona squadra e lo dimostrò: i granata ottennero il miglior risultato
del dopo-Superga, un ottimo terzo posto dietro ad Inter e Milan, con 44 punti,
ben tre lunghezze in più della Juve.
Anche in Coppa delle Coppe i ragazzi del "Paron" Rocco si fecero
valere e giunsero sino allo spareggio di semifinale contro il Monaco 1860:
qui furono sconfitti 2-0 a Zurigo. Grandi aspettative e puntuale doccia fredda
l'anno dopo: una campagna acquisti sbagliata fece sì che il Toro non
riuscisse ad andare oltre un grigio decimo posto. Anche nelle Coppe la stagione
1965-'66 fu da dimenticare, due eliminazioni al primo turno e tutti a casa.
Nell'estate 1966, dopo l'umiliazione azzurra in Inghilterra da parte della
Corea, il Torino cedette Rosato con Mancini e acquistò Combin e Facchin.
Rocco visse tra le contestazioni il suo ultimo anno al Toro, accusato di troppo
difensivismo. I tifosi volevano più spettacolo.
Arrivò l'ennesimo settimo posto, dignitosi e nulla più, con
il solo Gigi Meroni sempre sugli scudi. Edmondo Fabbri venne chiamato da Pianelli
sulla panchina granata al posto di Rocco, nell'estate 1967. Il vero protagonista
delle vicende del Toro era però sempre lui, Gigi Meroni, così
estroverso, così pieno di classe: uno degli ultimi artisti del pallone.
Meroni rendeva felice chi lo guardava giocare ma, purtroppo, il destino era
in agguato anche per lui, come per i ragazzi del grande Torino.
Una domenica d'ottobre, dopo la gara giocata e vinta contro la Sampdoria al
Comunale, Gigino fu investito da un'auto in Corso Re Umberto, a Torino. Un'altra
botta terribile per il Toro, un destino avverso che sembrava non aver fine.
La gente era sgomenta. Il successivo derby fu vinto 4-0, con rabbia e disperazione
il Torino travolse la Juventus in una gara ricca d'emozioni da entrambe le
parti.
Il campionato fu ancora mediocre, settimo posto finale ma giunse la vittoria
in Coppa Italia. Terzo trionfo in questa manifestazione per la società
granata che, dopo aver eliminato la Sampdoria, il Napoli ed il Catanzaro nelle
gare ad eliminazione diretta, si aggiudicò il girone finale. Milan,
Inter e Bologna le "vittime" del Toro, che colse così un
importante trionfo, il primo dell'era-Pianelli.Nella successiva stagione arrivarono
Rampanti e Mondonico e fece la prima apparizione Paolino Pulici: era la prima
pietra della squadra dello scudetto! Pulici segnerà il suo primo gol
in serie A il 6 aprile 1969 a Milano contro l'Inter: finì 2-2. Intanto
un grande combattente si stava rivelando Aldo Agroppi da Piombino, vero cuore
granata ed indomito specialmente negli infuocati derby di quei tempi. Il torneo
1968-'69 si chiuse con il Toro al sesto posto, senza squilli nelle coppe.
Fabbri se ne andò per tornare a Bologna e sulla panchina del Torino
si sedette Cadè; altra partenza grave fu quella di Lido Vieri, all'Inter.
In compenso arrivò Claudio Sala tassello importante e fondamentale
per il futuro; il punto debole era l'attacco, con un Pulici a dire poco ancora
acerbo e con i fondamentali da rivedere.
Nel torneo dominato dal Cagliari di Gigi Riva, i granata chiusero con il settimo
posto, piazzamento ormai "amico" delle maglie del Toro. Sesti, settimi,
ottavi: sempre lì, sempre a metà classifica, mai un brivido
che profumasse di scudetto. Bisognava aspettare ancora qualche anno... Nell'estate
del 1970 eco arrivare a Torino il "giaguaro" Castellini e Gianni
Bui, centravanti di gran classe: malgrado questi arrivi il Toro disputò
un campionato in sordina. Fu un ottavo posto, ma ad un solo punto dal Foggia
retrocesso! Dopo una bella vittoria nel derby con gol di Pulici il Torino
si afflosciò e rischiò grosso.
