Gigi Meroni
"Gigi Meroni, leggenda o realtà?
Di sicuro un dolce ed intenso ricordo per quel semplice ragazzo di Como diventato
in breve tempo, oltre che un mito e il simbolo di un'epoca, anche, e soprattutto,
un esempio di vita.
Lettera aperta - Maria Meroni
Lettera aperta - Nando Dalla Chiesa
Con i granata allenati da Nereo Rocco l'ala numero 7 si fa immediatamente apprezzare
per le sue giocate, i suoi dribbling e i suoi goal che, anche se pochi (nel
Toro 24), sono ricordati nelle migliori cineteche del calcio.
Al "calciatore-beat" (uno dei suoi tanti soprannomi) non piace tirare
rigori, ha bisogno di azioni, di agonismo. E' un lottatore, l'artista del gol
impossibile, dei dribbling disegnati su tela dalla mano di un genio, il giocatore
più atterrato in area di rigore dai terzini innervositi dalle sue finte
ubriacanti, ma anche quello che fa segnare tanto i compagni. Lo sa bene Combin,
suo grande amico, scaricato da Juventus e Varese perché "finito"
e rinato nel Torino grazie a Meroni, l'ala che gli passa la palla sempre nel
momento giusto. Per gli altri giocatori granata, Gigi è una persona su
cui si poteva contare, un amico capace, nonostante la sua sregolatezza, di essere
un elemento fondamentale per un gruppo compatto e affiatato.
Un elemento di queste caratteristiche sarebbe l'orgoglio di ogni tifoso, ma
il personaggio di Gigi non si ferma solo all'immagine del calciatore, è
molto, molto di più.
Meroni ascolta i Beatles e la musica jazz, dipinge quadri legge libri e scrive
poesie. Convive nella "mansarda di Piazza Vittorio" insieme a Cristiana,
la "bella tra le belle" dei Luna Park della quale si innamorò
follemente tanto da presentarsi al matrimonio imposto dai genitori di lei per
cercare di fermare la cerimonia.
"Mister mezzo miliardo". Così lo chiamano i giornalisti quando
il giovane Agnelli cerca di portare l'ennesimo campione alla Juventus sborsando
una cifra per quei tempi era impensabile. Ma una vera e propria rivolta dei
tifosi del Toro impedisce il suo trasferimento. I giovani tifosi si identificavano
in Meroni, il loro "calimero" (soprannome che non ha mai amato) per
via dei capelli lunghi e dei basettoni, un esempio da seguire in campo e nella
vita degli anni che precedono il '68.
Quando Edmondo Fabbri lo chiama in nazionale gli impone la condizione di tagliarsi
i capelli. Lui che disegna i vestiti che indossa sui modelli di quelli dei Beatles,
che passeggia per Como portando al guinzaglio una gallina, che si traveste da
giornalista e chiede alla gente cosa pensa di Meroni, la giovane ala destra
del Torino, e ride se la risposta è che non lo conoscono, non avrebbe
potuto rinnegare il suo ego e rifiuta la convocazione.
Veste ugualmente la maglia azzurra per giocare i disastrosi mondiali del '66
dove segna due gol contro la Bulgaria e l'Argentina. A lui è attribuita
parte della colpa della disfatta, non tanto per il giudizio del campo, ma tanto
per quello che rappresenta (ma nella disastrosa sconfitta contro la Corea del
Nord non viene nemmeno schierato). Meroni è scomodo alla società
italiana ancora troppo conservatrice, un personaggio costantemente in lizza
con l'opinione pubblica.
Per Gigi vivere in quel modo vuol dire essere felici, non lo fa per una questione
di immagine come molti farebbero oggi, lui è così.
Muore tragicamente il 15 ottobre 1967, una domenica in cui il Toro si impone
per 4 a 2 sulla Sampdoria. Lui insieme al suo compagno di squadra Fabrizio Poletti
attraversa Corso Re Umberto, dove si è appena trasferito dalla "mansarda
di Piazza Vittorio", per andare a prendere un gelato. E' travolto dall'auto
di un diciannovenne appena patentato. Ironia della sorte l'investitore, Attilio
Romero, è forse uno suoi più grandi tifosi. Muore la sera stessa
per i gravi traumi riportati assistito da Cristiana, dai familiari e dai suoi
amici. Ai funerali partecipano migliaia di persone per colui che fu il giocatore
più amato e nello stesso tempo odiato d'Italia. Nel punto in cui fu investito
i tifosi di Gigi ancora oggi portano fiori in sua memoria. La domenica successiva
alla sua morte si gioca il derby con la Juventus che il Torino vince per quattro
reti a zero (cosa che non è più successa). Tre goal sono messi
a segno dal suo grande amico Combin che malgrado i 39 gradi di febbre scende
in campo ugualmente. In molti sostengono che il quarto goal è segnato
dalla maglia numero 7, indossata quella domenica da Carelli.
Nel Torino disputa 122 partite (103 in campionato, 7 in Coppa Italia e 12 nelle
coppe europee) realizzando 25 gol (22 in campionato e 3 nelle competizioni internazionali)
alcuni dei quali da autentica cineteca calcistica. Con il Torino lega il suo
nome alla Coppa Italia 1968. Gioca 6 volte (2 gol) con l'Italia A ed in due
occasioni (1 gol) con gli azzurrini della B.