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Così il primo scudetto sfumò, il campionato sarebbe ripreso nel 1919 ed il momento magico dei granata svanì.
Da ricordare, in questi primi anni di vita del sodalizio granata, giocatori come Bachmann I, i fratelli Mosso, Debernardi I: il fenomeno dei fratelli in una sola società era diffusissimo ed il caso dei quattro Mosso, che, seppur in annate diverse, vestirono la maglia granata, è emblematico.
Dopo la guerra il campionato riprese nella stagione 1920-'21 ed il Torino, giunto in semifinale, disputò contro il Legnano la gara ufficiale più lunga mai giocata in Italia; terminò 1-1 e dopo due supplementari si era ancora in parità. L'arbitro decise di far disputare un terzo supplementare, ma dopo 8 minuti le squadre, sfiancate, si arresero. La ripetizione, di comune accordo, non fu disputata.
Negli anni venti iniziò al Toro la serie dei fratelli Martin, quattro come i Mosso; Martin II sarà il più forte e disputerà ben 359 gare di campionato con la maglia granata, un primato.
Anche Bachmann giocava ancora, mentre il giovane, ma promettente Janni iniziava ad affacciarsi sulla grande ribalta. Il 7 aprile 1922 arrivò la brutta notizia delle dimissioni di Vittorio Pozzo, "per motivi familiari e professionali".
Nel 1924 vi fu una svolta nella storia del Torino: alla presidenza fu infatti eletto il Conte Marone Cinzano, che riuscirà a far vivere momenti di gloria alle casacche granata. Fin dall'estate 1925 Cinzano diede inizio alle sue operazioni di mercato che furono sempre mirate ad acquistare il meglio in circolazione per fare grande il Toro. Fu prelevato in Argentina Julio Libonatti e Baloncieri, diede vita al "trio delle meraviglie". Una squadra che poteva schierare il "trio" più Janni era davvero formidabile, una miscela di classe e forza irraggiungibile. Rossetti era la potenza, le sue fucilate imprevedibili per qualsiasi portiere; arrivo al Torino dallo Spezia, all'inizio del campionato 1926-'27, il Conte Cinzano lo pagò 25.000 lire! Baloncieri e Libonatti, invece, erano due giocatori di grandissima classe, con il pallone facevano ciò che volevano, dribbling e finte erano il loro verbo; più funambolo Libonatti, più trascinatore Baloncieri.
Un grande Toro, nato grazie all'ambizione del Conte Cinzano, che voleva prevalere a tutti i costi sui cugini bianconeri ed arrivare al sospirato scudetto. La Juventus era la squadra della nobiltà torinese, conduceva sempre delle campagne di rafforzamento molto onerose; vestivano la casacca bianconera giocatori del calibro di Combi, Rosetta, Allemandi, tutti campioni.
Anche il Toro di Cinzano, come già visto, aveva uno squadrone pronto ad affrontare la stagione 1926-'27. Quella che fu, purtroppo per il sodalizio granata, la sfortunata annata dello scudetto revocato. Il "giallo" si riferisce ad un derby, il secondo della stagione vinto dal Torino per 2-1 con gol decisivo di Balacics; il Torino si aggiudicò anche la vittoria finale del campionato.
Si era già nella stagione 1927-28 inoltrata quando il giornale "Lo sport" di Milano pubblicò la notizia di un broglio a favore del Torino nel derby; notizia che fu ripresa dal "Tifone" di Roma ed ampliata da un giornalista che abitava nella pensione di Allemandi, terzino della Juventus accusato di aver venduto la partita ai granata. Ci fu in effetti un tentativo di corruzione da parte di un dirigente granata (tale dottor Nani) ma Allemandi, intascata metà della cifra pattuita, cambiò idea e risultò essere uno dei migliori in campo nel derby. Le voci di brogli, ingigantite sul "Tifone", fecero scattare l'inchiesta federale.
Il dottor Nani confessò e lo scudetto fu revocato al Torino; Allemandi squalificato a vita. Il Torino aveva vinto lo scudetto con pieno merito ma la gioia fu breve, la rabbia per l'ingiustizia subita moltissima! Il titolo italiano nel 1927 non fu quindi assegnato, mentre Allemandi scontò alla fine solo un anno di squalifica: grazie all'ottimo comportamento degli "Azzurri" alle Olimpiadi di Amsterdam fu amnistiato. Lo scudetto al Toro, però, non fu restituito... Quel titolo fu conquistato il 10 luglio 1927 battendo 5-0 il Bologna e revocato il 3 Novembre dello stesso anno. La formazione campione virtuale era: Bosia, Balacics, Martin II, Colombari, Janni, Sperone, Carrera, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni; allenatore Schoffer.
L'anno successivo giustizia fu fatta: il Torino si riconfermò Campione d'Italia, mettendo tutti a tacere. All'inizio della stagione 1927-28 il morale era molto basso, l'accusa di corruzione era un macigno duro da rimuovere; infatti il girone di andata risultò disastroso. Ci pensò il vero trascinatore, Baloncieri, il gran capitano, a smuovere gli animi, a reagire: il Toro si trasformò, inizio a vincere senza smettere più sino al termine della stagione.
La storia granata, cari amici, è così: per ottenere un successo bisogna sempre meritarne almeno due..., il Conte Marone, però, risultòì molto scosso dall'accusa che aveva infangato la sua squadra del cuore; perse entusiasmo e passione, si sentì ferito nell'orgoglio. Fu così che, malgrado il trionfo appena ottenuto, non se la sentì di continuare a fare il presidente del Torino e passò la mano a Giacomo Ferrari. Per il sodalizio granata fu una perdita del valore incommensurabile.
Nella stagione 1927-'28 il Torino si laureò Campione d'Italia il 22 luglio, pareggiando contro il Milan per 2-2. Questa la formazione vincitrice del primo scudetto: Bosia, Martin III, Martin II, Martin I, Colombari, Sperone, Vezzani, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni. Una squadra fortissima, una vera macchina da gol che, dopo aver vinto il titolo, si concedette una tournée-vacanza in Sud America, per festeggiare il tanto atteso tricolore, il primo della storia granata.
I Campioni d'Italia del 1928 nella stagione successiva sfiorarono nuovamente la conquista del titolo: fu fatale ai granata la sconfitta nello spareggio contro il Bologna, che prese così il posto del Torino nell'albo d'oro del campionato italiano. Con l'inizio degli anni Trenta molte cose andarono cambiando nel mondo del calcio: l'introduzione del girone unico, i giocatori divennero ormai dei veri professionisti, i vivai assunsero sempre più una grande importanza nell'ambito delle società.
Quando Adolfo Baloncieri decise di lasciare il calcio (1932) il Torino, in suo onore, creò una sezione giovanile, chiamandola "Balôn boys": iniziò così l'avventura dei "ragazzi del Filadelfia". La direzione del settore giovanile fu affidata a Carlo Rocca detto "Carlin", che dedicò la sua vita ai giovani calciatori; tra i "Balôn boys" si distinsero personaggi del calibro di Raf Vallone, Federico Allasio, Giacinto Ellena, Cesare Gallea. I giovani del Torino erano i più forti e ben preparati d'Italia, diedero un enorme contributo alla prima squadra fungendo da vero e proprio serbatoio (una tradizione che, come sappiamo, nel tempo è rimasta).
Nel primo campionato a girone unico i granata si piazzarono al quarto posto, in un torneo dominato dall'ambrosiana Inter; da ricordare i 17 gol del cannoniere Rossetti. Dalla stagione successiva ebbe inizio la serie d'oro della Juventus, la celebre "Juventus del quinquennio" capace di vincere ben cinque titoli italiani dal 1930-31 al 1934-35. La squadra era un vero e proprio insieme di campioni, tra i quali si ricordano Combi, Rosetta, Caligaris, Orsi.
Il Torino invece attraversava un momento critico. Dopo l'abbandono della presidenza da parte del Conte Cinzano ci fu una vera e propria girandola di presidenti che caratterizzò il decennio 1928-38; si susseguirono nell'ordine Ferrari, Vastapane; Gervasio, Mossetto, Silvestri, Cuniberti, senza però riuscire ad eguagliare l'opera del loro illustre predecessore.
Fu così che il Toro nei primi Trenta si limitò a vivacchiare in posizioni di centro classifica, impotente di fronte allo strapotere della Juventus di Carcano. Nella stagione 1930-31 i granata si piazzarono al settimo posto, l'anno dopo il Toro fu ottavo, con Libonatti e Rossetti sempre padroni delle aree di rigore avversarie. Nel 1932-33 il Torino concluse ancora al settimo posto ma il peggio doveva arrivare: dodicesimo posto nel 1934 ed addirittura quattordicesimo nel 1935, con la serie B sfiorata di un niente. Il Toro infatti si salvò solo all'ultima giornata, vincendo lo scontro diretto contro il Livorno e condannando così i toscani alla retrocessione: vittoria per 1-0 con gol di Filippo Prato, detto "Flip", che passò alla storia. Torino 25 punti, Livorno 24, così recitava la classifica finale, con grande sospiro di sollievo della gente granata, una forte instabilità societaria era la causa dei risultati modesti delle compagnie granata, che restava a galla grazie alla vera e propria fucina di talenti che si dimostrarono essere i "Balôn boys".
Intanto l'ossatura della Juventus del quinquennio fece sì che gli azzurri di Vittorio Pozzo si laureassero Campioni del Mondo nel 1934, titolo poi bissato nel 1938. Dalla stagione 1935-36 iniziò una rinascita per i colori granata, con un prestigioso terzo posto in campionato alle spalle del Bologna (che spezzò l'egemonia bianconera) e della Roma; un pessimo finale di campionato privò il Torino del titolo ma arrivò, consolazione non da poco, la Coppa Italia. Nella stessa stagione ci fu infatti l'esordio di questa manifestazione ed i granata furono i primi ad aggiudicarsi il trofeo; il percorso per arrivare alla finale contro l'Alessandria fu travolgente: 2-0 alla Reggiana, 8-2 al Catania, 4-2 al Livorno e 2-0 alla Fiorentina. Finalissima contro "i grigi" a Genova: Torino Alessandria 5-1, doppiette di Galli e Silano, con l'aggiunta di un gol del bomber Buscaglia.Dalla stagione 1936-37 il Torino cambiò denominazione: da "Football Club" ad "Associazione Calcio", per volere del Duce che esigeva la scomparsa di ogni parola straniera; erano anni così…. Il Torino in quel campionato terminò terzo, con il Bologna Campione d'Italia per il secondo anno consecutivo; nel torneo 1937-38 i granata chiusero con un anonimo nono posto, Campione d'Italia fu l'ambrosiana Inter.
Fu esaltante, invece, la stagione 1938-39, con il Torino al secondo posto, alle spalle di un Bologna fortissimo che sopravanzò i granata di 4 punti. I rossoblù schierarono campioni come Andreolo, Biavati, Puricelli: malgrado questo il Torino negli scontri diretti riuscì ad ottenere 3 punti su 4, vincendo 3-1 a Bologna e pareggiando 1-1 al Filadelfia. In porta, nel Toro, militava Olivieri, detto "il gatto magico"; altri giocatori di valore erano Petron e Ferrero (che allenò in seguito il grande Torino). Allenatore era Mario Sperone, con l'ungherese Egri Erstein direttore tecnico. La linea mediana che il Torino schierava alla fine degli anni Trenta passò alla storia come la "mediana delle sei elle " in quanto i tre grandi campioni che la componevano rispondevano ai nomi di Allasio, Gallea ed Ellena. Tutti e tre provenivano dai "Balôn boys"; mentre Allasio ed Ellena erano giocatori molto grintosi, Gallea era l'uomo dal tacco fino, di gran classe. Gallea ed Ellena (quest'ultimo ha dedicato la propria vita ai colori granata, restando nei quadri della società ancora ultraottuagenario) giocarono con Grezar, Loik e Mazzola, nell'embrione cioè del grande Torino.
Campionato 1939-40: granata al quinto posto, titolo all'ambrosiana Inter. Nel 1939 il Torino passò a Ferruccio Novo e fu la svolta per la società granata: Novo non era un mecenate ma un amministratore attento pronto ad investire nel Torino. Chiamò accanto a sé personaggi di provata fede granata come Janni, Ellena. Sperone: da questo gruppo di ex torinisti nacque una squadra ancora oggi inimitabile. Il primo grande acquisto fu Franco Ossola dal Varese: prezzo 55.000, cifra rilevante per il mercato dell'epoca; Ossola esordì nel 1940, in una squadra ancora legata agli anni Trenta. Nel campionato 1940-41 il Torino fu settimo, Bologna ancora Campione d'Italia mentre bomber granata si laureò subito Ossola con 15 reti.
Nell'estate '41 il presidente ingaggiò Menti dalla Fiorentina, Ferraris dall'Ambrosiana Inter e tre giocatori dalla Juventus: Bodoira, Borel e un certo Guglielmo Gabetto, detto il "barone". Nella stagione 1941-42 il Torino si piazzò al secondo posto, a tre lunghezze dalla Roma: i granata vantarono il miglior attacco del torneo (60 reti). Novo, instancabile, per il campionato 1942-43 ingaggiò Loik e Mazzola dal Venezia, Grezar dalla Triestina e affidò la direzione tecnica della prima squadra a Janni che sostituì Kutik: il presidente era molto attivo, voleva a tutti i costi uno squadrone! Il Torino vinse il primo dei suoi cinque scudetti consecutivi e, nella stagione1942-43, si aggiudicò anche la seconda Coppa Italia. Partirono male, i granata, con due sconfitte consecutive contro l'Ambrosiana ed il Livorno ma alla terza giornata vinsero 5-2 il derby con la Juventus: il torneo fu un lungo testa a testa tra Torino e Livorno, risolto solo all'ultima giornata, con la vittoria di Bari firmata da Valentino Mazzola. Torino 44 punti, Livorno 43, nuovamente Campioni d'Italia dopo 15 anni! Un mese dopo aver vinto lo scudetto i granata concessero il bis e si assicurarono la Coppa Italia: Anconitana, Atalanta, Milan, Roma e Venezia (i lagunari sconfitti 4-0 nella finale a Milano) le vittime del rullo compressore granata.
Vediamo insieme la rosa della squadra grande protagonista della stagione 1942-43: portieri: Bodoira e Cavalli; difensori: Cassano, Ellena, Ferrini, Piacentini; centrocampisti: Baldi, Gallea, Grezar, Loik, Mazzola; attaccanti: Ferraris II, Gabetto, Menti II, Ossola.
La squadra non era ancora quella "macchina invincibile" degli anni successivi ma centrocampo ed attacco non subiranno rinnovamenti, erano già fortissimi.
A causa della guerra il campionato, nel 1944, venne diviso in due gironi: i bombardamenti rendevano difficile lo spostamento delle squadre lungo lo stivale. Tutto era chiaramente a carattere ufficioso, il titolo non sarebbe stato riconosciuto; il Torino assunse il nome Torino-Fiat e schierò anche Silvio Piola al Fianco di Mazzola e Gabetto. Lo "scudetto di guerra" lo vinsero, a sorpresa, i "Vigili del fuoco di La Spezia", in finale contro il Torino, sconfitti 2-1. L'inattesa battuta d'arresto era dovuta al fatto che molti granata dovettero sostenere un lungo viaggio in condizioni disagiate a causa di una amichevole giocata a Trieste dalla nazionale di Vittorio Pozzo. La Federazione offrì al Torino la possibilità di spostare l'incontro ma Novo si rifiutò, pensando di poter vincere ugualmente: il presidente, quella volta, sbagliò...