A fine stagione, però, arrivò un'enorme gioia per i tifosi del
Toro: il quarto trionfo in Coppa Italia. Dopo che Cancian aveva sostituito
Cadè sulla panchina, il Torino riuscì nell'impresa di battere
il Milan ai rigori nella finalissima di Genova. L'eroe fu Castellini, che
parò due rigori a Rivera e regalò la coppa al Toro; grandissimo
anche Maddè, autore di 5 centri consecutivi. Al termine di un campionato
disastroso, la gemma della Coppa Italia regalò un sorriso a Pianelli,
che era pronto a ricominciare verso nuovi successi.
Ecco Gustavo Giagnoni sedere sulla panchina granata e fu subito 1971-'72 un
campionato eccezionale! La carica venne trasmessa alla squadra che arrivò
ad un punto dallo scudetto! Alcune decisioni arbitrali contrarie, come a Genova
in occasione di Sampdoria-Torino (gol negato ad Agroppi), non permisero ai
granata di coronare il sogno ma fu comunque una stagione grandiosa. La gente
si strinse attorno a quella squadra, dove Pulici, Sala, Mozzini e Castellini
facevano le "prove scudetto".
Il campionato seguente fu inaspettatamente anonimo, dopo tante speranze il
Torino si sedette un po' e chiuse al sesto posto, con Pulici che si aggiudicò
la sua prima classifica cannonieri con 17 reti. Perle non da poco di questa
stagione furono i due derby, vinti entrambi: Giagnoni nelle stracittadine
non perdonava!
Nel 1973 arrivò al Toro Ciccio Graziani che esordì in serie
A il 18 novembre, in occasione di Sampdoria-Torino. A fine stagione Giagnoni
lasciò il Torino e approdò al Milan: a torneo in corso, infatti,
sulla panchina del Toro tornò a sedersi Mondino Fabbri, che guiderà
i granata anche nel 1974-75. Toro quinto e primi 6 gol in serie A di Graziani.
Nel 1974 furono acquistati Santin e Zaccarelli; Fabbri disponeva di un'ottima
squadra, la faceva però giocare con troppa prudenza.Pulici e Graziani
segnarono 30 gol in due, erano già gemelli ma il Toro non andò
oltre un mediocre sesto posto; a Cagliari, a fine campionato, ci fu l'addio
al grande Giorgio Ferrini, che disputò l'ultima gara della sua carriera.
E siamo al magico anno-scudetto! Radice in panchina e Caporale, Pecchi e Patrizio
Sala gli ultimi ritocchi per un Toro tutta grinta e gran gioco, vero calcio
moderno, da fare impallidire Sacchi! A primavera il sorpasso sui cugini della
Juve, che persero tre partite di fila e così dilapidarono un vantaggio
di 6 punti sul Toro. I gemelli del gol imperversavano, andavano a segno tutte
le domeniche, grazie anche ai proverbiali assist del "poeta" Claudio
Sala.
Il Toro conquisterà il titolo con il pareggio interno contro il Cesena,
l'unico punto perso al Comunale in tutta la stagione, un record. Settantamila
tifosi salutarono il ritorno del Toro sulla vetta del campionato, la città
era in delirio, una festa per il popolo torinista. La squadra di Gigi Radice
chiuse con 45 punti, due in più della Juventus; Pulici si laureò
capocannoniere con 21 reti, seguito da Graziani con 15 gol. Rileggiamo ancora
la formazione campione d'Italia 27 anni dopo Superga: Castellini, Santin,
Salvadori, Patrizio Sala, Mozzini, Caporale, Claudio Sala, Pecci, Graziani,
Zaccarelli, Pulici. Ancora una volta però il destino era in agguato:
l'8 Novembre morì Giogio Ferrini, il "Capitano" per eccellenza,
l'uomo che più di ogni altro ha saputo impersonificare in tutta la
storia del Toro il grande spirito granata.
