Claudio Sala

LA CLASSE DI CLAUDIO SALA, L'ULTIMO POETA DEL GOL


Indossò i panni dell’uomo-record, Claudio Sala, ai primi vagiti importanti nel calcio di A. Panni scomodi, trattandosi della cifra “iperbolica” sborsata per il suo acquisto che apriva un ventaglio di attese forse troppo impegnative. Correva l’anno 1969 e Claudio Sala era stato a sprazzi la gran sensazione del Napoli, dopo aver furoreggiato in B nel Monza come eccellente uomo d’attacco. Per la verità, il compagno di squadra José Altafini aveva espresso un giudizio un tantino duro sul giovane collega («Non è né carne né pesce»), ma erano in tanti a pronosticare al ragazzo un grande avvenire. Il presidente granata, Orfeo Pianelli, andava coltivando il sogno di un Torino capace di rinverdire i fasti crudelmente immolati dal destino sul terrapieno di Superga il 4 maggio 1949 e quel ragazzo così ricco di talento pareva fatto apposta per costruirci attorno una grande squadra. Così offrì una cifra record per i tempi, 400 milioni, al collega Ferlaino del Napoli. Erano tanti soldi e troppi sembravano per un ragazzo di appena ventidue anni (nato a Macherio, in provincia di Milano, il 27 aprile 1947); Ferlaino, pur deciso a chiudere l’affare, nicchiò. A poche ore dalla chiusura del mercato, si decise: informò Pianelli che l’operazione era impossibile. A meno che il presidente granata non sborsasse in aggiunta altri 80 milioni. Preso dalla parte dei sentimenti, Pianelli abbozzò, riuscì a tenere per sè il giudizio sul patron azzurro e scucì i soldi, tutti i soldi. Sala divenne “mister quattrocentottanta milioni” e sotto un simile peso non riuscì a fare subito la differenza. Ben piantato fisicamente, col compasso da brevilineo tipico del grande dribblatore, possedeva un palleggio insistito e spesso irresistibile. Giocava rifinitore, sapeva sfoderare la giocata geniale, ma era discontinuo, malattia tipica degli atipici come lui. Poi, un giorno, al Torino arrivò Gigi Radice, che di Claudio Sala era stato la levatrice nel Monza ed ebbe l’intuizione geniale di convogliare quello straordinario patrimonio di classe sulle corsie laterali. Detto e fatto: fosse la destra (preferibilmente) o la sinistra, Claudio Sala, che pure aveva rinunciato alla maglia numero dieci con qualche mugugno, partiva e arrivava regolarmente sul fondo, dove con un’ultima funambolica finta si liberava del difensore e, quando il pallone sembrava destinato a uscire, lo “scucchiaiava” dall’ultimo centimetro utile della riga al centro dell’area. Là due formidabili colpitori di testa come Graziani e Pulici andavano a nozze su quei cross morbidi e velenosi a un tempo. Il Torino vinse subito lo scudetto, con Pecci in regia, Patrizio Sala (nemmeno parente) a faticare, Zaccarelli a spingere e verticalizzare: l’ideale complemento e sostegno per le invenzioni del Claudio nazionale, superbo per qualità di gioco e continuità. Il suo dribbling era incontenibile, portato soprattutto con la mobilità del tronco e un fantastico controllo di palla. Le vertiginose giravolte con cui cambiava direzione per poi tornare sui propri passi avevano un che di ubriacante per l’avversario ma anche per il pubblico, al punto che la curva Maratona lo ribattezzò “il poeta del gol”. Ebbe solo una grande sfortuna: il ruolo di tornante, in Nazionale, era già occupato dal suo dirimpettaio torinese, lo juventino Franco Causio, tra l’altro di due anni più giovane. Così gli toccarono solo briciole di azzurro e anzi una delle sue ultime apparizioni – dopo l’intervallo in luogo del rivale Causio nel match mondiale contro l’Olanda ai Mondiali di Argentina 1978 – resta legato a uno dei grandi rimpianti della Nazionale di Bearzot: in quei secondi quarantacinque minuti il risultato, favorevole agli azzurri, venne capovolto e ci costò la finale. Claudio Sala chiuse la carriera con due stagioni nel Genoa (dall’80 all’82), per avviarne un’altra, decisamente meno fortunata, come allenatore.


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