La guerra imperversava ed il campionato 1944-45 non si disputò; la ripresa nella stagione 1945-46, con il Toro favoritissimo! Ad inizio campionato il Torino si presentava con Bacigalupo in porta, Ballarin e Maroso terzini, Rigamonti centromediano; i quattro di centrocampo erano Grezar, Loik, Castigliano e Mazzola, con Ossola, Gabetto e Ferraris in attacco. Una squadra magnifica, spettacolare: in un torneo ancora diviso in due (Alta Italia e Centro-Sud) i granata dominarono dominarono in lungo ed in largo. L'inizio non fu confortante (1-2 contro la Juve!) ma il Toro vinse il girone dell'Alta Italia con 42 punti contro i 39 della Internazionale.
Nel girone finale ad otto squadre i granata ottennero ben 11 vittorie e tre sole sconfitte, vincendo il titolo con un solo punto di vantaggio sulla Juventus in un finale trilling! Era l'inizio di una serie di trionfi! Il calcio, a guerra conclusa era, con il ciclismo, la più grande passione degli italiani: proprio nel 1945 nacque "Tuttosport" fondato da Renato Casalbore ed il 5 maggio 1946 comparvero nella vita degli sportivi i primi segni 1X2 della schedina! Era nata la mitica "Sisal".
A partire dalla stagione 1946-47 venne rispristinato il campionato a girone unico, le ferite della guerra andavano lentamente rimarginandosi: era un campionato lunghissimo quello che stava nascendo, con 20 squadre e 38 gare. Unico acquisto di rilievo del Torino Campione d'Italia fu quello di Danilo Martelli, mediano del Brescia. Molte squadre cercarono rinforzi per contrastare i granata, specialmente oltre frontiera: servirono a poco...
Ci fu una partenza a razzo del Bologna, che si presentò al Filadelfia all'ottava giornata con 13 punti conquistati sui 14 a disposizione e zero gol subiti in 7 gare! Bene, finì 4-0 per il Toro, con il portiere felsineo Vanz a dir poco stordito! Da quella gara in poi fu l'ennesima marcia trionfale, con goleade a ripetizione e spettacolo assicurato ad ogni partita. Le cifre a fine torneo sono a dir poco impressionanti: 104 gol fatti, 35 subiti, Valentino Mazzola re dei cannonieri con 29 centri. La Juve, terminò al secondo posto con 10 punti di distacco! Il Torino di Ferrero ed Erbstein fu promosso in maglia azzurra da Vittorio Pozzo ed il record assoluto fu toccato in occasione di Italia-Ungheria, giocatasi a Torino: 10 giocatori granata con la maglia dell'Italia, solo Sentimento IV in porta non era del Filadelfia.
L'Italia vinse quella partita per 3-2, con due gol di Gabetto ed uno di Loik.
Nella stagione 1947-48 il Torino si apprestava a difendere il titolo con una rosa quasi identica mentre la Juve, con Gianni Agnelli nuovo presidente, non badava a spese per rinforzarsi. Unico acquisto di rilievo fu Sauro Tomà, terzino; molti cambiamenti ci furono invece al vertice. Ferrero lasciò la guida tecnica, al suo posto Mario Sperone, con Copernico direttore tecnico. Nella realtà la squadra la "faceva" il consigliere di Novo, Erbstein. Il campionato era un girone unico con 21 squadre, per un totale di 40 partite!
Dopo un girone di andata un po' stentato, chiuso con due reti in meno del Milan, il ciclone granata si scatenò nel ritorno. Due gare sono da ricordare di quel 1948: la batosta storica rifilata agli "Ital-Toro" degli allora maestri inglesi (4-0 al Comunale) ed una rimonta altrettanto storica rifilata nella "fossa" del Filadelfia. Il 30 maggio 1948, infatti, la Lazio dopo soli 20 minuti di gioco si trovava incredibilmente in vantaggio per 3-0; Mazzola come vuole la leggenda, si rimboccò le maniche e la gara terminò 4-3 per il Torino, reti di Castigliano (2), Gabetto e Mazzola stesso. Il Torino si laureò Campione d'Italia con 5 giornate di anticipo, circa un mese e mezzo prima della scadenza del torneo! Fu, probabilmente, il miglior Toro di tutti i tempi, la stagione 1947-48 vide giocare una delle più forti squadre di sempre. La classifica dei bomber fu vinta da Boniperti con 27 reti, Mazzola ne segnò 25 e Gabetto 23.
Ecco i primati stabiliti dai granata nella stagione1947-48: massimo punteggio in classifica, 65 punti in 40 gare; massimo vantaggio sulle seconde classificate, 16 punti di distacco a dal Milan, Juve e Triestina; vittoria in casa più netta 10-0 all'Alessandria; vittorie complessive, ben 29 su 40; maggior sequenza di gare utili; 21 partite senza mai perdere, dalla ventesima alla quarantunesima, con 17 vittorie e 4 pareggi; maggior numero di punti in casa, 39 su 40; maggior numero di reti segnate, ben 125 e minor numero di reti subite, solo 33. Può bastare, no? Gli squadroni come il Milan, Juve e Inter avevano come obiettivo l'indebolimento della squadra granata , cercando di portare via dal Filadelfia qualche pezzo pregiato, come Mazzola, il gran capitano. Il quale era attratto dalla lusinga che la società milanesi gli offrivano, l'Inter in particolare: ad inizio stagione il capitano stette fuori squadra per diverbi con Novo ma già alla seconda partita tutto si era appianato, il trascinatore del Toro era di nuovo in campo con il suo "10" sulla schiena.
Nuovo allenatore per il campionato 1948-49 era l'inglese Lievesley. Dopo gare alterne ed un derby vinto solita maniera (3-1), il Torino si trovò al termine del girone d'andata in testa alla classifica alla pari con il Genoa. Intanto al Filadelfia erano arrivati i giovani Operto, Grava e la mezz'ala ungherese Schubert, tutti molto promettenti; primavera i granata erano, come tutti gli anni, al massimo della forma e travolgevano ogni ostacolo, volando in vetta alla classifica: il Torino si strinse attorno a Bacigalupo a l'attacco dell'Inter, forte di Nyers, Amadei e Lorenzi, non passò.
Dopo la gara con l'Inter il Torino si fermò a Milano: infatti i granata erano attesi martedì 3 maggio da una gara amichevole a Lisbona contro il Benfica. I rapporti e le esperienze internazionali erano importanti per un club all'avanguardia come il Torino di Novo e poi la partita era stata concordata dai capitani delle due squadre, Mazzola e Ferreira, che si erano conosciuti in occasione della gara tra Italia e Portogallo giocava nel Genoa. Ferreira disse a Mazzola che a fine stagione avrebbe lasciato il calcio e avrebbe voluto coronare la sua carriera con un amichevole scontro la grande squadra granata. Capitan Valentino si fece subito avanti e l'accordo fu presto fatto, anche perché la trasferta di Lisbona serviva a rimpinguare il bilancio societario, non proprio florido.
L'incontro fu fissato per martedì 3 maggio 1949 ed il Torino ottenne dalla Federazione il permesso di anticipare al 30 aprile la sfida con l'Inter. La gara contro il Benfica fu davvero un'amichevole, tanti gol e Toro sconfitto 4-3: grandi feste per il capitan Ferreira e applausi per tutti. Il giorno seguente, il 4 Maggio, il Torino salì sul trimotore "I-Elce" per fare ritorno a casa. Il tempo era pessimo, nuvole basse, pioggia: alle 17 l'ultimo contatto tra l'aereo e l'aeroporto di Torino, poi il buio. La Basilica di Superga apparve davanti al pilota all'improvviso: una fiammata, lo schianto tremendo, la morte improvvisa. Tra le 17,01 e le 17,04 del 4 maggio 1949 morì il grande Torino ed iniziò la sua leggenda. La rotta seguita dall'aereo era quella esatta, volava però troppo basso: sarebbero bastati pochi metri in più d'altezza oppure un piccolo scarto laterale per evitare l'impatto, ma il destino aveva deciso.
La notizia della tragedia in un attimo fece il giro del mondo, in tutti lo sgomento fu enorme; il compito più ingrato toccò a Vittorio Pozzo, che dovette procedere al riconoscimento dei suoi ragazzi, uno per uno, nel bailamme che regnava a Superga dopo lo schianto. I morti furono 31, perirono anche i giornalisti Renato Casalbore (Tuttosport), Luigi Cavallero (La Stampa) e Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo). Torino, quella Torino del dopoguerra, aveva "bisogno" del Torino, dello spettacolo, della gioia che sapevano offrire quei ragazzi: ora non c'erano più, era tutto finito. Dopo il riconoscimento le salme furono portate a Palazzo Madama, per il saluto della folla: una vera processo rese omaggio alle bare allineate. Una folla immensa partecipò ai funerali il 6 maggio 1949, mezzo milione di persone, forse più: tutta Torino era lungo il percorso del funerale; le case erano deserte.
Tutto il mondo dello sport era presente alle esequie, tutte le squadre italiane e molte straniere; fra le tante corone di fiori ne spiccava una di rose rosse con questa scritta: "Josè Ferreira, ai suoi più grandi amici". A Torino, si diceva, non si trovava più un fiore: erano tutti per quelle 31 bare, nell'immensa chiesa che, per un giorno, fu Piazza Castello. In coda al corteo funebre sfilò, mestamente vuoto, il mitico "Conte Rosso", il pullman usato per le trasferte dei campioni.
Per varie ragioni tre componenti di quella magica squadra non salirono sull'aereo per Lisbona; Giuliano, Gandolfi e il più famoso Sauro Tomà, fermato dal medico per un infortunio al ginocchio. Anche Ferruccio Novo, bloccato dalla broncopolmonite, si salvò, così come il grande Nicolò Carosio che rimase a casa per la cresima del figlio: casi fortunati, della vita. La stagione 1948-49 fu portata a termine dai giovani del Torino, che disputarono le ultime gare contro le corrispettive formazioni giovanili. Il Torino vinse tutte le rimanenti partite, chiudendo il campionato 1948-49 con 60 punti, cinque di vantaggio sull'Inter seconda: mai trionfo più fu amaro.
Il 26 maggio 1949 si assistette allo stadio Comunale ad una gara che rimarrà nella storia. Pochi giorni dopo la sciagura di Superga il presidente del River Plate Antonio Alberto telefonò a Ferruccio Novo, mettendosi a disposizione per una gara amichevole con incasso a favore dei familiari degli scomparsi. Contro il grande River Plate si schierò il "Torino Simbolo", un gruppo di undici fuoriclasse in maglia granata: giocarono infatti per il Toro Sentimenti IV, Manente, Furiassi, Annovazzi, Giovannini, Achilli, Nyers, Boniperti, Nordhal, Hansen, Ferrari II, Lorenzi, tutti veri e propri campioni. Stella degli argentini era un certo Di Stefano; in un Comunale al limite della capienza la partita-spettacolo terminò 2-2. Aveva così inizio il dopo-Superga, con Novo ancora presidente, sotto choc per la scomparsa dei "suoi" ragazzi ma con la ferma intenzione di ricostruire il Torino. Sulla base di un grande settore giovanile iniziarono i preparativi per presentare ai nastri di partenza della stagione 1949-50 un Torino dignitoso. Solo un grandissimo presidente come Novo poteva riuscirci!
Il CONI concesse a Novo un prestito di 200 milioni, 50 gli furono versati dalla Federazione, il "Torino simbolo" ne raccolse 16; i prestiti avrebbero dovuto essere restituiti dopo dieci anni ma si trasformarono in contributi a fondo perduto. Il Toro ripartiva, dunque, con Ferruccio Novo al timone.
Ad inizio della stagione 1949-'50 regnava la confusione, la fretta era cattiva consigliera: ottimo acquisto fu comunque Beniamino Santos, mezz'ala argentina. Arrivarono al Filadelfia anche Hjalmarsson e Bengtsson; oltre a Carapellese ed al portiere Bepi Moro. Unico superstite di Superga in prima squadra Sauro Tomà; il Torino era una buona formazione, in grado di non sfigurare contro nessuno. Granata dopo molti anni sconfitti nel derby (1-3), la squadra era ottima in attacco e debole nel reparto difensivo. Chiuse al 6° posto assoluto la prima stagione del dopo-tragedia, con un grande Santos autore di 27 reti; scudetto alla Juve e granata molto soddisfatti per l'ottima ripartenza. Dopo la reazione emotiva che diede grandi risultati nel 1949-'50, la stagione seguente vi fu il classico calo di tensione; la stagione 1950'-51 fu una vera sofferenza anche perché la squadra fu quasi interamente rivoluzionata.
I granata si salvarono alla penultima giornata, chiudendo al quartultimo posto in classifica, senza grosse prospettive per le annate future. Malgrado Novo tenesse duro, stava per iniziare il periodo buio per la società granata nel campionato 1951-'52, con nuovamente Mario Sperone al comando, il Torino soffrì ancora le pene dell'inferno, malgrado potesse contare su Amalfi in attacco. La salvezza sospirata giunse solo all'ultima giornata, con uno 0-0 interno contro l'Udinese. I soldi in cassa erano sempre pochi, Novo doveva affidarsi al suo "fiuto" ed ai giovani; storia vecchia, come si può notare... All'inizio del '52 vestì la casacca granata quello che si rivelerà un acquisto fondamentale per parecchi anni: Horst Buhtz.
I tifosi del Toro seguivano sempre la squadra con enorme passione; proprio di quegli anni è la fondazione del club "Fedelissimi Granata", primo in Italia per data di nascita. Una fede davvero incrollabile!
Con Jesse Carver come allenatore si ripartiva per il campionato 1952-'53, con Buhtz vero leader; fu un torneo senza infamia e senza lode, chiuso al decimo posto, con 31 punti in 34 gare. Ussello allenatore e Jesse Carver direttore tecnico per il campionato datato 1953-'54: salvezza raggiunta con cinque turni d'anticipo, cosa non da poco. Il Torino chiuse al 9° posto, con 33 punti e Buhtz vero mattatore con 11 reti e tanto lavoro svolto.
La stagione 1954-'55 fu l'ultima di Novo alla presidenza del Toro: il grande presidente lasciò il sodalizio granata per stanchezza e sfiducia, in "quel" Torino non si ritrovava più. Annibale Frossi "il dottor sottile", fu il nuovo direttore tecnico e l'acquisto più importante fu Enzo Bearzot: era una squadra da combattimento. Fu ancora un nono posto, nel più completo anonimato: il Torino, da "grande" diventò una squadra normale, senza più ambizioni di sorta. Teresio Guglielmone sostituì Novo alla presidenza ma a livello economico cambiò poco: i soldi erano un miraggio per le casse granata! La nona piazza era ormai abitudine: così fu anche nel torneo 1955-'56, con 33 punti, dopo un ottimo avvio ed il 3° posto alla fine del girone d'andata.