Intanto con l'acquisto di Danova i granata erano pronti per la Coppa dei Campioni
e per difendere il titolo; la stagione 1976-'77 fu una delle più belle
e sfortunate per il Toro, di tutta una storia. Un Campionato eccezionale,
con 50 punti fatti, non bastò però a riconfermarsi campione:
la Juve ne fece 51, incredibile. Toro secondo, con una squadra che era forse
più forte di quella scudettata, con un Graziani capace di segnare 21
gol, con Pulici a 16. Iniziò qui il declino di quella grande squadra,
declino più psicologico che fisico, di sfiducia.
In Coppa dei Campioni il Torino superò brillantemente il primo turno
contro gli svedesi del Malmoe poi si fermò contro lo squadrone tedesco
del Borussia Moenchegladbach; dopo aver perso 1-2 al Comunale, in Germania
fu 0-0, in 8 contro 11 e Graziani in porta… Inizio del declino dunque
e spogliatoio non proprio compatto: nel 1977-'78 il Toro disputò comunque
un buon campionato ma non diede mai l'impressione di poter vincere il titolo.
Fu un secondo posto a pari merito con il Vicenza di Paolo Rossi, 5 punti dietro
la Juve.I gol venivano a fatica, anche i gemelli iniziavano ad appannarsi
un po' e nel torneo seguente vi fu un ulteriore passo indietro, con il Toro
che chiuse al quinto posto, con pochi squilli. Radice fu vittima nel 1979
di un grande incidente d'auto, dove morì il suo amico Barison: la società
fu molto turbata da questo ennesimo colpo della sfortuna che non voleva smetterla
di accanirsi contro il Torino.
Molti giocatori dello scudetto non vestivano più il granata: Castellini,
Mozzini, Santin non c'erano più, la difesa era stata rivoluzionata
ma era l'attacco a stentare terribilmente. Con Rabitti al posto di Radice
il Torino chiuse la stagione 1979-'80 al quarto posto e con l'amaro in bocca
per la finale di Coppa Italia persa a Roma contro i giallorossi ai rigori.
I granata erano in netto vantaggio nei tiri dal dischetto ma non bastò:
vinse la Roma 3-2. Pianelli, intanto, viveva grosse difficoltà economiche
e il suo impegno per la causa granata andava via via affievolendosi: voleva
lasciare, era stanco e sfiduciato.
Nel torneo 1980-'81 ritornavano in Italia gli stranieri ed il Toro acquistò
Van de Korput, non un fulmine di guerra sicuramente. Rabitti prima e Cazzaniga
poi guidarono un Toro modesto, che alla fine si salvò per un punto.
Ancora in finale di Coppa Italia, ancora contro la Roma e ancora sconfitti:
questa volta si giocò anche il ritorno a Torino ma, dopo un duplice
1-1, furono i rigori ad essere fatali ai granata. Torino tutto giovani nel
1981-'82, con Giacomini mister, Pulici e Zaccarelli a guidare il gruppo; Graziani
e Pecci erano andati a Firenze, del Toro-scudetto erano rimasti Paolino e
Zac. Campionato gagliardo dei granatini ed obiettivo salvezza raggiunto con
largo anticipo; non poteva mancare la chicca della finale di Coppa Italia,
persa, e così fu anche in questa stagione, la terza consecutiva.Contro
l'Inter non ci fu nulla da fare, sconfitta 1-0 a San Siro e pareggio 1-1 al
Comunale. Il cambio di timone al vertice fu cosa fatta nella primavera del
1982: via Orfeo Pianelli, con le lacrime agli occhi, e Sergio Rossi nuovo
presidente, con tanta voglia di fare e di vincere. Squadra tutta nuova (anche
Pulici lasciò il Toro) con i tifosi entusiasti del nuovo presidente.