Nel 1956 Guglielmone lasciò la presidenza ad un comitato esecutivo, al quale subentrerà in seguito Mario Rubatto: il caos era sovrano, ma la squadra si farà rispettare. Buhtz lasciò il Toro ma arrivano Armano, Ricagni, Arce, Tacchi e Jeppson: un attacco da sogno! Il Torino chiuse una splendida stagione al 5° posto davanti alla Juve di due punti: 35 contro 33, tifosi in delirio, il Toro pareva essere tornato grande! Già pareva...
Il Torino era squadra vecchiotta e non riuscì a ripetersi e così l'anno successivo si tornò a soffrire anche se la salvezza fu raggiunta con un buon anticipo. Mentre la Juventus di Sivori, Charles e Boniperti vinse lo scudetto il Toro chiuse al settimo posto, rientrando nei ranghi dopo l'exploit del quinto posto dell'anno prima. Ecco tempi davvero grami per la gente del Toro, abituata a ben altri successi. Ed il peggio doveva arrivare...
Rubatto portò la squadra a giocare al Comunale e concluse un primordiale contratto di sponsorizzazione con la Talmone: nacque così il Torino Talmone. In porta arrivò Lido Vieri ma non bastò ad evitare la retrocessione, amarissima.
Il Talmone Torino chiuse all'ultimo posto, con 23 punti, un vero disastro: la prima grande umiliazione della gloriosa storia granata. Era d'obbligo risalire subito e così fu; il presidente Morando portò un po' d'ordine in società, la "T" dal petto fu eliminata, il Torino tornò Torino e basta.
Per i granata fu una grossa occasione mancata non aver potuto e saputo sfruttare appieno le grandi doti dei due britannici. Il Toro finì settimo, si poteva fare molto di più: la cosa più positiva fu un derby vinto 1-0, gol di Baker. Law segnò 10 reti e, a testimonianza della sua classe immensa, nel 1964 vinse il pallone d'oro quale miglior giocatore d'Europa! Nella stagione successiva, partiti i due anglosassoni, si ritornò ad una tranquilla mediocrità, malgrado gli acquisti di Poletti e Gerry Hitchens; quest'ultimo fu un vero affare per il Toro. Sulla panchina continuava a sedersi Jo Santos. "Chico" Locatelli segnava a raffica ed il Torino partì bene, per poi sedersi: terminò ottavo, Hitchens cannoniere con 11 reti.
In Coppa Italia granata in finale dopo un cammino trionfale; vittorie contro Triestina, Bologna, Sampdoria, Verona e ultimo ostacolo rappresentato dall'Atalanta.
Il sogno svanì nella finalissima di San Siro: Atalanta-Torino 3-1, tre gol di Domenghini e addio ai sogni di gloria. Intanto, nel febbraio 1963, Orfeo Pianelli divenne presidente del Torino e diede stabilità al sodalizio granata: ce n'era davvero bisogno! Primo colpo di Pianelli fu Rocco; Nereo Rocco sulla panchina del Toro, un ottimo modo di presentarsi! Giunsero a Torino anche Puia, Albrit e Moschino.
Non migliorò molto la classifica finale, settimo posto, ma in Coppa Italia fu nuovamente finale e, purtroppo, nuovamente sconfitta. Dopo aver eliminato Lecco, Varese, Genoa ai rigori ed Inter in semifinale era derby: il Toro vinse 2-0 sulla Juve, reti di Hitchens e Peirò ed approdò alla finale, contro la Roma. All'olimpico fu 0-0 e, nella ripetizione al Comunale, i giallorossi si imposero per 1-0, gol di Nicolè. Seconda occasione buttata in due anni, dunque... Con ancora Rocca in panchina fece un ulteriore sforzo ed acquistò il grande Gigi Meroni dal Genoa; altro giocatore molto interessante acquistato da Pianelli fu Gigi Simoni, anche lui proveniente dal Genoa. Con un Rosato sempre più in evidenza, il Torino era davvero una buona squadra e lo dimostrò: i granata ottennero il miglior risultato del dopo-Superga, un ottimo terzo posto dietro ad Inter e Milan, con 44 punti, ben tre lunghezze in più della Juve.
Anche in Coppa delle Coppe i ragazzi del "Paron" Rocco si fecero valere e giunsero sino allo spareggio di semifinale contro il Monaco 1860: qui furono sconfitti 2-0 a Zurigo. Grandi aspettative e puntuale doccia fredda l'anno dopo: una campagna acquisti sbagliata fece sì che il Toro non riuscisse ad andare oltre un grigio decimo posto. Anche nelle Coppe la stagione 1965-'66 fu da dimenticare, due eliminazioni al primo turno e tutti a casa.
Nell'estate 1966, dopo l'umiliazione azzurra in Inghilterra da parte della Corea, il Torino cedette Rosato con Mancini e acquistò Combin e Facchin. Rocco visse tra le contestazioni il suo ultimo anno al Toro, accusato di troppo difensivismo. I tifosi volevano più spettacolo.
Arrivò l'ennesimo settimo posto, dignitosi e nulla più, con il solo Gigi Meroni sempre sugli scudi. Edmondo Fabbri venne chiamato da Pianelli sulla panchina granata al posto di Rocco, nell'estate 1967. Il vero protagonista delle vicende del Toro era però sempre lui, Gigi Meroni, così estroverso, così pieno di classe: uno degli ultimi artisti del pallone. Meroni rendeva felice chi lo guardava giocare ma, purtroppo, il destino era in agguato anche per lui, come per i ragazzi del grande Torino.
Una domenica d'ottobre, dopo la gara giocata e vinta contro la Sampdoria al Comunale, Gigino fu investito da un'auto in Corso Re Umberto, a Torino. Un'altra botta terribile per il Toro, un destino avverso che sembrava non aver fine.
La gente era sgomenta. Il successivo derby fu vinto 4-0, con rabbia e disperazione il Torino travolse la Juventus in una gara ricca d'emozioni da entrambe le parti.
Il campionato fu ancora mediocre, settimo posto finale ma giunse la vittoria in Coppa Italia. Terzo trionfo in questa manifestazione per la società granata che, dopo aver eliminato la Sampdoria, il Napoli ed il Catanzaro nelle gare ad eliminazione diretta, si aggiudicò il girone finale. Milan, Inter e Bologna le "vittime" del Toro, che colse così un importante trionfo, il primo dell'era-Pianelli.Nella successiva stagione arrivarono Rampanti e Mondonico e fece la prima apparizione Paolino Pulici: era la prima pietra della squadra dello scudetto! Pulici segnerà il suo primo gol in serie A il 6 aprile 1969 a Milano contro l'Inter: finì 2-2. Intanto un grande combattente si stava rivelando Aldo Agroppi da Piombino, vero cuore granata ed indomito specialmente negli infuocati derby di quei tempi. Il torneo 1968-'69 si chiuse con il Toro al sesto posto, senza squilli nelle coppe. Fabbri se ne andò per tornare a Bologna e sulla panchina del Torino si sedette Cadè; altra partenza grave fu quella di Lido Vieri, all'Inter. In compenso arrivò Claudio Sala tassello importante e fondamentale per il futuro; il punto debole era l'attacco, con un Pulici a dire poco ancora acerbo e con i fondamentali da rivedere.
Nel torneo dominato dal Cagliari di Gigi Riva, i granata chiusero con il settimo posto, piazzamento ormai "amico" delle maglie del Toro. Sesti, settimi, ottavi: sempre lì, sempre a metà classifica, mai un brivido che profumasse di scudetto. Bisognava aspettare ancora qualche anno... Nell'estate del 1970 eco arrivare a Torino il "giaguaro" Castellini e Gianni Bui, centravanti di gran classe: malgrado questi arrivi il Toro disputò un campionato in sordina. Fu un ottavo posto, ma ad un solo punto dal Foggia retrocesso! Dopo una bella vittoria nel derby con gol di Pulici il Torino si afflosciò e rischiò grosso.
A fine stagione, però, arrivò un'enorme gioia per i tifosi del Toro: il quarto trionfo in Coppa Italia. Dopo che Cancian aveva sostituito Cadè sulla panchina, il Torino riuscì nell'impresa di battere il Milan ai rigori nella finalissima di Genova. L'eroe fu Castellini, che parò due rigori a Rivera e regalò la coppa al Toro; grandissimo anche Maddè, autore di 5 centri consecutivi. Al termine di un campionato disastroso, la gemma della Coppa Italia regalò un sorriso a Pianelli, che era pronto a ricominciare verso nuovi successi.
Ecco Gustavo Giagnoni sedere sulla panchina granata e fu subito 1971-'72 un campionato eccezionale! La carica venne trasmessa alla squadra che arrivò ad un punto dallo scudetto! Alcune decisioni arbitrali contrarie, come a Genova in occasione di Sampdoria-Torino (gol negato ad Agroppi), non permisero ai granata di coronare il sogno ma fu comunque una stagione grandiosa. La gente si strinse attorno a quella squadra, dove Pulici, Sala, Mozzini e Castellini facevano le "prove scudetto".
Il campionato seguente fu inaspettatamente anonimo, dopo tante speranze il Torino si sedette un po' e chiuse al sesto posto, con Pulici che si aggiudicò la sua prima classifica cannonieri con 17 reti. Perle non da poco di questa stagione furono i due derby, vinti entrambi: Giagnoni nelle stracittadine non perdonava!
Nel 1973 arrivò al Toro Ciccio Graziani che esordì in serie A il 18 novembre, in occasione di Sampdoria-Torino. A fine stagione Giagnoni lasciò il Torino e approdò al Milan: a torneo in corso, infatti, sulla panchina del Toro tornò a sedersi Mondino Fabbri, che guiderà i granata anche nel 1974-75. Toro quinto e primi 6 gol in serie A di Graziani. Nel 1974 furono acquistati Santin e Zaccarelli; Fabbri disponeva di un'ottima squadra, la faceva però giocare con troppa prudenza.Pulici e Graziani segnarono 30 gol in due, erano già gemelli ma il Toro non andò oltre un mediocre sesto posto; a Cagliari, a fine campionato, ci fu l'addio al grande Giorgio Ferrini, che disputò l'ultima gara della sua carriera.
E siamo al magico anno-scudetto! Radice in panchina e Caporale, Pecchi e Patrizio Sala gli ultimi ritocchi per un Toro tutta grinta e gran gioco, vero calcio moderno, da fare impallidire Sacchi! A primavera il sorpasso sui cugini della Juve, che persero tre partite di fila e così dilapidarono un vantaggio di 6 punti sul Toro. I gemelli del gol imperversavano, andavano a segno tutte le domeniche, grazie anche ai proverbiali assist del "poeta" Claudio Sala.
Il Toro conquisterà il titolo con il pareggio interno contro il Cesena, l'unico punto perso al Comunale in tutta la stagione, un record. Settantamila tifosi salutarono il ritorno del Toro sulla vetta del campionato, la città era in delirio, una festa per il popolo torinista. La squadra di Gigi Radice chiuse con 45 punti, due in più della Juventus; Pulici si laureò capocannoniere con 21 reti, seguito da Graziani con 15 gol. Rileggiamo ancora la formazione campione d'Italia 27 anni dopo Superga: Castellini, Santin, Salvadori, Patrizio Sala, Mozzini, Caporale, Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Pulici. Ancora una volta però il destino era in agguato: l'8 Novembre morì Giogio Ferrini, il "Capitano" per eccellenza, l'uomo che più di ogni altro ha saputo impersonificare in tutta la storia del Toro il grande spirito granata.
Intanto con l'acquisto di Danova i granata erano pronti per la Coppa dei Campioni e per difendere il titolo; la stagione 1976-'77 fu una delle più belle e sfortunate per il Toro, di tutta una storia. Un Campionato eccezionale, con 50 punti fatti, non bastò però a riconfermarsi campione: la Juve ne fece 51, incredibile. Toro secondo, con una squadra che era forse più forte di quella scudettata, con un Graziani capace di segnare 21 gol, con Pulici a 16. Iniziò qui il declino di quella grande squadra, declino più psicologico che fisico, di sfiducia.
In Coppa dei Campioni il Torino superò brillantemente il primo turno contro gli svedesi del Malmoe poi si fermò contro lo squadrone tedesco del Borussia Moenchegladbach; dopo aver perso 1-2 al Comunale, in Germania fu 0-0, in 8 contro 11 e Graziani in porta… Inizio del declino dunque e spogliatoio non proprio compatto: nel 1977-'78 il Toro disputò comunque un buon campionato ma non diede mai l'impressione di poter vincere il titolo. Fu un secondo posto a pari merito con il Vicenza di Paolo Rossi, 5 punti dietro la Juve.I gol venivano a fatica, anche i gemelli iniziavano ad appannarsi un po' e nel torneo seguente vi fu un ulteriore passo indietro, con il Toro che chiuse al quinto posto, con pochi squilli. Radice fu vittima nel 1979 di un grande incidente d'auto, dove morì il suo amico Barison: la società fu molto turbata da questo ennesimo colpo della sfortuna che non voleva smetterla di accanirsi contro il Torino.
Molti giocatori dello scudetto non vestivano più il granata: Castellini, Mozzini, Santin non c'erano più, la difesa era stata rivoluzionata ma era l'attacco a stentare terribilmente. Con Rabitti al posto di Radice il Torino chiuse la stagione 1979-'80 al quarto posto e con l'amaro in bocca per la finale di Coppa Italia persa a Roma contro i giallorossi ai rigori. I granata erano in netto vantaggio nei tiri dal dischetto ma non bastò: vinse la Roma 3-2. Pianelli, intanto, viveva grosse difficoltà economiche e il suo impegno per la causa granata andava via via affievolendosi: voleva lasciare, era stanco e sfiduciato.
Nel torneo 1980-'81 ritornavano in Italia gli stranieri ed il Toro acquistò Van de Korput, non un fulmine di guerra sicuramente. Rabitti prima e Cazzaniga poi guidarono un Toro modesto, che alla fine si salvò per un punto. Ancora in finale di Coppa Italia, ancora contro la Roma e ancora sconfitti: questa volta si giocò anche il ritorno a Torino ma, dopo un duplice 1-1, furono i rigori ad essere fatali ai granata. Torino tutto giovani nel 1981-'82, con Giacomini mister, Pulici e Zaccarelli a guidare il gruppo; Graziani e Pecci erano andati a Firenze, del Toro-scudetto erano rimasti Paolino e Zac. Campionato gagliardo dei granatini ed obiettivo salvezza raggiunto con largo anticipo; non poteva mancare la chicca della finale di Coppa Italia, persa, e così fu anche in questa stagione, la terza consecutiva.Contro l'Inter non ci fu nulla da fare, sconfitta 1-0 a San Siro e pareggio 1-1 al Comunale. Il cambio di timone al vertice fu cosa fatta nella primavera del 1982: via Orfeo Pianelli, con le lacrime agli occhi, e Sergio Rossi nuovo presidente, con tanta voglia di fare e di vincere. Squadra tutta nuova (anche Pulici lasciò il Toro) con i tifosi entusiasti del nuovo presidente. Gli arrivi di Selvaggi, Hernandez, Galbiati, Borghi, con Bersellini in panchina facevano ben sperare ma fu un torneo mediocre quello datato 1982-'83. Unico grande acuto il derby di ritorno che passò alla storia: i granata, sotto di due reti, riuscirono a capovolgere il risultato in 3 soli minuti, andando a segno con Dossena, Bonesso e Torrisi: incredibile! Torino-Juventus 3-2 e Maratona in stato di puro delirio! Il torneo fu chiuso all'ottavo posto, fuori dalle coppe, una vera delusione.
Grandi speranze fece nascere l'acquisto di Schachner da parte di Sergio Rossi, pareva il bomber che mancava al Toro per il salto di qualità; dopo un ottimo avvio di campionato il torello di Bersellini si sedette nuovamente e non bastò un grande Dossena a riportare le maglie granata nelle coppe europee, un rigore sbagliato da Hernandez a Roma contro i giallorossi fu decisivo, la squadra si smontò e terminò al quinto posto.Ancora Sergio Rossi protagonista e grosso colpo sul mercato: Junior arrivò al Filadelfia nell'estate 1984; partì Hernandez e sulla panchina vi fu un grande ritorno, quello di Gigi Radice. Con Serena e Schachner in attacco ed un centrocampo con Junior e Dossena nessun sogno era proibito: il Torino disputò un torneo di grande livello e giunse secondo, dietro alla sorpresissima Verona. Ancora un grande derby, un derby granata: Serena al 90° piegò la Juve e fece impazzire la gente del Toro. Il ritorno di Radice a Torino era stato molto positivo, la squadra aveva ritrovato la grinta antica ed un gioco spettacolare. Serena, dopo un trasferimento contestato, passò alla Juve ed il Torino lanciò come punta titolare: non fu la stessa cosa e nel torneo 1985-'86 i granata chiusero al quinto posto.
Nelle coppe, dopo aver superato il Panathinaikos, l'Hajduk Spalato impose lo stop ai granata. Annata piuttosto deludente, dunque. Sergio Rossi si era un po' stufato di comprare senza vedere validi riscontri in fatto di risultati e di pubblico; iniziò così a stringere un po' i cordoni della borsa, subendo le prime contestazioni. Wim Kieft fu ingaggiato per la stagione 1986-'87 ma, dopo una partenza a suon di gol, il centravanti olandese si infortunò gravemente in una trasferta di Coppa UEFA in Ungheria, saltando quasi tutto il campionato. Torneo sofferto e concluso con soli 26 punti dal Torino che però, in Coppa, giunse fino ai quarti di finale.Il Tirol Innsbruck eliminò i granata dopo una gara di ritorno a dir poco rocambolesca, con due rigori solari negati al Toro: per non perdere l'abitudine…. Rossi lasciò la società al duo Gerbi-Definis, anche Dossena se ne andò, pare per diverbi con il sergente di ferro Radice; senza più Junior e Dossena il centrocampo si era impoverito di molto ma in attacco giunse Tony Polster, autore di un'ottima stagione e chissà perché non confermato dalla società. Era il Torino di Cravero, Ezio Rossi, Crippa, Comi, Sabato: una buona squadra, che terminò sesta in campionato, alla pari con la Juventus. Nello spareggio per andare in UEFA il Torino fu sconfitto ai rigori dai cugini, dopo uno squallido 0-0.
Anche in Coppa Italia andò male: finalissima contro la Sampdoria e sconfitta: dopo avere perso 2-0 a Marassi ed aver saputo ribaltare il risultato a Torino, un gol di Salsano nei supplementari condannò il Toro. E' proprio vero che la sfiga ci vede benissimo! Nella stagione 1988-'89 gli acquisti di Muller, Edu e Skoro avevano fatto pensare ad un grande Toro: mai ci si sbaglio in maniera più netta! Radice fu contestata fin dall'inizio, al suo posto subentrò a dicembre Claudio Sala ma la squadra era poca cosa, gli stranieri non giravano e si scivolava sempre più in basso in classifica. Muller era un fuoriclasse ma non c'era con la testa, troppa indisciplina e totale menefreghismo per la causa granata. Sala fu a sua volta avvicendata dal "mago" Vatta nelle ultime cinque giornate ma non ci fu nulla da fare: Toro in B 30 anni dopo e seconda grossa macchia nella storia della società.
Nel marzo 1989 avvenne però una svolta: Borsano comprò il Torino ed allestì subito uno squadrone per riportare il sodalizio in alto, tra i grandi della serie A.Oltre 18.000 abbonamenti in serie B, un record: il popolo granata aveva ritrovato l'entusiasmo. Con Fascetti in panchina il Toro dominò la serie B, in testa dalla prima all'ultima giornata: giocavano in granata Marchegiani, Policano, Romano, Muller, Cravero, uno squadrone che poteva benissimo figurare bene in serie A.
Nel maggio 1990, con la vittoria per 3-0 sul Messina, il Torino di Borsano saluto il vecchio Comunale: dalla stagione successiva si sarebbe giocato al "Delle Alpi". Mondonico, Martin Vazquez, Lentini: questi nomi del Toro 1990-'91, che si riaffacciava alla massima serie di carico di grinta e con un entusiasmo alle stelle. Mondonico entrò come pochi altri tecnici nel cuore dei tifosi; era una bella squadra, quel Toro, che seppe fare 3 punti su 4 nei derby e concludere la stagione al 5° posto, in piena zona-UEFA.
Tifosi del Toro in esultanza, tifosi che sottoscrissero oltre 26.000 abbonamenti per il campionato 1991-'92. Casagrande e Scifo si aggiunsero all'intelaiatura preesistente e si formò così l'attacco delle "cinque stelle": Lentini, Scifo, Casagrande, Martin Vazquez e Bresciani. Borsano però stava iniziando a vivere le sue vicissitudini a livello giudiziario e la società granata andava così incontro ad uno dei periodi più bui della sua storia. In campo sportivo però tutto procedeva a gonfie vele, sia in campionato che in Europa. La squadra girava, in Coppa UEFA dopo aver eliminato il Reykiavik, il Boavista ed l'Aek di Atene il Torino era giunto ai quarti di finale. In marzo, dopo aver superato il Bk Copenaghen, nelle semifinali era in programma la grande sfida contro il Real Madrid.
70.000 persone al "Delle Alpi" per una sfida di ritorno incandescente, dopo la sconfitta per 2-1 a Madrid: l'atmosfera era davvero magica ed un grande Toro si impose 2-0, volando in finale contro l'Aiax. Dopo un sofferto 2-2 a Torino ad Amsterdam successe di tutto: il Toro prese ben 3 pali, uno dei quali al novantesimo, ma la coppa fu vinta dagli olandesi. Il sogno svanì, tra molte lacrime. In campionato il Toro fu ottimo terzo, ma la delusione per la sconfitta in coppa superò ogni altro sentimento.
L'estate del 1992 fu un'estate calda, a Torino: Borsano cedette mezza squadra, da Policano a Cravero a Benedettini per chiudere con l'affare Lentini, che scatenò la rabbia dei tifosi. Borsano, ormai, era un presidente in disarmo, travolto dai debiti e dalle manie di grandezza. Una squadra più povera ed una società allo sbando si apprestavano a vivere la stagione 1992-'93: unico rinforzo fu Aguilera, il furetto uruguayano.
Malgrado il caos, Mondonico seppe "isolare" la squadra che condusse così un campionato dignitoso e, dulcis in fundo, riuscì nell'impresa di conquistare la sua quinta Coppa Italia.Ma che sofferenza! Dopo aver eliminato la Juve in due tiratissimi derby il Toro entrò in finale contro la Roma: dopo una superba gara a Torino vinta per 3-0 il ritorno nella capitale doveva essere poco più di una formalità. Ma quando mai il Toro avrebbe potuto stare un po' tranquillo? Grazie ad un arbitraggio a dir poco di parte, la Roma usufruì di 3 rigori ma non bastarono: finì 5-2, una partita da infarto, ma la coppa era granata! Ecco la formazione del Torino di quella incredibile notte: Marchegiani, Bruno, Mussi, Fortunato, Cois, Fusi, Sordo, Venturin, Aguilera, Scifo, Silenzi, con Emiliano Mondonico in panchina.
In campionato il Toro fu nono, senza infamia e senza lode. GianMauro Borsano, nel frattempo, passa da un avviso di garanzia all'altro e cedette così la presidenza al notaio Goveani: le cose non sarebbero cambiate di una virgola, con buchi in bilancio che stavano diventando voragini, con le multe del fisco sempre più cospicue, il Torino andava incontro alla grande paura chiamata fallimento.
Il "Mondo" restò al Toro anche 1993-'94, quando la squadra viveva sull'inventiva di Carbone e sulla vena realizzativa di Silenzi, autore a fine campionato di ben 17 reti. In Coppa delle Coppe, dopo aver eliminato il Lillestrom e l'Aberdeen, i granata si arresero nei quarti di finale all'Arsenal; in Coppa Italia, invece, in semifinale il Toro perse contro l'Ancona, squadra di serie B!Ma era in società che gli avvenimenti stavano precipitando: le cessioni di giocatori con pagamenti ricevuti in nero durante l'allegra gestione Borsano-Goveani avevano messo a tappeto i conti del Torino e, senza un serio intervento esterno, il Torino Calcio S.p.A. sarebbe stato dichiarato fallito.
Nella primavera 1994 GianMarco Calleri rilevò il pacchetto di maggioranza del Torino e salvò la società: Calleri intraprese una politica di rigore assoluto per riuscire a ripianare un bilancio disastroso.
Il nuovo presidente trovava buchi ovunque, una situazione da far rabbrividire. Nell'estate del 1994 fu interrotto il rapporto con Mondonico, e sulla panchina granata sedette Rosario Rampanti. Per poco, però: infatti Rampanti fu presto rilevato da Nedo Sonetti, più esperto. Un Torino totalmente rivoluzionato disputò un ottimo campionato: partito infatti con l'obiettivo primario di non retrocedere, i granata si trovarono addirittura nelle condizioni di lottare per la Coppa UEFA.
Il Torino non centrò la qualificazione ma riuscì nell'impresa di vincere entrambi i derby, grazie ad un Rizzitelli stratosferico: 4 gol in due stracittadine e 19 reti totali a fine campionato!Calleri, poco alla volta, continuava nella sua politica di risanamento, necessaria e indispensabile. Il Toro allestito per la stagione 1995-'96 pareva una buona squadra: confermato Sonetti, anche Pelé, Angloma e Rizzitelli restarono granata; gli acquisti Hakan e Milanese dovevano garantire il salto di qualità. Non fu così, come tutti sapete. Il Torino partì male e terminò peggio la stagione; Sonetti a dicembre, dopo una batosta per 5-0 nel derby, venne allontanato e al suo posto fu chiamato Scoglio.
Il professore diede una scossa ma arbitri e sfortuna girarono le spalle al Toro: anche Scoglio fu allontanato e Lido Vieri chiuse la stagione, con il Toro che scese per la terza volta in B, quasi senza combattere. Si era partiti con molte ambizioni, si finì davvero in malo modo. Hakan non si rivelò secondo le attese e le varie riparazioni sul mercato novembrino non servirono a nulla. Il Torino era in B, i tifosi erano inferociti con il mondo intero, dalla classe arbitrale ai giocatori: la realtà era dura da accettare.
Il resto è storia recente, Calleri ha risanato il Torino, la società non ha più debiti. E' già un grande successo: non resta che risalire in fretta la china, tornare subito in A. Sono i 90 anni di storia che lo esigono, la sua leggenda, il suo glorioso passato. Buon Compleanno Toro!Il campionato '96/97, dopo un avvio dignitoso prosegue senza particolari acuti. Solo a cavallo fra dicembre e gennaio i granata, che centrano sei vittorie consecutive, sembrano confermare le previsioni della vigilia che indicano il Toro tra i protagonisti della serie B. Ma l'illusione dura poco e a marzo, un contestatissimo Calleri lascia la guida del club a Massimo Vidulich, presidente dell' Hsl. L'impatto è positivo, nel vocabolari entrano nuovi "termini": merchandising, marketing e così via. La stagione seguente solo uno sfortunato spareggio a Reggio Emilia contro il Perugia nega al Toro, passato dalla conduzione tecnica di Souness a quella più razionale e pragmatica di Reja, la gioia del ritorno in "A". La società decide di cambiare: ritorna sulla panchina granata Emiliano Mondonico, che centra al primo tentativo (1998/99) la promozione. Ma il futuro della società non promette nulla di buono: le voci sui problemi finanziari si fanno sempre più insistenti. La squadra, inevitabilmente, ne viene coinvolta e dopo un avvio di stagione promettente, scivola inesorabilmente verso il fondo classifica.
Il Club vive momenti difficili, lo spettro del fallimento aleggia nuovamente sul Torino. E, quando la crisi sembra a un passo dal travolgere i granata,. interviene Francesco Cimminelli a salvare il Toro, la sua storia, il suo nome e tutto il mondo granata. L'arrivo della nuova proprietà restituisce dignità ai colori granata. L'intervento è onerosissimo: oltre 200 miliardi per tagliare con un passato ricco solo di parole ma povero, troppo povero, di concretezza.
Ristrutturata la società, alla cui guida dopo una breve parentesi di Beppe Aghemo, viene chiamato Attilio Romero, grande tifoso granata e manager di alto profilo, Cimminelli rivoluziona l'area tecnica. Il responsabile è Sandro Mazzola, figlio del "Capitano" per eccellenza, Valentino, mentre il vivaio (che in un solo anno verrà riportato ai livelli del passato) è affidato a Renato Zaccarelli, che riesce a creare, in collaborazione con Benedetti e Comi, una struttura vincente e all'avanguardia nel panorama calcistico nazionale.
La squadra, che viene affidata a Gigi Simoni,. inizia la nuova stagione in "B" in modo altalenante. I risultati non vengono e, il 30 ottobre 2000, sulla panchina viene chiamato Giancarlo Camolese, tecnico della Primavera. Tra lo scetticismo generale, Cimminelli e Romero (che in estate hanno compiuto notevoli sforzi nella campagna acquisti) puntano così su un allenatore giovane, all'esordio assoluto come responsabile tecnico. Ma l'ennesima "scommessa" di Cimminelli si rivela vincente. Inizia così una serie di risultati eccezionali, che portano al Toro un'infinità di record assoluti: 73 punti in campionato, otto successi consecutivi, dieci vittorie in trasferta. Numeri impressionanti!
La città si riscopre granata e la promozione viene festeggiata con una grande festa popolare per le vie e le piazze di Torino. Nuovamente protagonista nel campionato di serie "A", il Toro è chiamato adesso a confermarsi. La società non ha lesinato nuovi sforzi finanziari, la campagna acquisti presenta un saldo negativo di 50 miliardi. Orgoglio, dignità di appartenenza e una situazione economica degna del Toro permettono al popolo granata di guardare al futuro con rinnovato entusiasmo.




i granata si attestarono sempre tra il 3° ed il 4° posto.La prima vera beffa, di una lunga serie che caratterizzerà la storia del Toro, avvenne nel campionato 1914-15. Nel girone finale a quattro squadre il Torino si trovava a due punti dal Genoa capolista ad un turno dalla fine: si doveva ancora giocare, guarda caso, Genoa-Torino, quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale ed il torneo fu sospeso. Il Genoa fu arbitrariamente dichiarato Campione d'Italia; da notare che nella gara di andata Torino-Genoa terminò 6-1, una vera lezione. Così il primo scudetto sfumò, il campionato sarebbe ripreso nel 1919 ed il momento magico dei granata svanì.