Gli arrivi di Selvaggi, Hernandez, Galbiati, Borghi, con Bersellini in panchina
facevano ben sperare ma fu un torneo mediocre quello datato 1982-'83. Unico
grande acuto il derby di ritorno che passò alla storia: i granata,
sotto di due reti, riuscirono a capovolgere il risultato in 3 soli minuti,
andando a segno con Dossena, Bonesso e Torrisi: incredibile! Torino-Juventus
3-2 e Maratona in stato di puro delirio! Il torneo fu chiuso all'ottavo posto,
fuori dalle coppe, una vera delusione.
Grandi speranze fece nascere l'acquisto di Schachner da parte di Sergio Rossi,
pareva il bomber che mancava al Toro per il salto di qualità; dopo
un ottimo avvio di campionato il torello di Bersellini si sedette nuovamente
e non bastò un grande Dossena a riportare le maglie granata nelle coppe
europee, un rigore sbagliato da Hernandez a Roma contro i giallorossi fu decisivo,
la squadra si smontò e terminò al quinto posto.Ancora Sergio
Rossi protagonista e grosso colpo sul mercato: Junior arrivò al Filadelfia
nell'estate 1984; partì Hernandez e sulla panchina vi fu un grande
ritorno, quello di Gigi Radice. Con Serena e Schachner in attacco ed un centrocampo
con Junior e Dossena nessun sogno era proibito: il Torino disputò un
torneo di grande livello e giunse secondo, dietro alla sorpresissima Verona.
Ancora un grande derby, un derby granata: Serena al 90° piegò la
Juve e fece impazzire la gente del Toro. Il ritorno di Radice a Torino era
stato molto positivo, la squadra aveva ritrovato la grinta antica ed un gioco
spettacolare. Serena, dopo un trasferimento contestato, passò alla
Juve ed il Torino lanciò come punta titolare: non fu la stessa cosa
e nel torneo 1985-'86 i granata chiusero al quinto posto.
Nelle coppe, dopo aver superato il Panathinaikos, l'Hajduk Spalato impose
lo stop ai granata. Annata piuttosto deludente, dunque. Sergio Rossi si era
un po' stufato di comprare senza vedere validi riscontri in fatto di risultati
e di pubblico; iniziò così a stringere un po' i cordoni della
borsa, subendo le prime contestazioni. Wim Kieft fu ingaggiato per la stagione
1986-'87 ma, dopo una partenza a suon di gol, il centravanti olandese si infortunò
gravemente in una trasferta di Coppa UEFA in Ungheria, saltando quasi tutto
il campionato. Torneo sofferto e concluso con soli 26 punti dal Torino che
però, in Coppa, giunse fino ai quarti di finale.Il Tirol Innsbruck
eliminò i granata dopo una gara di ritorno a dir poco rocambolesca,
con due rigori solari negati al Toro: per non perdere l'abitudine….
Rossi lasciò la società al duo Gerbi-Definis, anche Dossena
se ne andò, pare per diverbi con il sergente di ferro Radice; senza
più Junior e Dossena il centrocampo si era impoverito di molto ma in
attacco giunse Tony Polster, autore di un'ottima stagione e chissà
perché non confermato dalla società. Era il Torino di Cravero,
Ezio Rossi, Crippa, Comi, Sabato: una buona squadra, che terminò sesta
in campionato, alla pari con la Juventus. Nello spareggio per andare in UEFA
il Torino fu sconfitto ai rigori dai cugini, dopo uno squallido 0-0.
Anche in Coppa Italia andò male: finalissima contro la Sampdoria e
sconfitta: dopo avere perso 2-0 a Marassi ed aver saputo ribaltare il risultato
a Torino, un gol di Salsano nei supplementari condannò il Toro. E'
proprio vero che la sfiga ci vede benissimo! Nella stagione 1988-'89 gli acquisti
di Muller, Edu e Skoro avevano fatto pensare ad un grande Toro: mai ci si
sbaglio in maniera più netta! Radice fu contestata fin dall'inizio,
al suo posto subentrò a dicembre Claudio Sala ma la squadra era poca
cosa, gli stranieri non giravano e si scivolava sempre più in basso
in classifica. Muller era un fuoriclasse ma non c'era con la testa, troppa
indisciplina e totale menefreghismo per la causa granata. Sala fu a sua volta
avvicendata dal "mago" Vatta nelle ultime cinque giornate ma non
ci fu nulla da fare: Toro in B 30 anni dopo e seconda grossa macchia nella
storia della società.