Da ricordare, in questi primi anni di vita del sodalizio granata, giocatori come Bachmann I, i fratelli Mosso, Debernardi I: il fenomeno dei fratelli in una sola società era diffusissimo ed il caso dei quattro Mosso, che, seppur in annate diverse, vestirono la maglia granata, è emblematico.
Dopo la guerra il campionato riprese nella stagione 1920-'21 ed il Torino, giunto in semifinale, disputò contro il Legnano la gara ufficiale più lunga mai giocata in Italia; terminò 1-1 e dopo due supplementari si era ancora in parità. L'arbitro decise di far disputare un terzo supplementare, ma dopo 8 minuti le squadre, sfiancate, si arresero. La ripetizione, di comune accordo, non fu disputata.
Negli anni venti iniziò al Toro la serie dei fratelli Martin, quattro come i Mosso; Martin II sarà il più forte e disputerà ben 359 gare di campionato con la maglia granata, un primato.
Anche Bachmann giocava ancora, mentre il giovane, ma promettente Janni iniziava ad affacciarsi sulla grande ribalta. Il 7 aprile 1922 arrivò la brutta notizia delle dimissioni di Vittorio Pozzo, "per motivi familiari e professionali".
Nel 1924 vi fu una svolta nella storia del Torino: alla presidenza fu infatti eletto il Conte Marone Cinzano, che riuscirà a far vivere momenti di gloria alle casacche granata. Fin dall'estate 1925 Cinzano diede inizio alle sue operazioni di mercato che furono sempre mirate ad acquistare il meglio in circolazione per fare grande il Toro. Fu prelevato in Argentina Julio Libonatti e Baloncieri, diede vita al "trio delle meraviglie". Una squadra che poteva schierare il "trio" più Janni era davvero formidabile, una miscela di classe e forza irraggiungibile. Rossetti era la potenza, le sue fucilate imprevedibili per qualsiasi portiere; arrivo al Torino dallo Spezia, all'inizio del campionato 1926-'27, il Conte Cinzano lo pagò 25.000 lire! Baloncieri e Libonatti, invece, erano due giocatori di grandissima classe, con il pallone facevano ciò che volevano, dribbling e finte erano il loro verbo; più funambolo Libonatti, più trascinatore Baloncieri.
Un grande Toro, nato grazie all'ambizione del Conte Cinzano, che voleva prevalere a tutti i costi sui cugini bianconeri ed arrivare al sospirato scudetto. La Juventus era la squadra della nobiltà torinese, conduceva sempre delle campagne di rafforzamento molto onerose; vestivano la casacca bianconera giocatori del calibro di Combi, Rosetta, Allemandi, tutti campioni.
Anche il Toro di Cinzano, come già visto, aveva uno squadrone pronto ad affrontare la stagione 1926-'27. Quella che fu, purtroppo per il sodalizio granata, la sfortunata annata dello scudetto revocato. Il "giallo" si riferisce ad un derby, il secondo della stagione vinto dal Torino per 2-1 con gol decisivo di Balacics; il Torino si aggiudicò anche la vittoria finale del campionato.
Si era già nella stagione 1927-28 inoltrata quando il giornale "Lo sport" di Milano pubblicò la notizia di un broglio a favore del Torino nel derby; notizia che fu ripresa dal "Tifone" di Roma ed ampliata da un giornalista che abitava nella pensione di Allemandi, terzino della Juventus accusato di aver venduto la partita ai granata. Ci fu in effetti un tentativo di corruzione da parte di un dirigente granata (tale dottor Nani) ma Allemandi, intascata metà della cifra pattuita, cambiò idea e risultò essere uno dei migliori in campo nel derby. Le voci di brogli, ingigantite sul "Tifone", fecero scattare l'inchiesta federale.
Il dottor Nani confessò e lo scudetto fu revocato al Torino; Allemandi squalificato a vita. Il Torino aveva vinto lo scudetto con pieno merito ma la gioia fu breve, la rabbia per l'ingiustizia subita moltissima! Il titolo italiano nel 1927 non fu quindi assegnato, mentre Allemandi scontò alla fine solo un anno di squalifica: grazie all'ottimo comportamento degli "Azzurri" alle Olimpiadi di Amsterdam fu amnistiato. Lo scudetto al Toro, però, non fu restituito... Quel titolo fu conquistato il 10 luglio 1927 battendo 5-0 il Bologna e revocato il 3 Novembre dello stesso anno. La formazione campione virtuale era: Bosia, Balacics, Martin II, Colombari, Janni, Sperone, Carrera, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni; allenatore Schoffer.
L'anno successivo giustizia fu fatta: il Torino si riconfermò Campione d'Italia, mettendo tutti a tacere. All'inizio della stagione 1927-28 il morale era molto basso, l'accusa di corruzione era un macigno duro da rimuovere; infatti il girone di andata risultò disastroso. Ci pensò il vero trascinatore, Baloncieri, il gran capitano, a smuovere gli animi, a reagire: il Toro si trasformò, inizio a vincere senza smettere più sino al termine della stagione.
La storia granata, cari amici, è così: per ottenere un successo bisogna sempre meritarne almeno due..., il Conte Marone, però, risultòì molto scosso dall'accusa che aveva infangato la sua squadra del cuore; perse entusiasmo e passione, si sentì ferito nell'orgoglio. Fu così che, malgrado il trionfo appena ottenuto, non se la sentì di continuare a fare il presidente del Torino e passò la mano a Giacomo Ferrari. Per il sodalizio granata fu una perdita del valore incommensurabile.
Nella stagione 1927-'28 il Torino si laureò Campione d'Italia il 22 luglio, pareggiando contro il Milan per 2-2. Questa la formazione vincitrice del primo scudetto: Bosia, Martin III, Martin II, Martin I, Colombari, Sperone, Vezzani, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni. Una squadra fortissima, una vera macchina da gol che, dopo aver vinto il titolo, si concedette una tournée-vacanza in Sud America, per festeggiare il tanto atteso tricolore, il primo della storia granata.
I Campioni d'Italia del 1928 nella stagione successiva sfiorarono nuovamente la conquista del titolo: fu fatale ai granata la sconfitta nello spareggio contro il Bologna, che prese così il posto del Torino nell'albo d'oro del campionato italiano. Con l'inizio degli anni Trenta molte cose andarono cambiando nel mondo del calcio: l'introduzione del girone unico, i giocatori divennero ormai dei veri professionisti, i vivai assunsero sempre più una grande importanza nell'ambito delle società.
Quando Adolfo Baloncieri decise di lasciare il calcio (1932) il Torino, in suo onore, creò una sezione giovanile, chiamandola "Balôn boys": iniziò così l'avventura dei "ragazzi del Filadelfia". La direzione del settore giovanile fu affidata a Carlo Rocca detto "Carlin", che dedicò la sua vita ai giovani calciatori; tra i "Balôn boys" si distinsero personaggi del calibro di Raf Vallone, Federico Allasio, Giacinto Ellena, Cesare Gallea. I giovani del Torino erano i più forti e ben preparati d'Italia, diedero un enorme contributo alla prima squadra fungendo da vero e proprio serbatoio (una tradizione che, come sappiamo, nel tempo è rimasta).
Nel primo campionato a girone unico i granata si piazzarono al quarto posto, in un torneo dominato dall'ambrosiana Inter; da ricordare i 17 gol del cannoniere Rossetti. Dalla stagione successiva ebbe inizio la serie d'oro della Juventus, la celebre "Juventus del quinquennio" capace di vincere ben cinque titoli italiani dal 1930-31 al 1934-35. La squadra era un vero e proprio insieme di campioni, tra i quali si ricordano Combi, Rosetta, Caligaris, Orsi.
Il Torino invece attraversava un momento critico. Dopo l'abbandono della presidenza da parte del Conte Cinzano ci fu una vera e propria girandola di presidenti che caratterizzò il decennio 1928-38; si susseguirono nell'ordine Ferrari, Vastapane; Gervasio, Mossetto, Silvestri, Cuniberti, senza però riuscire ad eguagliare l'opera del loro illustre predecessore.
Fu così che il Toro nei primi Trenta si limitò a vivacchiare in posizioni di centro classifica, impotente di fronte allo strapotere della Juventus di Carcano. Nella stagione 1930-31 i granata si piazzarono al settimo posto, l'anno dopo il Toro fu ottavo, con Libonatti e Rossetti sempre padroni delle aree di rigore avversarie. Nel 1932-33 il Torino concluse ancora al settimo posto ma il peggio doveva arrivare: dodicesimo posto nel 1934 ed addirittura quattordicesimo nel 1935, con la serie B sfiorata di un niente. Il Toro infatti si salvò solo all'ultima giornata, vincendo lo scontro diretto contro il Livorno e condannando così i toscani alla retrocessione: vittoria per 1-0 con gol di Filippo Prato, detto "Flip", che passò alla storia. Torino 25 punti, Livorno 24, così recitava la classifica finale, con grande sospiro di sollievo della gente granata, una forte instabilità societaria era la causa dei risultati modesti delle compagnie granata, che restava a galla grazie alla vera e propria fucina di talenti che si dimostrarono essere i "Balôn boys".
Intanto l'ossatura della Juventus del quinquennio fece sì che gli azzurri di Vittorio Pozzo si laureassero Campioni del Mondo nel 1934, titolo poi bissato nel 1938. Dalla stagione 1935-36 iniziò una rinascita per i colori granata, con un prestigioso terzo posto in campionato alle spalle del Bologna (che spezzò l'egemonia bianconera) e della Roma; un pessimo finale di campionato privò il Torino del titolo ma arrivò, consolazione non da poco, la Coppa Italia. Nella stessa stagione ci fu infatti l'esordio di questa manifestazione ed i granata furono i primi ad aggiudicarsi il trofeo; il percorso per arrivare alla finale contro l'Alessandria fu travolgente: 2-0 alla Reggiana, 8-2 al Catania, 4-2 al Livorno e 2-0 alla Fiorentina. Finalissima contro "i grigi" a Genova: Torino Alessandria 5-1, doppiette di Galli e Silano, con l'aggiunta di un gol del bomber Buscaglia.Dalla stagione 1936-37 il Torino cambiò denominazione: da "Football Club" ad "Associazione Calcio", per volere del Duce che esigeva la scomparsa di ogni parola straniera; erano anni così…. Il Torino in quel campionato terminò terzo, con il Bologna Campione d'Italia per il secondo anno consecutivo; nel torneo 1937-38 i granata chiusero con un anonimo nono posto, Campione d'Italia fu l'ambrosiana Inter.
Fu esaltante, invece, la stagione 1938-39, con il Torino al secondo posto, alle spalle di un Bologna fortissimo che sopravanzò i granata di 4 punti. I rossoblù schierarono campioni come Andreolo, Biavati, Puricelli: malgrado questo il Torino negli scontri diretti riuscì ad ottenere 3 punti su 4, vincendo 3-1 a Bologna e pareggiando 1-1 al Filadelfia. In porta, nel Toro, militava Olivieri, detto "il gatto magico"; altri giocatori di valore erano Petron e Ferrero (che allenò in seguito il grande Torino). Allenatore era Mario Sperone, con l'ungherese Egri Erstein direttore tecnico. La linea mediana che il Torino schierava alla fine degli anni Trenta passò alla storia come la "mediana delle sei elle " in quanto i tre grandi campioni che la componevano rispondevano ai nomi di Allasio, Gallea ed Ellena. Tutti e tre provenivano dai "Balôn boys"; mentre Allasio ed Ellena erano giocatori molto grintosi, Gallea era l'uomo dal tacco fino, di gran classe. Gallea ed Ellena (quest'ultimo ha dedicato la propria vita ai colori granata, restando nei quadri della società ancora ultraottuagenario) giocarono con Grezar, Loik e Mazzola, nell'embrione cioè del grande Torino.
Campionato 1939-40: granata al quinto posto, titolo all'ambrosiana Inter. Nel 1939 il Torino passò a Ferruccio Novo e fu la svolta per la società granata: Novo non era un mecenate ma un amministratore attento pronto ad investire nel Torino. Chiamò accanto a sé personaggi di provata fede granata come Janni, Ellena. Sperone: da questo gruppo di ex torinisti nacque una squadra ancora oggi inimitabile. Il primo grande acquisto fu Franco Ossola dal Varese: prezzo 55.000, cifra rilevante per il mercato dell'epoca; Ossola esordì nel 1940, in una squadra ancora legata agli anni Trenta. Nel campionato 1940-41 il Torino fu settimo, Bologna ancora Campione d'Italia mentre bomber granata si laureò subito Ossola con 15 reti.
Nell'estate '41 il presidente ingaggiò Menti dalla Fiorentina, Ferraris dall'Ambrosiana Inter e tre giocatori dalla Juventus: Bodoira, Borel e un certo Guglielmo Gabetto, detto il "barone". Nella stagione 1941-42 il Torino si piazzò al secondo posto, a tre lunghezze dalla Roma: i granata vantarono il miglior attacco del torneo (60 reti). Novo, instancabile, per il campionato 1942-43 ingaggiò Loik e Mazzola dal Venezia, Grezar dalla Triestina e affidò la direzione tecnica della prima squadra a Janni che sostituì Kutik: il presidente era molto attivo, voleva a tutti i costi uno squadrone! Il Torino vinse il primo dei suoi cinque scudetti consecutivi e, nella stagione1942-43, si aggiudicò anche la seconda Coppa Italia. Partirono male, i granata, con due sconfitte consecutive contro l'Ambrosiana ed il Livorno ma alla terza giornata vinsero 5-2 il derby con la Juventus: il torneo fu un lungo testa a testa tra Torino e Livorno, risolto solo all'ultima giornata, con la vittoria di Bari firmata da Valentino Mazzola. Torino 44 punti, Livorno 43, nuovamente Campioni d'Italia dopo 15 anni! Un mese dopo aver vinto lo scudetto i granata concessero il bis e si assicurarono la Coppa Italia: Anconitana, Atalanta, Milan, Roma e Venezia (i lagunari sconfitti 4-0 nella finale a Milano) le vittime del rullo compressore granata.
Vediamo insieme la rosa della squadra grande protagonista della stagione 1942-43: portieri: Bodoira e Cavalli; difensori: Cassano, Ellena, Ferrini, Piacentini; centrocampisti: Baldi, Gallea, Grezar, Loik, Mazzola; attaccanti: Ferraris II, Gabetto, Menti II, Ossola.
La squadra non era ancora quella "macchina invincibile" degli anni successivi ma centrocampo ed attacco non subiranno rinnovamenti, erano già fortissimi.
A causa della guerra il campionato, nel 1944, venne diviso in due gironi: i bombardamenti rendevano difficile lo spostamento delle squadre lungo lo stivale. Tutto era chiaramente a carattere ufficioso, il titolo non sarebbe stato riconosciuto; il Torino assunse il nome Torino-Fiat e schierò anche Silvio Piola al Fianco di Mazzola e Gabetto. Lo "scudetto di guerra" lo vinsero, a sorpresa, i "Vigili del fuoco di La Spezia", in finale contro il Torino, sconfitti 2-1. L'inattesa battuta d'arresto era dovuta al fatto che molti granata dovettero sostenere un lungo viaggio in condizioni disagiate a causa di una amichevole giocata a Trieste dalla nazionale di Vittorio Pozzo. La Federazione offrì al Torino la possibilità di spostare l'incontro ma Novo si rifiutò, pensando di poter vincere ugualmente: il presidente, quella volta, sbagliò...