Nel marzo 1989 avvenne però una svolta: Borsano comprò il Torino
ed allestì subito uno squadrone per riportare il sodalizio in alto,
tra i grandi della serie A.Oltre 18.000 abbonamenti in serie B, un record:
il popolo granata aveva ritrovato l'entusiasmo. Con Fascetti in panchina il
Toro dominò la serie B, in testa dalla prima all'ultima giornata: giocavano
in granata Marchegiani, Policano, Romano, Muller, Cravero, uno squadrone che
poteva benissimo figurare bene in serie A.
Nel maggio 1990, con la vittoria per 3-0 sul Messina, il Torino di Borsano
saluto il vecchio Comunale: dalla stagione successiva si sarebbe giocato al
"Delle Alpi". Mondonico, Martin Vazquez, Lentini: questi nomi del
Toro 1990-'91, che si riaffacciava alla massima serie di carico di grinta
e con un entusiasmo alle stelle. Mondonico entrò come pochi altri tecnici
nel cuore dei tifosi; era una bella squadra, quel Toro, che seppe fare 3 punti
su 4 nei derby e concludere la stagione al 5° posto, in piena zona-UEFA.
Tifosi del Toro in esultanza, tifosi che sottoscrissero oltre 26.000 abbonamenti
per il campionato 1991-'92. Casagrande e Scifo si aggiunsero all'intelaiatura
preesistente e si formò così l'attacco delle "cinque stelle":
Lentini, Scifo, Casagrande, Martin Vazquez e Bresciani. Borsano però
stava iniziando a vivere le sue vicissitudini a livello giudiziario e la società
granata andava così incontro ad uno dei periodi più bui della
sua storia. In campo sportivo però tutto procedeva a gonfie vele, sia
in campionato che in Europa. La squadra girava, in Coppa UEFA dopo aver eliminato
il Reykiavik, il Boavista ed l'Aek di Atene il Torino era giunto ai quarti
di finale. In marzo, dopo aver superato il Bk Copenaghen, nelle semifinali
era in programma la grande sfida contro il Real Madrid.
70.000 persone al "Delle Alpi" per una sfida di ritorno incandescente,
dopo la sconfitta per 2-1 a Madrid: l'atmosfera era davvero magica ed un grande
Toro si impose 2-0, volando in finale contro l'Aiax. Dopo un sofferto 2-2
a Torino ad Amsterdam successe di tutto: il Toro prese ben 3 pali, uno dei
quali al novantesimo, ma la coppa fu vinta dagli olandesi. Il sogno svanì,
tra molte lacrime. In campionato il Toro fu ottimo terzo, ma la delusione
per la sconfitta in coppa superò ogni altro sentimento.
L'estate del 1992 fu un'estate calda, a Torino: Borsano cedette mezza squadra,
da Policano a Cravero a Benedettini per chiudere con l'affare Lentini, che
scatenò la rabbia dei tifosi. Borsano, ormai, era un presidente in
disarmo, travolto dai debiti e dalle manie di grandezza. Una squadra più
povera ed una società allo sbando si apprestavano a vivere la stagione
1992-'93: unico rinforzo fu Aguilera, il furetto uruguayano.
Malgrado il caos, Mondonico seppe "isolare" la squadra che condusse
così un campionato dignitoso e, dulcis in fundo, riuscì nell'impresa
di conquistare la sua quinta Coppa Italia.Ma che sofferenza! Dopo aver eliminato
la Juve in due tiratissimi derby il Toro entrò in finale contro la
Roma: dopo una superba gara a Torino vinta per 3-0 il ritorno nella capitale
doveva essere poco più di una formalità. Ma quando mai il Toro
avrebbe potuto stare un po' tranquillo? Grazie ad un arbitraggio a dir poco
di parte, la Roma usufruì di 3 rigori ma non bastarono: finì
5-2, una partita da infarto, ma la coppa era granata! Ecco la formazione del
Torino di quella incredibile notte: Marchegiani, Bruno, Mussi, Fortunato,
Cois, Fusi, Sordo, Venturin, Aguilera, Scifo, Silenzi, con Emiliano Mondonico
in panchina.