La guerra imperversava ed il campionato 1944-45 non si disputò; la ripresa nella stagione 1945-46, con il Toro favoritissimo! Ad inizio campionato il Torino si presentava con Bacigalupo in porta, Ballarin e Maroso terzini, Rigamonti centromediano; i quattro di centrocampo erano Grezar, Loik, Castigliano e Mazzola, con Ossola, Gabetto e Ferraris in attacco. Una squadra magnifica, spettacolare: in un torneo ancora diviso in due (Alta Italia e Centro-Sud) i granata dominarono dominarono in lungo ed in largo. L'inizio non fu confortante (1-2 contro la Juve!) ma il Toro vinse il girone dell'Alta Italia con 42 punti contro i 39 della Internazionale.
Nel girone finale ad otto squadre i granata ottennero ben 11 vittorie e tre sole sconfitte, vincendo il titolo con un solo punto di vantaggio sulla Juventus in un finale trilling! Era l'inizio di una serie di trionfi! Il calcio, a guerra conclusa era, con il ciclismo, la più grande passione degli italiani: proprio nel 1945 nacque "Tuttosport" fondato da Renato Casalbore ed il 5 maggio 1946 comparvero nella vita degli sportivi i primi segni 1X2 della schedina! Era nata la mitica "Sisal".
A partire dalla stagione 1946-47 venne rispristinato il campionato a girone unico, le ferite della guerra andavano lentamente rimarginandosi: era un campionato lunghissimo quello che stava nascendo, con 20 squadre e 38 gare. Unico acquisto di rilievo del Torino Campione d'Italia fu quello di Danilo Martelli, mediano del Brescia. Molte squadre cercarono rinforzi per contrastare i granata, specialmente oltre frontiera: servirono a poco...
Ci fu una partenza a razzo del Bologna, che si presentò al Filadelfia all'ottava giornata con 13 punti conquistati sui 14 a disposizione e zero gol subiti in 7 gare! Bene, finì 4-0 per il Toro, con il portiere felsineo Vanz a dir poco stordito! Da quella gara in poi fu l'ennesima marcia trionfale, con goleade a ripetizione e spettacolo assicurato ad ogni partita. Le cifre a fine torneo sono a dir poco impressionanti: 104 gol fatti, 35 subiti, Valentino Mazzola re dei cannonieri con 29 centri. La Juve, terminò al secondo posto con 10 punti di distacco! Il Torino di Ferrero ed Erbstein fu promosso in maglia azzurra da Vittorio Pozzo ed il record assoluto fu toccato in occasione di Italia-Ungheria, giocatasi a Torino: 10 giocatori granata con la maglia dell'Italia, solo Sentimento IV in porta non era del Filadelfia.
L'Italia vinse quella partita per 3-2, con due gol di Gabetto ed uno di Loik.
Nella stagione 1947-48 il Torino si apprestava a difendere il titolo con una rosa quasi identica mentre la Juve, con Gianni Agnelli nuovo presidente, non badava a spese per rinforzarsi. Unico acquisto di rilievo fu Sauro Tomà, terzino; molti cambiamenti ci furono invece al vertice. Ferrero lasciò la guida tecnica, al suo posto Mario Sperone, con Copernico direttore tecnico. Nella realtà la squadra la "faceva" il consigliere di Novo, Erbstein. Il campionato era un girone unico con 21 squadre, per un totale di 40 partite!
Dopo un girone di andata un po' stentato, chiuso con due reti in meno del Milan, il ciclone granata si scatenò nel ritorno. Due gare sono da ricordare di quel 1948: la batosta storica rifilata agli "Ital-Toro" degli allora maestri inglesi (4-0 al Comunale) ed una rimonta altrettanto storica rifilata nella "fossa" del Filadelfia. Il 30 maggio 1948, infatti, la Lazio dopo soli 20 minuti di gioco si trovava incredibilmente in vantaggio per 3-0; Mazzola come vuole la leggenda, si rimboccò le maniche e la gara terminò 4-3 per il Torino, reti di Castigliano (2), Gabetto e Mazzola stesso. Il Torino si laureò Campione d'Italia con 5 giornate di anticipo, circa un mese e mezzo prima della scadenza del torneo! Fu, probabilmente, il miglior Toro di tutti i tempi, la stagione 1947-48 vide giocare una delle più forti squadre di sempre. La classifica dei bomber fu vinta da Boniperti con 27 reti, Mazzola ne segnò 25 e Gabetto 23.
Ecco i primati stabiliti dai granata nella stagione1947-48: massimo punteggio in classifica, 65 punti in 40 gare; massimo vantaggio sulle seconde classificate, 16 punti di distacco a dal Milan, Juve e Triestina; vittoria in casa più netta 10-0 all'Alessandria; vittorie complessive, ben 29 su 40; maggior sequenza di gare utili; 21 partite senza mai perdere, dalla ventesima alla quarantunesima, con 17 vittorie e 4 pareggi; maggior numero di punti in casa, 39 su 40; maggior numero di reti segnate, ben 125 e minor numero di reti subite, solo 33. Può bastare, no? Gli squadroni come il Milan, Juve e Inter avevano come obiettivo l'indebolimento della squadra granata , cercando di portare via dal Filadelfia qualche pezzo pregiato, come Mazzola, il gran capitano. Il quale era attratto dalla lusinga che la società milanesi gli offrivano, l'Inter in particolare: ad inizio stagione il capitano stette fuori squadra per diverbi con Novo ma già alla seconda partita tutto si era appianato, il trascinatore del Toro era di nuovo in campo con il suo "10" sulla schiena.
Nuovo allenatore per il campionato 1948-49 era l'inglese Lievesley. Dopo gare alterne ed un derby vinto solita maniera (3-1), il Torino si trovò al termine del girone d'andata in testa alla classifica alla pari con il Genoa. Intanto al Filadelfia erano arrivati i giovani Operto, Grava e la mezz'ala ungherese Schubert, tutti molto promettenti; primavera i granata erano, come tutti gli anni, al massimo della forma e travolgevano ogni ostacolo, volando in vetta alla classifica: il Torino si strinse attorno a Bacigalupo a l'attacco dell'Inter, forte di Nyers, Amadei e Lorenzi, non passò.
Dopo la gara con l'Inter il Torino si fermò a Milano: infatti i granata erano attesi martedì 3 maggio da una gara amichevole a Lisbona contro il Benfica. I rapporti e le esperienze internazionali erano importanti per un club all'avanguardia come il Torino di Novo e poi la partita era stata concordata dai capitani delle due squadre, Mazzola e Ferreira, che si erano conosciuti in occasione della gara tra Italia e Portogallo giocava nel Genoa. Ferreira disse a Mazzola che a fine stagione avrebbe lasciato il calcio e avrebbe voluto coronare la sua carriera con un amichevole scontro la grande squadra granata. Capitan Valentino si fece subito avanti e l'accordo fu presto fatto, anche perché la trasferta di Lisbona serviva a rimpinguare il bilancio societario, non proprio florido.
L'incontro fu fissato per martedì 3 maggio 1949 ed il Torino ottenne dalla Federazione il permesso di anticipare al 30 aprile la sfida con l'Inter. La gara contro il Benfica fu davvero un'amichevole, tanti gol e Toro sconfitto 4-3: grandi feste per il capitan Ferreira e applausi per tutti. Il giorno seguente, il 4 Maggio, il Torino salì sul trimotore "I-Elce" per fare ritorno a casa. Il tempo era pessimo, nuvole basse, pioggia: alle 17 l'ultimo contatto tra l'aereo e l'aeroporto di Torino, poi il buio. La Basilica di Superga apparve davanti al pilota all'improvviso: una fiammata, lo schianto tremendo, la morte improvvisa. Tra le 17,01 e le 17,04 del 4 maggio 1949 morì il grande Torino ed iniziò la sua leggenda. La rotta seguita dall'aereo era quella esatta, volava però troppo basso: sarebbero bastati pochi metri in più d'altezza oppure un piccolo scarto laterale per evitare l'impatto, ma il destino aveva deciso.
La notizia della tragedia in un attimo fece il giro del mondo, in tutti lo sgomento fu enorme; il compito più ingrato toccò a Vittorio Pozzo, che dovette procedere al riconoscimento dei suoi ragazzi, uno per uno, nel bailamme che regnava a Superga dopo lo schianto. I morti furono 31, perirono anche i giornalisti Renato Casalbore (Tuttosport), Luigi Cavallero (La Stampa) e Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo). Torino, quella Torino del dopoguerra, aveva "bisogno" del Torino, dello spettacolo, della gioia che sapevano offrire quei ragazzi: ora non c'erano più, era tutto finito. Dopo il riconoscimento le salme furono portate a Palazzo Madama, per il saluto della folla: una vera processo rese omaggio alle bare allineate. Una folla immensa partecipò ai funerali il 6 maggio 1949, mezzo milione di persone, forse più: tutta Torino era lungo il percorso del funerale; le case erano deserte.
Tutto il mondo dello sport era presente alle esequie, tutte le squadre italiane e molte straniere; fra le tante corone di fiori ne spiccava una di rose rosse con questa scritta: "Josè Ferreira, ai suoi più grandi amici". A Torino, si diceva, non si trovava più un fiore: erano tutti per quelle 31 bare, nell'immensa chiesa che, per un giorno, fu Piazza Castello. In coda al corteo funebre sfilò, mestamente vuoto, il mitico "Conte Rosso", il pullman usato per le trasferte dei campioni.
Per varie ragioni tre componenti di quella magica squadra non salirono sull'aereo per Lisbona; Giuliano, Gandolfi e il più famoso Sauro Tomà, fermato dal medico per un infortunio al ginocchio. Anche Ferruccio Novo, bloccato dalla broncopolmonite, si salvò, così come il grande Nicolò Carosio che rimase a casa per la cresima del figlio: casi fortunati, della vita. La stagione 1948-49 fu portata a termine dai giovani del Torino, che disputarono le ultime gare contro le corrispettive formazioni giovanili. Il Torino vinse tutte le rimanenti partite, chiudendo il campionato 1948-49 con 60 punti, cinque di vantaggio sull'Inter seconda: mai trionfo più fu amaro.
Il 26 maggio 1949 si assistette allo stadio Comunale ad una gara che rimarrà nella storia. Pochi giorni dopo la sciagura di Superga il presidente del River Plate Antonio Alberto telefonò a Ferruccio Novo, mettendosi a disposizione per una gara amichevole con incasso a favore dei familiari degli scomparsi. Contro il grande River Plate si schierò il "Torino Simbolo", un gruppo di undici fuoriclasse in maglia granata: giocarono infatti per il Toro Sentimenti IV, Manente, Furiassi, Annovazzi, Giovannini, Achilli, Nyers, Boniperti, Nordhal, Hansen, Ferrari II, Lorenzi, tutti veri e propri campioni. Stella degli argentini era un certo Di Stefano; in un Comunale al limite della capienza la partita-spettacolo terminò 2-2. Aveva così inizio il dopo-Superga, con Novo ancora presidente, sotto choc per la scomparsa dei "suoi" ragazzi ma con la ferma intenzione di ricostruire il Torino. Sulla base di un grande settore giovanile iniziarono i preparativi per presentare ai nastri di partenza della stagione 1949-50 un Torino dignitoso. Solo un grandissimo presidente come Novo poteva riuscirci!
Il CONI concesse a Novo un prestito di 200 milioni, 50 gli furono versati dalla Federazione, il "Torino simbolo" ne raccolse 16; i prestiti avrebbero dovuto essere restituiti dopo dieci anni ma si trasformarono in contributi a fondo perduto. Il Toro ripartiva, dunque, con Ferruccio Novo al timone.
Ad inizio della stagione 1949-'50 regnava la confusione, la fretta era cattiva consigliera: ottimo acquisto fu comunque Beniamino Santos, mezz'ala argentina. Arrivarono al Filadelfia anche Hjalmarsson e Bengtsson; oltre a Carapellese ed al portiere Bepi Moro. Unico superstite di Superga in prima squadra Sauro Tomà; il Torino era una buona formazione, in grado di non sfigurare contro nessuno. Granata dopo molti anni sconfitti nel derby (1-3), la squadra era ottima in attacco e debole nel reparto difensivo. Chiuse al 6° posto assoluto la prima stagione del dopo-tragedia, con un grande Santos autore di 27 reti; scudetto alla Juve e granata molto soddisfatti per l'ottima ripartenza. Dopo la reazione emotiva che diede grandi risultati nel 1949-'50, la stagione seguente vi fu il classico calo di tensione; la stagione 1950'-51 fu una vera sofferenza anche perché la squadra fu quasi interamente rivoluzionata.
I granata si salvarono alla penultima giornata, chiudendo al quartultimo posto in classifica, senza grosse prospettive per le annate future. Malgrado Novo tenesse duro, stava per iniziare il periodo buio per la società granata nel campionato 1951-'52, con nuovamente Mario Sperone al comando, il Torino soffrì ancora le pene dell'inferno, malgrado potesse contare su Amalfi in attacco. La salvezza sospirata giunse solo all'ultima giornata, con uno 0-0 interno contro l'Udinese. I soldi in cassa erano sempre pochi, Novo doveva affidarsi al suo "fiuto" ed ai giovani; storia vecchia, come si può notare... All'inizio del '52 vestì la casacca granata quello che si rivelerà un acquisto fondamentale per parecchi anni: Horst Buhtz.
I tifosi del Toro seguivano sempre la squadra con enorme passione; proprio di quegli anni è la fondazione del club "Fedelissimi Granata", primo in Italia per data di nascita. Una fede davvero incrollabile!
Con Jesse Carver come allenatore si ripartiva per il campionato 1952-'53, con Buhtz vero leader; fu un torneo senza infamia e senza lode, chiuso al decimo posto, con 31 punti in 34 gare. Ussello allenatore e Jesse Carver direttore tecnico per il campionato datato 1953-'54: salvezza raggiunta con cinque turni d'anticipo, cosa non da poco. Il Torino chiuse al 9° posto, con 33 punti e Buhtz vero mattatore con 11 reti e tanto lavoro svolto.
La stagione 1954-'55 fu l'ultima di Novo alla presidenza del Toro: il grande presidente lasciò il sodalizio granata per stanchezza e sfiducia, in "quel" Torino non si ritrovava più. Annibale Frossi "il dottor sottile", fu il nuovo direttore tecnico e l'acquisto più importante fu Enzo Bearzot: era una squadra da combattimento. Fu ancora un nono posto, nel più completo anonimato: il Torino, da "grande" diventò una squadra normale, senza più ambizioni di sorta. Teresio Guglielmone sostituì Novo alla presidenza ma a livello economico cambiò poco: i soldi erano un miraggio per le casse granata! La nona piazza era ormai abitudine: così fu anche nel torneo 1955-'56, con 33 punti, dopo un ottimo avvio ed il 3° posto alla fine del girone d'andata.
Nel 1956 Guglielmone lasciò la presidenza ad un comitato esecutivo, al quale subentrerà in seguito Mario Rubatto: il caos era sovrano, ma la squadra si farà rispettare. Buhtz lasciò il Toro ma arrivano Armano, Ricagni, Arce, Tacchi e Jeppson: un attacco da sogno! Il Torino chiuse una splendida stagione al 5° posto davanti alla Juve di due punti: 35 contro 33, tifosi in delirio, il Toro pareva essere tornato grande! Già pareva...
Il Torino era squadra vecchiotta e non riuscì a ripetersi e così l'anno successivo si tornò a soffrire anche se la salvezza fu raggiunta con un buon anticipo. Mentre la Juventus di Sivori, Charles e Boniperti vinse lo scudetto il Toro chiuse al settimo posto, rientrando nei ranghi dopo l'exploit del quinto posto dell'anno prima. Ecco tempi davvero grami per la gente del Toro, abituata a ben altri successi. Ed il peggio doveva arrivare...
Rubatto portò la squadra a giocare al Comunale e concluse un primordiale contratto di sponsorizzazione con la Talmone: nacque così il Torino Talmone. In porta arrivò Lido Vieri ma non bastò ad evitare la retrocessione, amarissima.
Il Talmone Torino chiuse all'ultimo posto, con 23 punti, un vero disastro: la prima grande umiliazione della gloriosa storia granata. Era d'obbligo risalire subito e così fu; il presidente Morando portò un po' d'ordine in società, la "T" dal petto fu eliminata, il Torino tornò Torino e basta.
Per i granata fu una grossa occasione mancata non aver potuto e saputo sfruttare appieno le grandi doti dei due britannici. Il Toro finì settimo, si poteva fare molto di più: la cosa più positiva fu un derby vinto 1-0, gol di Baker. Law segnò 10 reti e, a testimonianza della sua classe immensa, nel 1964 vinse il pallone d'oro quale miglior giocatore d'Europa! Nella stagione successiva, partiti i due anglosassoni, si ritornò ad una tranquilla mediocrità, malgrado gli acquisti di Poletti e Gerry Hitchens; quest'ultimo fu un vero affare per il Toro. Sulla panchina continuava a sedersi Jo Santos. "Chico" Locatelli segnava a raffica ed il Torino partì bene, per poi sedersi: terminò ottavo, Hitchens cannoniere con 11 reti.
In Coppa Italia granata in finale dopo un cammino trionfale; vittorie contro Triestina, Bologna, Sampdoria, Verona e ultimo ostacolo rappresentato dall'Atalanta.
Il sogno svanì nella finalissima di San Siro: Atalanta-Torino 3-1, tre gol di Domenghini e addio ai sogni di gloria. Intanto, nel febbraio 1963, Orfeo Pianelli divenne presidente del Torino e diede stabilità al sodalizio granata: ce n'era davvero bisogno! Primo colpo di Pianelli fu Rocco; Nereo Rocco sulla panchina del Toro, un ottimo modo di presentarsi! Giunsero a Torino anche Puia, Albrit e Moschino.
Non migliorò molto la classifica finale, settimo posto, ma in Coppa Italia fu nuovamente finale e, purtroppo, nuovamente sconfitta. Dopo aver eliminato Lecco, Varese, Genoa ai rigori ed Inter in semifinale era derby: il Toro vinse 2-0 sulla Juve, reti di Hitchens e Peirò ed approdò alla finale, contro la Roma. All'olimpico fu 0-0 e, nella ripetizione al Comunale, i giallorossi si imposero per 1-0, gol di Nicolè. Seconda occasione buttata in due anni, dunque... Con ancora Rocca in panchina fece un ulteriore sforzo ed acquistò il grande Gigi Meroni dal Genoa; altro giocatore molto interessante acquistato da Pianelli fu Gigi Simoni, anche lui proveniente dal Genoa. Con un Rosato sempre più in evidenza, il Torino era davvero una buona squadra e lo dimostrò: i granata ottennero il miglior risultato del dopo-Superga, un ottimo terzo posto dietro ad Inter e Milan, con 44 punti, ben tre lunghezze in più della Juve.
Anche in Coppa delle Coppe i ragazzi del "Paron" Rocco si fecero valere e giunsero sino allo spareggio di semifinale contro il Monaco 1860: qui furono sconfitti 2-0 a Zurigo. Grandi aspettative e puntuale doccia fredda l'anno dopo: una campagna acquisti sbagliata fece sì che il Toro non riuscisse ad andare oltre un grigio decimo posto. Anche nelle Coppe la stagione 1965-'66 fu da dimenticare, due eliminazioni al primo turno e tutti a casa.
Nell'estate 1966, dopo l'umiliazione azzurra in Inghilterra da parte della Corea, il Torino cedette Rosato con Mancini e acquistò Combin e Facchin. Rocco visse tra le contestazioni il suo ultimo anno al Toro, accusato di troppo difensivismo. I tifosi volevano più spettacolo.
Arrivò l'ennesimo settimo posto, dignitosi e nulla più, con il solo Gigi Meroni sempre sugli scudi. Edmondo Fabbri venne chiamato da Pianelli sulla panchina granata al posto di Rocco, nell'estate 1967. Il vero protagonista delle vicende del Toro era però sempre lui, Gigi Meroni, così estroverso, così pieno di classe: uno degli ultimi artisti del pallone. Meroni rendeva felice chi lo guardava giocare ma, purtroppo, il destino era in agguato anche per lui, come per i ragazzi del grande Torino.
Una domenica d'ottobre, dopo la gara giocata e vinta contro la Sampdoria al Comunale, Gigino fu investito da un'auto in Corso Re Umberto, a Torino. Un'altra botta terribile per il Toro, un destino avverso che sembrava non aver fine.
La gente era sgomenta. Il successivo derby fu vinto 4-0, con rabbia e disperazione il Torino travolse la Juventus in una gara ricca d'emozioni da entrambe le parti.
Il campionato fu ancora mediocre, settimo posto finale ma giunse la vittoria in Coppa Italia. Terzo trionfo in questa manifestazione per la società granata che, dopo aver eliminato la Sampdoria, il Napoli ed il Catanzaro nelle gare ad eliminazione diretta, si aggiudicò il girone finale. Milan, Inter e Bologna le "vittime" del Toro, che colse così un importante trionfo, il primo dell'era-Pianelli.Nella successiva stagione arrivarono Rampanti e Mondonico e fece la prima apparizione Paolino Pulici: era la prima pietra della squadra dello scudetto! Pulici segnerà il suo primo gol in serie A il 6 aprile 1969 a Milano contro l'Inter: finì 2-2. Intanto un grande combattente si stava rivelando Aldo Agroppi da Piombino, vero cuore granata ed indomito specialmente negli infuocati derby di quei tempi. Il torneo 1968-'69 si chiuse con il Toro al sesto posto, senza squilli nelle coppe. Fabbri se ne andò per tornare a Bologna e sulla panchina del Torino si sedette Cadè; altra partenza grave fu quella di Lido Vieri, all'Inter. In compenso arrivò Claudio Sala tassello importante e fondamentale per il futuro; il punto debole era l'attacco, con un Pulici a dire poco ancora acerbo e con i fondamentali da rivedere.
Nel torneo dominato dal Cagliari di Gigi Riva, i granata chiusero con il settimo posto, piazzamento ormai "amico" delle maglie del Toro. Sesti, settimi, ottavi: sempre lì, sempre a metà classifica, mai un brivido che profumasse di scudetto. Bisognava aspettare ancora qualche anno... Nell'estate del 1970 eco arrivare a Torino il "giaguaro" Castellini e Gianni Bui, centravanti di gran classe: malgrado questi arrivi il Toro disputò un campionato in sordina. Fu un ottavo posto, ma ad un solo punto dal Foggia retrocesso! Dopo una bella vittoria nel derby con gol di Pulici il Torino si afflosciò e rischiò grosso.
A fine stagione, però, arrivò un'enorme gioia per i tifosi del Toro: il quarto trionfo in Coppa Italia. Dopo che Cancian aveva sostituito Cadè sulla panchina, il Torino riuscì nell'impresa di battere il Milan ai rigori nella finalissima di Genova. L'eroe fu Castellini, che parò due rigori a Rivera e regalò la coppa al Toro; grandissimo anche Maddè, autore di 5 centri consecutivi. Al termine di un campionato disastroso, la gemma della Coppa Italia regalò un sorriso a Pianelli, che era pronto a ricominciare verso nuovi successi.
Ecco Gustavo Giagnoni sedere sulla panchina granata e fu subito 1971-'72 un campionato eccezionale! La carica venne trasmessa alla squadra che arrivò ad un punto dallo scudetto! Alcune decisioni arbitrali contrarie, come a Genova in occasione di Sampdoria-Torino (gol negato ad Agroppi), non permisero ai granata di coronare il sogno ma fu comunque una stagione grandiosa. La gente si strinse attorno a quella squadra, dove Pulici, Sala, Mozzini e Castellini facevano le "prove scudetto".
Il campionato seguente fu inaspettatamente anonimo, dopo tante speranze il Torino si sedette un po' e chiuse al sesto posto, con Pulici che si aggiudicò la sua prima classifica cannonieri con 17 reti. Perle non da poco di questa stagione furono i due derby, vinti entrambi: Giagnoni nelle stracittadine non perdonava!
Nel 1973 arrivò al Toro Ciccio Graziani che esordì in serie A il 18 novembre, in occasione di Sampdoria-Torino. A fine stagione Giagnoni lasciò il Torino e approdò al Milan: a torneo in corso, infatti, sulla panchina del Toro tornò a sedersi Mondino Fabbri, che guiderà i granata anche nel 1974-75. Toro quinto e primi 6 gol in serie A di Graziani. Nel 1974 furono acquistati Santin e Zaccarelli; Fabbri disponeva di un'ottima squadra, la faceva però giocare con troppa prudenza.Pulici e Graziani segnarono 30 gol in due, erano già gemelli ma il Toro non andò oltre un mediocre sesto posto; a Cagliari, a fine campionato, ci fu l'addio al grande Giorgio Ferrini, che disputò l'ultima gara della sua carriera.
E siamo al magico anno-scudetto! Radice in panchina e Caporale, Pecchi e Patrizio Sala gli ultimi ritocchi per un Toro tutta grinta e gran gioco, vero calcio moderno, da fare impallidire Sacchi! A primavera il sorpasso sui cugini della Juve, che persero tre partite di fila e così dilapidarono un vantaggio di 6 punti sul Toro. I gemelli del gol imperversavano, andavano a segno tutte le domeniche, grazie anche ai proverbiali assist del "poeta" Claudio Sala.
Il Toro conquisterà il titolo con il pareggio interno contro il Cesena, l'unico punto perso al Comunale in tutta la stagione, un record. Settantamila tifosi salutarono il ritorno del Toro sulla vetta del campionato, la città era in delirio, una festa per il popolo torinista. La squadra di Gigi Radice chiuse con 45 punti, due in più della Juventus; Pulici si laureò capocannoniere con 21 reti, seguito da Graziani con 15 gol. Rileggiamo ancora la formazione campione d'Italia 27 anni dopo Superga: Castellini, Santin, Salvadori, Patrizio Sala, Mozzini, Caporale, Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Pulici. Ancora una volta però il destino era in agguato: l'8 Novembre morì Giogio Ferrini, il "Capitano" per eccellenza, l'uomo che più di ogni altro ha saputo impersonificare in tutta la storia del Toro il grande spirito granata.
Intanto con l'acquisto di Danova i granata erano pronti per la Coppa dei Campioni e per difendere il titolo; la stagione 1976-'77 fu una delle più belle e sfortunate per il Toro, di tutta una storia. Un Campionato eccezionale, con 50 punti fatti, non bastò però a riconfermarsi campione: la Juve ne fece 51, incredibile. Toro secondo, con una squadra che era forse più forte di quella scudettata, con un Graziani capace di segnare 21 gol, con Pulici a 16. Iniziò qui il declino di quella grande squadra, declino più psicologico che fisico, di sfiducia.
In Coppa dei Campioni il Torino superò brillantemente il primo turno contro gli svedesi del Malmoe poi si fermò contro lo squadrone tedesco del Borussia Moenchegladbach; dopo aver perso 1-2 al Comunale, in Germania fu 0-0, in 8 contro 11 e Graziani in porta… Inizio del declino dunque e spogliatoio non proprio compatto: nel 1977-'78 il Toro disputò comunque un buon campionato ma non diede mai l'impressione di poter vincere il titolo. Fu un secondo posto a pari merito con il Vicenza di Paolo Rossi, 5 punti dietro la Juve.I gol venivano a fatica, anche i gemelli iniziavano ad appannarsi un po' e nel torneo seguente vi fu un ulteriore passo indietro, con il Toro che chiuse al quinto posto, con pochi squilli. Radice fu vittima nel 1979 di un grande incidente d'auto, dove morì il suo amico Barison: la società fu molto turbata da questo ennesimo colpo della sfortuna che non voleva smetterla di accanirsi contro il Torino.
Molti giocatori dello scudetto non vestivano più il granata: Castellini, Mozzini, Santin non c'erano più, la difesa era stata rivoluzionata ma era l'attacco a stentare terribilmente. Con Rabitti al posto di Radice il Torino chiuse la stagione 1979-'80 al quarto posto e con l'amaro in bocca per la finale di Coppa Italia persa a Roma contro i giallorossi ai rigori. I granata erano in netto vantaggio nei tiri dal dischetto ma non bastò: vinse la Roma 3-2. Pianelli, intanto, viveva grosse difficoltà economiche e il suo impegno per la causa granata andava via via affievolendosi: voleva lasciare, era stanco e sfiduciato.
Nel torneo 1980-'81 ritornavano in Italia gli stranieri ed il Toro acquistò Van de Korput, non un fulmine di guerra sicuramente. Rabitti prima e Cazzaniga poi guidarono un Toro modesto, che alla fine si salvò per un punto. Ancora in finale di Coppa Italia, ancora contro la Roma e ancora sconfitti: questa volta si giocò anche il ritorno a Torino ma, dopo un duplice 1-1, furono i rigori ad essere fatali ai granata. Torino tutto giovani nel 1981-'82, con Giacomini mister, Pulici e Zaccarelli a guidare il gruppo; Graziani e Pecci erano andati a Firenze, del Toro-scudetto erano rimasti Paolino e Zac. Campionato gagliardo dei granatini ed obiettivo salvezza raggiunto con largo anticipo; non poteva mancare la chicca della finale di Coppa Italia, persa, e così fu anche in questa stagione, la terza consecutiva.Contro l'Inter non ci fu nulla da fare, sconfitta 1-0 a San Siro e pareggio 1-1 al Comunale. Il cambio di timone al vertice fu cosa fatta nella primavera del 1982: via Orfeo Pianelli, con le lacrime agli occhi, e Sergio Rossi nuovo presidente, con tanta voglia di fare e di vincere. Squadra tutta nuova (anche Pulici lasciò il Toro) con i tifosi entusiasti del nuovo presidente. Gli arrivi di Selvaggi, Hernandez, Galbiati, Borghi, con Bersellini in panchina facevano ben sperare ma fu un torneo mediocre quello datato 1982-'83. Unico grande acuto il derby di ritorno che passò alla storia: i granata, sotto di due reti, riuscirono a capovolgere il risultato in 3 soli minuti, andando a segno con Dossena, Bonesso e Torrisi: incredibile! Torino-Juventus 3-2 e Maratona in stato di puro delirio! Il torneo fu chiuso all'ottavo posto, fuori dalle coppe, una vera delusione.