In campionato il Toro fu nono, senza infamia e senza lode. GianMauro Borsano,
nel frattempo, passa da un avviso di garanzia all'altro e cedette così
la presidenza al notaio Goveani: le cose non sarebbero cambiate di una virgola,
con buchi in bilancio che stavano diventando voragini, con le multe del fisco
sempre più cospicue, il Torino andava incontro alla grande paura chiamata
fallimento.
Il "Mondo" restò al Toro anche 1993-'94, quando la squadra
viveva sull'inventiva di Carbone e sulla vena realizzativa di Silenzi, autore
a fine campionato di ben 17 reti. In Coppa delle Coppe, dopo aver eliminato
il Lillestrom e l'Aberdeen, i granata si arresero nei quarti di finale all'Arsenal;
in Coppa Italia, invece, in semifinale il Toro perse contro l'Ancona, squadra
di serie B!Ma era in società che gli avvenimenti stavano precipitando:
le cessioni di giocatori con pagamenti ricevuti in nero durante l'allegra
gestione Borsano-Goveani avevano messo a tappeto i conti del Torino e, senza
un serio intervento esterno, il Torino Calcio S.p.A. sarebbe stato dichiarato
fallito.
Nella primavera 1994 GianMarco Calleri rilevò il pacchetto di maggioranza
del Torino e salvò la società: Calleri intraprese una politica
di rigore assoluto per riuscire a ripianare un bilancio disastroso.
Il nuovo presidente trovava buchi ovunque, una situazione da far rabbrividire.
Nell'estate del 1994 fu interrotto il rapporto con Mondonico, e sulla panchina
granata sedette Rosario Rampanti. Per poco, però: infatti Rampanti
fu presto rilevato da Nedo Sonetti, più esperto. Un Torino totalmente
rivoluzionato disputò un ottimo campionato: partito infatti con l'obiettivo
primario di non retrocedere, i granata si trovarono addirittura nelle condizioni
di lottare per la Coppa UEFA.
Il Torino non centrò la qualificazione ma riuscì nell'impresa
di vincere entrambi i derby, grazie ad un Rizzitelli stratosferico: 4 gol
in due stracittadine e 19 reti totali a fine campionato!Calleri, poco alla
volta, continuava nella sua politica di risanamento, necessaria e indispensabile.
Il Toro allestito per la stagione 1995-'96 pareva una buona squadra: confermato
Sonetti, anche Pelé, Angloma e Rizzitelli restarono granata; gli acquisti
Hakan e Milanese dovevano garantire il salto di qualità. Non fu così,
come tutti sapete. Il Torino partì male e terminò peggio la
stagione; Sonetti a dicembre, dopo una batosta per 5-0 nel derby, venne allontanato
e al suo posto fu chiamato Scoglio.
Il professore diede una scossa ma arbitri e sfortuna girarono le spalle al
Toro: anche Scoglio fu allontanato e Lido Vieri chiuse la stagione, con il
Toro che scese per la terza volta in B, quasi senza combattere. Si era partiti
con molte ambizioni, si finì davvero in malo modo. Hakan non si rivelò
secondo le attese e le varie riparazioni sul mercato novembrino non servirono
a nulla. Il Torino era in B, i tifosi erano inferociti con il mondo intero,
dalla classe arbitrale ai giocatori: la realtà era dura da accettare.