Grandi speranze fece nascere l'acquisto di Schachner da parte di Sergio Rossi, pareva il bomber che mancava al Toro per il salto di qualità; dopo un ottimo avvio di campionato il torello di Bersellini si sedette nuovamente e non bastò un grande Dossena a riportare le maglie granata nelle coppe europee, un rigore sbagliato da Hernandez a Roma contro i giallorossi fu decisivo, la squadra si smontò e terminò al quinto posto.Ancora Sergio Rossi protagonista e grosso colpo sul mercato: Junior arrivò al Filadelfia nell'estate 1984; partì Hernandez e sulla panchina vi fu un grande ritorno, quello di Gigi Radice. Con Serena e Schachner in attacco ed un centrocampo con Junior e Dossena nessun sogno era proibito: il Torino disputò un torneo di grande livello e giunse secondo, dietro alla sorpresissima Verona. Ancora un grande derby, un derby granata: Serena al 90° piegò la Juve e fece impazzire la gente del Toro. Il ritorno di Radice a Torino era stato molto positivo, la squadra aveva ritrovato la grinta antica ed un gioco spettacolare. Serena, dopo un trasferimento contestato, passò alla Juve ed il Torino lanciò come punta titolare: non fu la stessa cosa e nel torneo 1985-'86 i granata chiusero al quinto posto.
Nelle coppe, dopo aver superato il Panathinaikos, l'Hajduk Spalato impose lo stop ai granata. Annata piuttosto deludente, dunque. Sergio Rossi si era un po' stufato di comprare senza vedere validi riscontri in fatto di risultati e di pubblico; iniziò così a stringere un po' i cordoni della borsa, subendo le prime contestazioni. Wim Kieft fu ingaggiato per la stagione 1986-'87 ma, dopo una partenza a suon di gol, il centravanti olandese si infortunò gravemente in una trasferta di Coppa UEFA in Ungheria, saltando quasi tutto il campionato. Torneo sofferto e concluso con soli 26 punti dal Torino che però, in Coppa, giunse fino ai quarti di finale.Il Tirol Innsbruck eliminò i granata dopo una gara di ritorno a dir poco rocambolesca, con due rigori solari negati al Toro: per non perdere l'abitudine…. Rossi lasciò la società al duo Gerbi-Definis, anche Dossena se ne andò, pare per diverbi con il sergente di ferro Radice; senza più Junior e Dossena il centrocampo si era impoverito di molto ma in attacco giunse Tony Polster, autore di un'ottima stagione e chissà perché non confermato dalla società. Era il Torino di Cravero, Ezio Rossi, Crippa, Comi, Sabato: una buona squadra, che terminò sesta in campionato, alla pari con la Juventus. Nello spareggio per andare in UEFA il Torino fu sconfitto ai rigori dai cugini, dopo uno squallido 0-0.
Anche in Coppa Italia andò male: finalissima contro la Sampdoria e sconfitta: dopo avere perso 2-0 a Marassi ed aver saputo ribaltare il risultato a Torino, un gol di Salsano nei supplementari condannò il Toro. E' proprio vero che la sfiga ci vede benissimo! Nella stagione 1988-'89 gli acquisti di Muller, Edu e Skoro avevano fatto pensare ad un grande Toro: mai ci si sbaglio in maniera più netta! Radice fu contestata fin dall'inizio, al suo posto subentrò a dicembre Claudio Sala ma la squadra era poca cosa, gli stranieri non giravano e si scivolava sempre più in basso in classifica. Muller era un fuoriclasse ma non c'era con la testa, troppa indisciplina e totale menefreghismo per la causa granata. Sala fu a sua volta avvicendata dal "mago" Vatta nelle ultime cinque giornate ma non ci fu nulla da fare: Toro in B 30 anni dopo e seconda grossa macchia nella storia della società.
Nel marzo 1989 avvenne però una svolta: Borsano comprò il Torino ed allestì subito uno squadrone per riportare il sodalizio in alto, tra i grandi della serie A.Oltre 18.000 abbonamenti in serie B, un record: il popolo granata aveva ritrovato l'entusiasmo. Con Fascetti in panchina il Toro dominò la serie B, in testa dalla prima all'ultima giornata: giocavano in granata Marchegiani, Policano, Romano, Muller, Cravero, uno squadrone che poteva benissimo figurare bene in serie A.
Nel maggio 1990, con la vittoria per 3-0 sul Messina, il Torino di Borsano saluto il vecchio Comunale: dalla stagione successiva si sarebbe giocato al "Delle Alpi". Mondonico, Martin Vazquez, Lentini: questi nomi del Toro 1990-'91, che si riaffacciava alla massima serie di carico di grinta e con un entusiasmo alle stelle. Mondonico entrò come pochi altri tecnici nel cuore dei tifosi; era una bella squadra, quel Toro, che seppe fare 3 punti su 4 nei derby e concludere la stagione al 5° posto, in piena zona-UEFA.
Tifosi del Toro in esultanza, tifosi che sottoscrissero oltre 26.000 abbonamenti per il campionato 1991-'92. Casagrande e Scifo si aggiunsero all'intelaiatura preesistente e si formò così l'attacco delle "cinque stelle": Lentini, Scifo, Casagrande, Martin Vazquez e Bresciani. Borsano però stava iniziando a vivere le sue vicissitudini a livello giudiziario e la società granata andava così incontro ad uno dei periodi più bui della sua storia. In campo sportivo però tutto procedeva a gonfie vele, sia in campionato che in Europa. La squadra girava, in Coppa UEFA dopo aver eliminato il Reykiavik, il Boavista ed l'Aek di Atene il Torino era giunto ai quarti di finale. In marzo, dopo aver superato il Bk Copenaghen, nelle semifinali era in programma la grande sfida contro il Real Madrid.
70.000 persone al "Delle Alpi" per una sfida di ritorno incandescente, dopo la sconfitta per 2-1 a Madrid: l'atmosfera era davvero magica ed un grande Toro si impose 2-0, volando in finale contro l'Aiax. Dopo un sofferto 2-2 a Torino ad Amsterdam successe di tutto: il Toro prese ben 3 pali, uno dei quali al novantesimo, ma la coppa fu vinta dagli olandesi. Il sogno svanì, tra molte lacrime. In campionato il Toro fu ottimo terzo, ma la delusione per la sconfitta in coppa superò ogni altro sentimento.
L'estate del 1992 fu un'estate calda, a Torino: Borsano cedette mezza squadra, da Policano a Cravero a Benedettini per chiudere con l'affare Lentini, che scatenò la rabbia dei tifosi. Borsano, ormai, era un presidente in disarmo, travolto dai debiti e dalle manie di grandezza. Una squadra più povera ed una società allo sbando si apprestavano a vivere la stagione 1992-'93: unico rinforzo fu Aguilera, il furetto uruguayano.
Malgrado il caos, Mondonico seppe "isolare" la squadra che condusse così un campionato dignitoso e, dulcis in fundo, riuscì nell'impresa di conquistare la sua quinta Coppa Italia.Ma che sofferenza! Dopo aver eliminato la Juve in due tiratissimi derby il Toro entrò in finale contro la Roma: dopo una superba gara a Torino vinta per 3-0 il ritorno nella capitale doveva essere poco più di una formalità. Ma quando mai il Toro avrebbe potuto stare un po' tranquillo? Grazie ad un arbitraggio a dir poco di parte, la Roma usufruì di 3 rigori ma non bastarono: finì 5-2, una partita da infarto, ma la coppa era granata! Ecco la formazione del Torino di quella incredibile notte: Marchegiani, Bruno, Mussi, Fortunato, Cois, Fusi, Sordo, Venturin, Aguilera, Scifo, Silenzi, con Emiliano Mondonico in panchina.
In campionato il Toro fu nono, senza infamia e senza lode. GianMauro Borsano, nel frattempo, passa da un avviso di garanzia all'altro e cedette così la presidenza al notaio Goveani: le cose non sarebbero cambiate di una virgola, con buchi in bilancio che stavano diventando voragini, con le multe del fisco sempre più cospicue, il Torino andava incontro alla grande paura chiamata fallimento.
Il "Mondo" restò al Toro anche 1993-'94, quando la squadra viveva sull'inventiva di Carbone e sulla vena realizzativa di Silenzi, autore a fine campionato di ben 17 reti. In Coppa delle Coppe, dopo aver eliminato il Lillestrom e l'Aberdeen, i granata si arresero nei quarti di finale all'Arsenal; in Coppa Italia, invece, in semifinale il Toro perse contro l'Ancona, squadra di serie B!Ma era in società che gli avvenimenti stavano precipitando: le cessioni di giocatori con pagamenti ricevuti in nero durante l'allegra gestione Borsano-Goveani avevano messo a tappeto i conti del Torino e, senza un serio intervento esterno, il Torino Calcio S.p.A. sarebbe stato dichiarato fallito.
Nella primavera 1994 GianMarco Calleri rilevò il pacchetto di maggioranza del Torino e salvò la società: Calleri intraprese una politica di rigore assoluto per riuscire a ripianare un bilancio disastroso.
Il nuovo presidente trovava buchi ovunque, una situazione da far rabbrividire. Nell'estate del 1994 fu interrotto il rapporto con Mondonico, e sulla panchina granata sedette Rosario Rampanti. Per poco, però: infatti Rampanti fu presto rilevato da Nedo Sonetti, più esperto. Un Torino totalmente rivoluzionato disputò un ottimo campionato: partito infatti con l'obiettivo primario di non retrocedere, i granata si trovarono addirittura nelle condizioni di lottare per la Coppa UEFA.
Il Torino non centrò la qualificazione ma riuscì nell'impresa di vincere entrambi i derby, grazie ad un Rizzitelli stratosferico: 4 gol in due stracittadine e 19 reti totali a fine campionato!Calleri, poco alla volta, continuava nella sua politica di risanamento, necessaria e indispensabile. Il Toro allestito per la stagione 1995-'96 pareva una buona squadra: confermato Sonetti, anche Pelé, Angloma e Rizzitelli restarono granata; gli acquisti Hakan e Milanese dovevano garantire il salto di qualità. Non fu così, come tutti sapete. Il Torino partì male e terminò peggio la stagione; Sonetti a dicembre, dopo una batosta per 5-0 nel derby, venne allontanato e al suo posto fu chiamato Scoglio.
Il professore diede una scossa ma arbitri e sfortuna girarono le spalle al Toro: anche Scoglio fu allontanato e Lido Vieri chiuse la stagione, con il Toro che scese per la terza volta in B, quasi senza combattere. Si era partiti con molte ambizioni, si finì davvero in malo modo. Hakan non si rivelò secondo le attese e le varie riparazioni sul mercato novembrino non servirono a nulla. Il Torino era in B, i tifosi erano inferociti con il mondo intero, dalla classe arbitrale ai giocatori: la realtà era dura da accettare.
Il resto è storia recente, Calleri ha risanato il Torino, la società non ha più debiti. E' già un grande successo: non resta che risalire in fretta la china, tornare subito in A. Sono i 90 anni di storia che lo esigono, la sua leggenda, il suo glorioso passato. Buon Compleanno Toro!Il campionato '96/97, dopo un avvio dignitoso prosegue senza particolari acuti. Solo a cavallo fra dicembre e gennaio i granata, che centrano sei vittorie consecutive, sembrano confermare le previsioni della vigilia che indicano il Toro tra i protagonisti della serie B. Ma l'illusione dura poco e a marzo, un contestatissimo Calleri lascia la guida del club a Massimo Vidulich, presidente dell' Hsl. L'impatto è positivo, nel vocabolari entrano nuovi "termini": merchandising, marketing e così via. La stagione seguente solo uno sfortunato spareggio a Reggio Emilia contro il Perugia nega al Toro, passato dalla conduzione tecnica di Souness a quella più razionale e pragmatica di Reja, la gioia del ritorno in "A". La società decide di cambiare: ritorna sulla panchina granata Emiliano Mondonico, che centra al primo tentativo (1998/99) la promozione. Ma il futuro della società non promette nulla di buono: le voci sui problemi finanziari si fanno sempre più insistenti. La squadra, inevitabilmente, ne viene coinvolta e dopo un avvio di stagione promettente, scivola inesorabilmente verso il fondo classifica.
Il Club vive momenti difficili, lo spettro del fallimento aleggia nuovamente sul Torino. E, quando la crisi sembra a un passo dal travolgere i granata,. interviene Francesco Cimminelli a salvare il Toro, la sua storia, il suo nome e tutto il mondo granata. L'arrivo della nuova proprietà restituisce dignità ai colori granata. L'intervento è onerosissimo: oltre 200 miliardi per tagliare con un passato ricco solo di parole ma povero, troppo povero, di concretezza.
Ristrutturata la società, alla cui guida dopo una breve parentesi di Beppe Aghemo, viene chiamato Attilio Romero, grande tifoso granata e manager di alto profilo, Cimminelli rivoluziona l'area tecnica. Il responsabile è Sandro Mazzola, figlio del "Capitano" per eccellenza, Valentino, mentre il vivaio (che in un solo anno verrà riportato ai livelli del passato) è affidato a Renato Zaccarelli, che riesce a creare, in collaborazione con Benedetti e Comi, una struttura vincente e all'avanguardia nel panorama calcistico nazionale.
La squadra, che viene affidata a Gigi Simoni,. inizia la nuova stagione in "B" in modo altalenante. I risultati non vengono e, il 30 ottobre 2000, sulla panchina viene chiamato Giancarlo Camolese, tecnico della Primavera. Tra lo scetticismo generale, Cimminelli e Romero (che in estate hanno compiuto notevoli sforzi nella campagna acquisti) puntano così su un allenatore giovane, all'esordio assoluto come responsabile tecnico. Ma l'ennesima "scommessa" di Cimminelli si rivela vincente. Inizia così una serie di risultati eccezionali, che portano al Toro un'infinità di record assoluti: 73 punti in campionato, otto successi consecutivi, dieci vittorie in trasferta. Numeri impressionanti!
La città si riscopre granata e la promozione viene festeggiata con una grande festa popolare per le vie e le piazze di Torino. Dopo una annata memorabile seppur nel campionato cadetto il Toro si riconferma formazione tosta e affiatata guidata da un ottimo tecnico Giancarlo Camolese, la squadra riesce a salvarsi con qualche giornata d'anticipo e centrare anche l'obbiettivo Uefa. L'anno successivo il Toro cerca conferme ed è molto agguerrito, supera un turno di Intertoto con una formazione austriaca (Bregenz) e vince in casa due a zero nel match successivo con il Villareal (team iberico), il ritorno però è disastroso e il Toro va a perdere ai rigori in Spagna e così svanisce il sogno Uefa. Il campionato inizia male e si conclude peggio, il Torino ritorna in Serie B classificandosi all'ultimo posto dopo aver cambiato numerosi allenatori (Camolese, Ulivieri, Zaccarelli e Ferri) e dopo numerose rivolte dei tifosi torinesi (Torino-Milan che costò ai granata la squalifica del Delle Alpi per cinque giornate).