Il resto è storia recente, Calleri ha risanato il Torino, la società
non ha più debiti. E' già un grande successo: non resta che
risalire in fretta la china, tornare subito in A. Sono i 90 anni di storia
che lo esigono, la sua leggenda, il suo glorioso passato. Buon Compleanno
Toro!Il campionato '96/97, dopo un avvio dignitoso prosegue senza particolari
acuti. Solo a cavallo fra dicembre e gennaio i granata, che centrano sei vittorie
consecutive, sembrano confermare le previsioni della vigilia che indicano
il Toro tra i protagonisti della serie B. Ma l'illusione dura poco e a marzo,
un contestatissimo Calleri lascia la guida del club a Massimo Vidulich, presidente
dell' Hsl. L'impatto è positivo, nel vocabolari entrano nuovi "termini":
merchandising, marketing e così via. La stagione seguente solo uno
sfortunato spareggio a Reggio Emilia contro il Perugia nega al Toro, passato
dalla conduzione tecnica di Souness a quella più razionale e pragmatica
di Reja, la gioia del ritorno in "A". La società decide di
cambiare: ritorna sulla panchina granata Emiliano Mondonico, che centra al
primo tentativo (1998/99) la promozione. Ma il futuro della società
non promette nulla di buono: le voci sui problemi finanziari si fanno sempre
più insistenti. La squadra, inevitabilmente, ne viene coinvolta e dopo
un avvio di stagione promettente, scivola inesorabilmente verso il fondo classifica.
Il Club vive momenti difficili, lo spettro del fallimento aleggia nuovamente
sul Torino. E, quando la crisi sembra a un passo dal travolgere i granata,.
interviene Francesco Cimminelli a salvare il Toro, la sua storia, il suo nome
e tutto il mondo granata. L'arrivo della nuova proprietà restituisce
dignità ai colori granata. L'intervento è onerosissimo: oltre
200 miliardi per tagliare con un passato ricco solo di parole ma povero, troppo
povero, di concretezza.
Ristrutturata la società, alla cui guida dopo una breve parentesi di
Beppe Aghemo, viene chiamato Attilio Romero, grande tifoso granata e manager
di alto profilo, Cimminelli rivoluziona l'area tecnica. Il responsabile è
Sandro Mazzola, figlio del "Capitano" per eccellenza, Valentino,
mentre il vivaio (che in un solo anno verrà riportato ai livelli del
passato) è affidato a Renato Zaccarelli, che riesce a creare, in collaborazione
con Benedetti e Comi, una struttura vincente e all'avanguardia nel panorama
calcistico nazionale.
La squadra, che viene affidata a Gigi Simoni,. inizia la nuova stagione in
"B" in modo altalenante. I risultati non vengono e, il 30 ottobre
2000, sulla panchina viene chiamato Giancarlo Camolese, tecnico della Primavera.
Tra lo scetticismo generale, Cimminelli e Romero (che in estate hanno compiuto
notevoli sforzi nella campagna acquisti) puntano così su un allenatore
giovane, all'esordio assoluto come responsabile tecnico. Ma l'ennesima "scommessa"
di Cimminelli si rivela vincente. Inizia così una serie di risultati
eccezionali, che portano al Toro un'infinità di record assoluti: 73
punti in campionato, otto successi consecutivi, dieci vittorie in trasferta.
Numeri impressionanti!
La città si riscopre granata e la promozione viene festeggiata con
una grande festa popolare per le vie e le piazze di Torino. Dopo una annata
memorabile seppur nel campionato cadetto il Toro si riconferma formazione
tosta e affiatata guidata da un ottimo tecnico Giancarlo Camolese, la squadra
riesce a salvarsi con qualche giornata d'anticipo e centrare anche l'obbiettivo
Uefa. L'anno successivo il Toro cerca conferme ed è molto agguerrito,
supera un turno di Intertoto con una formazione austriaca (Bregenz) e vince
in casa due a zero nel match successivo con il Villareal (team iberico), il
ritorno però è disastroso e il Toro va a perdere ai rigori in
Spagna e così svanisce il sogno Uefa. Il campionato inizia male e si
conclude peggio, il Torino ritorna in Serie B classificandosi all'ultimo posto
dopo aver cambiato numerosi allenatori (Camolese, Ulivieri, Zaccarelli e Ferri)
e dopo numerose rivolte dei tifosi torinesi (Torino-Milan che costò
ai granata la squalifica del Delle Alpi per cinque giornate).